DICIASSETTE per cento: vale tanto, sia pure in una zona rossa come il Mugello, il centrodestra italiano? Due umilianti colonnine sulla prima pagina del quotidiano della famiglia Berlusconi per rabbonire l' avvocato di Antonio Di Pietro due giorni prima del voto, e dopo due anni di una furente campagna di stampa contro lo stesso Di Pietro: vale tanto, sia pure in una zona grigia come le carte bollate, il giornalismo d' inchiesta della destra italiana? La candidatura di un ex ministro del Polo, Giuliano Ferrara, autopromossa come una "malandrinata": vale tanto, sia pure in una zona nerofumo come quella del cattivismo di maniera, la dignità dell' opposizione? Ma poi, peggio ancora: si ha il legittimo sospetto che questo rosario di brutte figure, lungi dall' alimentare i dubbi e il travaglio di una destra in pesante difficoltà, ne incrementi l' autocompiacimento frondista, il vezzo puerile di sentirsi pochi ma giusti, sconfitti ma indomiti, soli spiriti liberi in un desolante scenario di piaggeria e conformismo.
GIA' è stato stabilito che un governo precariamente in sella da appena un anno e mezzo, e costruito rappezzando i cocci di una buona dozzina di ex partitoni e neopartitini, è un "regime". Che Di Pietro (se cito di nuovo, e citerò ancora, il Giornale, è solo per dovere cronistico: si tratta della più diffusa e autorevole voce del centrodestra italiano) è "il Castro del Mugello", epiteto perfino indulgente se si considera che su quello stesso quotidiano vita e opere di Romano Prodi sono descritte come quelle di Tamerlano. Che la stampa, tutta, e i telegiornali, tutti meno le due vetrinette domestiche di Fede e Liguori, sono asserviti al potere (dev' essere per questo che Corriere della Sera, Nazione, Carlino, Giorno, Tempo, Mattino, Panorama, per restare solo ai più diffusi, attaccano il governo un numero no e tre sì). Che la scuola pubblica, in pochi mesi, è diventata "palestra di leninismo", "fabbrica di sudditi", "cingolo di trasmissione del regime", e dunque non resta, ai veri liberali, che foraggiare le Orsoline (cosa che, per altro, il "regime" pare entusiasta di fare). Che il concetto stesso di istruzione pubblica, cavallo di battaglia delle classi dirigenti liberali che hanno fatto l' Italia, è "stalinista" (parola del neo-pensatore Giancarlo Magalli, rilanciata dal Giornale). Che l' erezione è di destra e il sesso moscio di sinistra, come autorevolmente riportato da uno dei (venti) nuovi e molto penetranti settimanali di destra. Chi scrive ha bazzicato per una vita nella sinistra. Conosce bene, dunque, anche per averlo praticato, il piacere consolatorio di dirsi vittime del pecoronismo di massa, dei servizi segreti, dello Stato, della Cia, della Fiat, della Spectre, del Vaticano, di Capitol, di Canzonissima e degli arbitri di calcio venduti ad Agnelli. La sinistra radicale ha prodotto giornali, come Servire il popolo, che definirono a nove colonne il terremoto del Friuli "Nuovo crimine della borghesia". Però avevamo tutti, anche gli sventurati di Servire il popolo, vent' anni, e a molti, già allora, per fortuna scappava da ridere. Oggi ne hanno cinquanta i colleghi del Giornale che parlano di "terremoto del Pds" (sic): chissà se si divertono anche loro, come chi è riuscito a protrarre l' adolescenza oltre le soglie della canizie. Una destra teen-ager, scapigliata come il papillon di Ferrara, vittimista e imbronciata come le tirate antigiudici di Berlusconi, punk come i titoli del Giornale, emarginata come le percentuali al Mugello, goliarda come la spassosa e gaglioffa agiografia di Previti scritta da Guarini su Panorama, torvamente sprezzante come gli editoriali di Feltri, può naturalmente autogratificarsi a vita. Di fronte le sta una sinistra alla quale le responsabilità di governo calzano come una molto tardiva e troppo ostentata maturità: c' è uno spreco di cravatte, abiti grigi, auto blu, buon senso, sottosegretariati, comunicati ufficiali, moderazione, saggi compromessi, opportune modifiche, concertanti aggiustamenti, che fanno apparire i quarantenni di governo come certe esili grucce oberate da giacche troppo imponenti: le sostengono a fatica. Però, di contro, sbucano a destra sessantenni dall' ottimo colorito e dalla riverita carriera, dai quali ti aspetteresti una lode del buon vino e del lungomare di Camogli; e invece sciorinano estenuate memorie di emarginazione e lunghe liste di torti e persecuzioni, come se sortissero da un' umida segreta e non da un' università. E amareggiati cinquantenni attribuiscono all' oppressione della cultura marxista il fallimento delle loro imprese giornalistico-editoriali, magari erano "La voce del tombino" o "Camerata, presente!" o la traduzione dell' opera omnia di un nazista turco, però è così comodo attribuirne la gracile diffusione allo spirito di epurazione del consociativismo antifascista. (A proposito: i cattedratici che diedero basi "scientifiche" alle leggi razziali sono tutti rimasti in cattedra fino agli anni Cinquanta e Sessanta.
