NEL SUO ultimo saggio "L' Italia di fine secolo" il professor Giulio Sapelli dà una nuova interpretazione di Mani pulite, di Tangentopoli e della svolta restauratrice: una alleanza che si è formata per strada fra i potentati economici e i partiti politici contro una magistratura che ha preteso troppo dalle sue limitate forze e dalla sua contraddizione congenita: di essere un istituto super partes, legato alla obbligatorietà della azione penale, al principio della legge eguale per tutti, che però deve fare degli interventi che hanno effetti politici, a volte dirompenti. Costretta a intervenire nella politica e nella economia senza avere una direzione politica ed economica e senza poter usare quelle armi fondamentali della politica e della economia che sono la tattica, le alleanze, i rapporti di forza. Proviamoci a svolgere il tema. Il potere economico ha avuto parte decisiva nella crisi della partitocrazia? Ha visto di buon occhio la dissoluzione dei grandi partiti clientelari di governo? Il sistema politico della prima repubblica a dir il vero era già in crisi dai primi anni Ottanta, salvato in extremis dal terrorismo rosso che aveva ricompattato lo Stato. Alla fine degli anni Ottanta era visibile, inarrestabile una sindrome cecoslovacca, l' autodissoluzione della partitocrazia consociata: nelle principali città le sezioni dei partiti erano deserte, la vita politica inesistente, unica attività frenetica quella delle tangenti e della loro redistribuzione. Il sistema è un castello di carte che crolla nelle province del nord alla prima spallata della Lega e alle prime defezioni dell' elettorato bianco. I grandi partiti di governo sono esautorati, il loro sistema di potere si sfalda, la magistratura coraggiosa vede aprirsi davanti ai suoi occhi ancora increduli l' occasione attesa dal primo giorno della unità di Italia: la legge è eguale per tutti. Con le prime indagini di Mani pulite essa accelera la crisi della partitocrazia con il consenso della opinione pubblica e anche dei potentati economici, della loro stampa. Anche essi sono stanchi della politica clientelare, dei suoi vincoli dei suoi prezzi. SONO i giorni in cui anche Silvio Berlusconi prende le distanze dai suoi amici politici, in cui anche la Confindustria guarda con favore il repulisti. Mani pulite va bene anche all' unico dei grandi partiti sopravvissuto alla bufera, il partito comunista poi Pds che ci vede la buona occasione per la sua svolta socialdemocratica e per sostituire il Psi in possibili maggioranze di governo, la meta sognata per mezzo secolo. E allora perché si è arrivati alla grande svolta restauratrice? Sapelli dice che essa era scritta nella comune appartenenza dei potentati economici e dei partiti politici all' area della corruzione. Ma a noi pare che ci si sia arrivati gradualmente e senza una chiara premeditazione. Per cominciare la magistratura di minoranza che ha scoperchiato le prime pentole della corruzione scopre che essa è molto, ma molto più grande di quanto si potesse immaginare. Sono gli stessi inquisiti che per opportunismo o in un clima di catarsi fanno a gara a confessare e a indicare nuove piste, ad aprire nuovi dossier. Ma la obbligatorietà dell' azione penale va rispettata, e con pochi uomini e pochi mezzi si cerca di far fronte alla marea di illegalità. La crisi della partitocrazia ha fatto saltare anche il sistema politico del Sud, le alleanze elettorali ed economiche con la mafia. A questo punto la convergenza fra poteri economici e politica nella avversione al "giustizialismo" diventa necessario anche se inconfessato. AI potentati economici che si apprestano alla competizione mondiale, a un capitalismo senza frontiere che non sopporta vincoli nazionali troppo stretti, la presenza di una magistratura con cui non si può tornare alle vecchie mediazioni appare intollerabile, e così alla politica che si sente esautorata e difende il suo primato difendendo il Parlamento anche se pieno di ladri e di complici dei ladri. Il dramma della magistratura è di essere istituzionalmente diversa dalla economia e dalla politica in un paese in cui le istituzioni sono troppo deboli e troppo opportuniste per poterle coprire le spalle e in cui l' opinione pubblica da sempre è tanto moralista a parole quanto cinica nei fatti, tanto più ora che sono evaporate le grandi ideologie, che l' opposizione operaia è sulle ginocchia e che il valore sommo è il denaro. L' avvocato Previti ha dichiarato recentemente che lavorano per lui decine di grandi avvocati in Italia e nel mondo. E i grandi avvocati possono pagarli solo quelli che dispongono di molto denaro. Anche i mezzi di comunicazione di massa appartengono a chi dispone di grandi capitali. A lume di ragion pratica la svolta restauratrice non dovrebbe conoscere ostacoli. Salvo forse uno: che un paese dove l' illegalità regna assoluta, dove le istituzioni non sono più credibili, dove sta dilagando l' anarchia del "fatti gli affari tuoi" non è un paese adatto alla modernità, non è un paese in cui l' economia possa chiedere allo Stato dei buoni servizi fondamentali e in cui una classe politica che ha ricominciato a pensare unicamente al potere sia in grado di fornirglieli. La lotta alla corruzione non è soltanto una questione morale, è una questione pratica, è la difesa delle istituzioni, delle regole del gioco senza le quali si può facilmente fare la fine delle economie asiatiche: avanzatissime tecnologicamente, ma corrotte e marce nelle istituzioni.
I commenti dei lettori