Politica

LA MELA MARCIA

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LA QUESTIONE è sul tavolo e anche i miopi possono vederla. In Italia sono al lavoro forze opache che inquinano i rapporti tra cittadino e Stato, tra istituzioni e istituzioni; è un mondo parallelo e nascosto che protegge i reticoli illegali che ancora innervano la vita nazionale; è un potere occulto che semina trappole nelle organizzazioni cui di regola negli Stati moderni è affidato il controllo dei comportamenti devianti. La microspia sistemata nell' ufficio di Silvio Berlusconi e la pubblica denuncia del pool di Milano sulle "gravi deviazioni" nella Guardia di Finanza pongono a tutti - tutti: Parlamento, governo, élite amministrative, opinione pubblica - l' obbligo di una consapevole risposta. Piercamillo Davigo ne ha proposto una, la più lineare e trasparente: "Il rimedio alle gravi deviazioni della Finanza è la rimozione delle persone che infangano le istituzioni". L' ULIVO E IL NODO - SERVIZI RIMOZIONE è parola sgraditissima per i Corpi istituzionali che, a ogni critica e rilievo, hanno sempre opposto il consueto uno-due: indignazione per la "indiscriminata criminalizzazione dell' Istituzione"; teoria della "mela marcia". Sapiente, italico metodo per rovesciare sui singoli responsabilità che affondano le radici anche e soprattutto in ragioni strutturali e organizzative, in regole sbagliate o insufficienti che rendono possibili, o addirittura favoriscono, deviazioni, corruzione, illegalità. "Quando di mele marce ne compaiono un po' troppe, e con troppa frequenza - ha scritto Ernesto Galli della Loggia - vuol dire che le mele marce non c' entrano niente, che è invece tempo di cambiare regole e organizzazione". Con la foglia di fico della "mela marcia" Guardia di finanza e Servizi segreti si sono sempre protetti dalle periodiche e ripetute bufere che li hanno sconvolti senza che potere politico, governo, alti vertici istituzionali fossero in grado di riscrivere le regole e riformare l' organizzazione di quegli apparati. Impotenza o timore per poteri che hanno in sé una grande forza di intimidazione? Nessuno, infatti, può sostenere che le "gravi deviazioni", denunciate da Piercamillo Davigo, non fossero conosciute dal Comando generale della Guardia di finanza, dal governo Prodi e, ancora prima, dal gabinetto Berlusconi. Nell' ultima relazione (5 marzo 1996) del comitato parlamentare per i servizi segreti, presieduto dal senatore Massimo Brutti, si legge che "il Comitato domandò al comandante generale Costantino Berlenghi se risultavano attività informative da parte delle Fiamme gialle sul conto del dottor Di Pietro o di altri magistrati. La risposta fu nettamente negativa". Tuttavia, quelle attività ci furono. Il brigadiere Paolo Simonetti e il capitano Giancostabile Salato se ne andavano in giro spiando il lavoro pubblico e la vita privata dei magistrati del pool. Una volta scoperti e denunciati alla magistratura, il brigadiere e il capitano non furono ragionevolmente spinti in un angolo dove - in attesa del processo - non potessero nuocere, ma curiosamente trasferiti - come si legge nella relazione del comitato - "in una delicata e importante struttura come il II reparto della Guardia di finanza" che altro non è che il "servizio informazioni" del Corpo. "Nell' attività di intelligence che spetta a questo Reparto è possibile che siano state assunte, da loro o da altri, analoghe iniziative extraistituzionali? - si chiedono i parlamentari -. L' attività illegittima era soltanto un' attività casuale e isolata? Quali colleghi ne erano al corrente? Vi sono ufficiali superiori che ne hanno avuto notizia, che l' hanno tollerata o incoraggiata?". "Il Comitato - conclude la relazione - auspica che vi sia da parte di tutta la Guardia di finanza il massimo impegno per consentire risposte esaurienti, a tutela dell' onore di tutti coloro che prestano servizio con lealtà e correttezza in questa istituzione". Non è mai arrivata nessuna risposta. Il generale Berlenghi ha voluto risolvere l' ennesima crisi delle Fiamme gialle