IL CLAMOROSO annuncio dell' avviso di garanzia al presidente del Consiglio è piombato su un' Italia inquieta e preoccupata, intenta a interrogarsi sulle capacità di tenuta di una maggioranza rissosa e inconcludente, dopo l' inequivocabile segnale lanciato domenica da oltre due milioni di elettori. Le polemiche che già stanno nascendo sulla coincidenza dei provvedimenti giudiziari con lo stato di precrisi in cui versa il governo, e quindi sulla presunta "matrice politica" della decisione della Procura milanese, devono essere certamente soppesate. Ma sarebbe grave errore farle diventare prioritarie. Il punto è un altro ed è ben noto ai lettori di questo giornale; riguarda l' irrisolto conflitto di interessi che Silvio Berlusconi portava con sé sin dal momento in cui decise di entrare direttamente nella battaglia politica. L' impero multimediale che egli aveva creato a stretto contatto con il vecchio potere della Prima Repubblica, le fortunate scorrerie finanziarie che ne avevano ulteriormente dilatato i confini, non potevano non esporlo ai rischi propri di un' imprenditoria d' assalto. Ecco perché subito dopo le elezioni di marzo sentimmo il dovere di mettere in guardia chi aveva responsabilità istituzionali dall' affidare incarichi di governo a chi, come Berlusconi, poteva in qualsiasi momento essere costretto a difendere da eventuali accuse giudiziarie il proprio operato alla guida della Fininvest. Ma questa elementare prudenza di comportamento non fu ritenuta necessaria. E NEMMENO dopo il conferimento dell' incarico e nei successivi mesi di governo Berlusconi seppe dare un taglio netto alle commistioni fra interessi pubblici e privati. Ma ormai piangere sul latte versato non ha più alcun senso. Oggi il presidente del Consiglio deve rispondere, come ogni altro cittadino, alla giustizia. Come emerge dalla sua replica ufficiale di ieri sera, egli pare non aver colto la gravità e la drammaticità della sua posizione. Respinge come ininfluenti e false le accuse ritenendole frutto di un complotto, fa appello al capo dello Stato perché lo difenda dagli attacchi, ribadendo che solo un voto di sfiducia del Parlamento lo può sbalzare dalla guida di un governo voluto dal popolo. A questo punto il tanto temuto conflitto istituzionale è sul tappeto. Come uscirne senza provocare ulteriori sconquassi in un paese già minato da otto mesi di polemiche, di scontri, di tensioni ogni giorno più dirompenti? Pare a noi che la via indicata da alcune ragionevoli forze politiche sia l' unica percorribile: il presidente del Consiglio deve restare al suo posto per consentire l' approvazione della Finanziaria, risparmiando all' economia italiana altri gravi contraccolpi, disinnescare la pericolosa miccia dello scontro sociale che in caso contrario si materializzerebbe il 2 dicembre in un gigantesco sciopero generale, e poi rassegnare le doverose dimissioni. Gli interessi generali del paese richiedono difatti che non si crei in queste settimane un pericoloso vuoto di potere, che arrecherebbe danni devastanti, e che di conseguenza le vicende personali, pur gravi, di un leader politico passino in secondo piano. Si tratta di una scelta di non poco conto, che tiene nella massima considerazione il ruolo di Silvio Berlusconi e rappresenta comunque un' eccezione che in passato (pensiamo soltanto alle molteplici dimissioni dei ministri del governo Amato) non venne concessa. Naturalmente il presidente del Consiglio, come pare di comprendere dalle sue dichiarazioni, può anche non seguire la strada della ragionevolezza e restare abbarbicato a Palazzo Chigi. Ma in questo caso solo su di lui peserebbero le drammatiche conseguenze e per intero ne porterebbe le responsabilità di fronte al paese. In questo momento di grande trepidazione per le sorti della collettività nazionale non può certo suonare retorica l' invocazione al capo dello Stato perché, come garante della Costituzione e della pacifica convivenza, sappia impedire gesti irresponsabili e irreparabili.
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