Gli epuratori, oltre che spietati, furono evidentemente molto distratti. Vedi il bellissimo La parola ebreo di Rosetta Loy, nota vestale del regime). Ma infine: non sarebbe più equo, finalmemte, ripartire il peso della maturità, delle responsabilità, e di tutte le mortificanti noiosità che ne conseguono, tra sinistra e destra? Per esempio: piuttosto che lamentare la diserzione di un Dini o addirittura di una Fumagalli Carulli attribuendola all' onnivora ingordigia del regime, perché nel Polo non ci si adopera perché quei due distinti rappresentanti della corrente bridge della politica italiana tornino nella loro sede naturale? La fuga dei moderati dal Polo è l' ovvia conseguenza di una smodatezza di toni e di comportamenti che appaga, ripeto, l' anima frondista e infantile della destra, ma disgusta quella, scusate il termine scurrile, "di governo". La fronda, di destra come di sinistra, è il pepe della democrazia. Ma non è, piaccia o non piaccia, il grosso della pietanza. Il tracollo della candidatura Ferrara dimostra che una destra pulp può fare simpatia tra gli intellettuali spiritosi o tra i carbonari da caffè, ma questo non fa politica, fa letteratura. E la letteratura, si sa (basta leggere il Giornale) è biecamente controllata dalla sinistra. Meglio la politica: se ne riprenda, il Polo, la sua grossa e indigesta fetta, fatta di ingredienti spesso stucchevoli, per niente romantici, poco esaltanti. Libererà se stesso dall' ossessione perdente del frondismo, e libererà la sinistra da almeno un pezzo della sua rattristante soma di buon senso. Almeno la Fumagalli Carulli, almeno quella, torni a far parte del pacchetto di responsabilità che competono, in un paese che si rispetti, ai moderati di destra.
GIA' è stato stabilito che un governo precariamente in sella da appena un anno e mezzo, e costruito rappezzando i cocci di una buona dozzina di ex partitoni e neopartitini, è un "regime". Che Di Pietro (se cito di nuovo, e citerò ancora, il Giornale, è solo per dovere cronistico: si tratta della più diffusa e autorevole voce del centrodestra italiano) è "il Castro del Mugello", epiteto perfino indulgente se si considera che su quello stesso quotidiano vita e opere di Romano Prodi sono descritte come quelle di Tamerlano. Che la stampa, tutta, e i telegiornali, tutti meno le due vetrinette domestiche di Fede e Liguori, sono asserviti al potere (dev' essere per questo che Corriere della Sera, Nazione, Carlino, Giorno, Tempo, Mattino, Panorama, per restare solo ai più diffusi, attaccano il governo un numero no e tre sì). Che la scuola pubblica, in pochi mesi, è diventata "palestra di leninismo", "fabbrica di sudditi", "cingolo di trasmissione del regime", e dunque non resta, ai veri liberali, che foraggiare le Orsoline (cosa che, per altro, il "regime" pare entusiasta di fare). Che il concetto stesso di istruzione pubblica, cavallo di battaglia delle classi dirigenti liberali che hanno fatto l' Italia, è "stalinista" (parola del neo-pensatore Giancarlo Magalli, rilanciata dal Giornale). Che l' erezione è di destra e il sesso moscio di sinistra, come autorevolmente riportato da uno dei (venti) nuovi e molto penetranti settimanali di destra. Chi scrive ha bazzicato per una vita nella sinistra. Conosce bene, dunque, anche per averlo praticato, il piacere consolatorio di dirsi vittime del pecoronismo di massa, dei servizi segreti, dello Stato, della Cia, della Fiat, della Spectre, del Vaticano, di Capitol, di Canzonissima e degli arbitri di calcio venduti ad Agnelli. La sinistra radicale ha prodotto giornali, come Servire il popolo, che definirono a nove colonne il terremoto del Friuli "Nuovo crimine della borghesia". Però avevamo tutti, anche gli sventurati di Servire il