con un' indagine amministrativa affidata al generale di divisione Pierpaolo Meccariello che, per gli aspetti organizzativi, si limitava, al capitolo "sicurezza morale", a ricordare "l' obbligo alla massima collaborazione di tutti i quadri ufficiali e sottufficiali" preferendo richiamare le buone regole dell' "assetto formale e del contegno dei militari in servizio" censurando "l' abitudine - purtroppo assai diffusa - di masticare ' gomma americana' da parte di militari in servizio all' atto in cui si rivolgono a Superiori (è un grave atto di maleducazione!)". Un esito grottesco, al termine di una tragica catena di confessioni e suicidi, che ha indignato la gran parte dei 65.348 finanzieri che tirano rettamente il carro delle Fiamme gialle, un esito che ha convinto i finanzieri del "Progetto Democrazia in Divisa" a chiedere ufficialmente le dimissioni di Berlenghi. "Le cronache - sostengono oggi i finanzieri associati in quel cartello - avevano già consegnato all' intelligenza delle forze politiche e dei cittadini la necessità di controllare la Guardia di finanza, e in particolare il II Reparto, e l' obbligo di verificare l' affidabilità di molti appartenenti al Corpo e non solo di coloro che sono rimasti coinvolti nelle indagini del pool di Milano. Inopinatamente, invece, il governo Prodi ha rinnovato il mandato al generale Berlenghi: un segnale indiretto di condivisione del modo di gestire il Corpo da parte degli attuali vertici". La conferma di Berlenghi al vertice della Guardia di finanza, è stata l' unica mossa disposta dal governo dell' Ulivo su apparati di sicurezza incapaci di "rimuovere coloro che infangano le istituzioni". Al suo posto è restato Sergio Siragusa, capo del servizio segreto militare. Sulla sua seggiola di direttore del chiacchieratissimo servizio civile (Sisde) è ancora seduto il prefetto Gaetano Marino, più che discusso, pubblicamente censurato dal comitato parlamentare di controllo. Gaetano Marino non trasmise, infatti, al Comitato i documenti illegali raccolti dalla "fonte Achille" su Di Pietro e, una volta che il comitato ne entrò in possesso grazie alla magistratura, "non ritenne di dover comunicare nulla, come se la questione che era stata più volte sollevata non riguardasse il controllo parlamentare verso cui il prefetto ha manifestato una deplorevole noncuranza". I servizi segreti - se con la microspia di piazza del Plebiscito non c' entrano nulla, è pur vero che non hanno avuto l' efficienza di saper evitare che un ex-presidente del Consiglio e capo dell' opposizione potesse essere spiato - sono come abbandonati a se stessi. In una situazione tanto difficile quanto pericolosa. Il Sisde non ha più le risorse, dopo il saccheggio miliardario del passato, per pagare le bollette del telefono e ha avviato addirittura "lo smobilizzo" del parco auto. "E' un esercito in rotta - dice un addetto ai lavori -. E più gli agenti sono in rotta, più c' è la possibilità che qualche testa torta diventi un soldato di ventura disposto a fare qualche lavoretto per conto terzi". "La verità - dice una vecchia volpe come l' ammiraglio Fulvio Martini, per quasi otto anni capo del Sismi - è che devono essere riscritte le regole e le funzioni degli apparati della sicurezza. Se al Servizio militare, con i suoi compiti di controspionaggio e di fiancheggiamento della politica estera italiana, basta soltanto un assestamento, al servizio civile bisogna ricominciare daccapo. La legge che li regola è di venti anni, quando c' era ancora il Muro a Berlino e i comunisti erano il nostro nemico esterno e interno. Oggi i problemi sono ben altri. Ne indico soltanto uno: l' immigrazione. Va detto, nonostante per mie convinzioni non apprezzi questo governo, che questi poveracci si trovano anche in una situazione difficile dove tutti i nodi stanno venendo al pettine. Ci vorrebbe più determinazione ma, se Napolitano è il migliore dei ministri dell' Interno possibile, quel Prodi non mi sembra che abbia gli attributi per affrontare questo problema".
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