popolo, vent' anni, e a molti, già allora, per fortuna scappava da ridere. Oggi ne hanno cinquanta i colleghi del Giornale che parlano di "terremoto del Pds" (sic): chissà se si divertono anche loro, come chi è riuscito a protrarre l' adolescenza oltre le soglie della canizie. Una destra teen-ager, scapigliata come il papillon di Ferrara, vittimista e imbronciata come le tirate antigiudici di Berlusconi, punk come i titoli del Giornale, emarginata come le percentuali al Mugello, goliarda come la spassosa e gaglioffa agiografia di Previti scritta da Guarini su Panorama, torvamente sprezzante come gli editoriali di Feltri, può naturalmente autogratificarsi a vita. Di fronte le sta una sinistra alla quale le responsabilità di governo calzano come una molto tardiva e troppo ostentata maturità: c' è uno spreco di cravatte, abiti grigi, auto blu, buon senso, sottosegretariati, comunicati ufficiali, moderazione, saggi compromessi, opportune modifiche, concertanti aggiustamenti, che fanno apparire i quarantenni di governo come certe esili grucce oberate da giacche troppo imponenti: le sostengono a fatica. Però, di contro, sbucano a destra sessantenni dall' ottimo colorito e dalla riverita carriera, dai quali ti aspetteresti una lode del buon vino e del lungomare di Camogli; e invece sciorinano estenuate memorie di emarginazione e lunghe liste di torti e persecuzioni, come se sortissero da un' umida segreta e non da un' università. E amareggiati cinquantenni attribuiscono all' oppressione della cultura marxista il fallimento delle loro imprese giornalistico-editoriali, magari erano "La voce del tombino" o "Camerata, presente!" o la traduzione dell' opera omnia di un nazista turco, però è così comodo attribuirne la gracile diffusione allo spirito di epurazione del consociativismo antifascista. (A proposito: i cattedratici che diedero basi "scientifiche" alle leggi razziali sono tutti rimasti in cattedra fino agli anni Cinquanta e Sessanta.
Gli epuratori, oltre che spietati, furono evidentemente molto distratti. Vedi il bellissimo La parola ebreo di Rosetta Loy, nota vestale del regime). Ma infine: non sarebbe più equo, finalmemte, ripartire il peso della maturità, delle responsabilità, e di tutte le mortificanti noiosità che ne conseguono, tra sinistra e destra? Per esempio: piuttosto che lamentare la diserzione di un Dini o addirittura di una Fumagalli Carulli attribuendola all' onnivora ingordigia del regime, perché nel Polo non ci si adopera perché quei due distinti rappresentanti della corrente bridge della politica italiana tornino nella loro sede naturale? La fuga dei moderati dal Polo è l' ovvia conseguenza di una smodatezza di toni e di comportamenti che appaga, ripeto, l' anima frondista e infantile della destra, ma disgusta quella, scusate il termine scurrile, "di governo". La fronda, di destra come di sinistra, è il pepe della democrazia. Ma non è, piaccia o non piaccia, il grosso della pietanza. Il tracollo della candidatura Ferrara dimostra che una destra pulp può fare simpatia tra gli intellettuali spiritosi o tra i carbonari da caffè, ma questo non fa politica, fa letteratura. E la letteratura, si sa (basta leggere il Giornale) è biecamente controllata dalla sinistra. Meglio la politica: se ne riprenda, il Polo, la sua grossa e indigesta fetta, fatta di ingredienti spesso stucchevoli, per niente romantici, poco esaltanti. Libererà se stesso dall' ossessione perdente del frondismo, e libererà la sinistra da almeno un pezzo della sua rattristante soma di buon senso. Almeno la Fumagalli Carulli, almeno quella, torni a far parte del pacchetto di responsabilità che competono, in un paese che si rispetti, ai moderati di destra.
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