NON è VERO che la politica è sempre oscura: nei momenti cruciali, anzi, sa diventare molto esplicita. Ieri era una giornata cruciale per il futuro delle riforme istituzionali, e tutto ciò che è avvenuto è molto chiaro, nelle dichiarazioni, nelle intenzioni dei partiti e dei loro leader e più ancora nei retropensieri. Meno chiaro è il futuro del nostro sistema politico e istituzionale, che ancora una volta alla prova dei fatti si è dimostrato irriformabile. Un sistema vecchio e tuttavia resistente, perché la politica è troppo debole per riuscire a cambiarlo: e in questo caso, purtroppo, non ci sono parametri di Maastricht che possano obbligarci a metterci in regola. Il tentativo di varare la grande riforma nasceva da un misto di ambizioni, necessità, ambiguità. Il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, dal proporzionale al maggioritario, dal consociativismo al bipolarismo chiedeva e chiede una modernizzazione delle regole e non soltanto della prassi politica, parlamentare e di governo. L' ingresso in Europa comportava e comporta un recupero di efficienza istituzionale. L' erosione di fiducia del Nordest verso il sistema, insieme con l' emergenza del Sud pretendevano e continuano a pretendere una ridefinizione dei poteri in senso autonomista e federalista. Fin qui le necessità, che restano intatte, impellenti e interamente insoddisfatte.
L' ambizione di D' Alema era di guidare in prima persona questo processo di modernizzazione. In questo modo avrebbe strappato alla destra la parola d' ordine del cambiamento istituzionale e la bandiera della riforma, avrebbe assegnato a se stesso un ruolo da uomo di Stato nella legislatura in cui non poteva direttamente governare, avrebbe intanto compiuto il definitivo (o forse infinito) accreditamento del suo partito, mettendolo al centro e nel fulcro della riconsacrazione costituzionale, che concedeva a tutte le forze politiche la piena legittimità reciprocamente riconosciuta.
"UN' AMBIZIONE molto alta, e tuttavia legittima, perché incrociava una necessità di ammodernamento del sistema. Ma che si è risolta in una sconfitta perché ha creduto di poter governare con le leggi della politica - e della realpolitik - un' ambiguità che nasce fuori dalla politica, e ne prescinde. L' ambiguità è quella di Silvio Berlusconi, che cercava nelle riforme qualcosa che non era all' ordine del giorno della Bicamerale, perché politicamente inconfessabile: non un "cambio", ma uno "scambio". Il Cavaliere in questo è trasparente (al di là delle dichiarazioni in cui finge di parlare di politica) fin da quando è uscito da palazzo Chigi dopo la caduta del suo governo. Ciò che vuole, è un luogo politico di libero scambio, dove poter contare al di là dei ruoli di maggioranza e opposizione fissati dagli elettori, attraverso un qualche potere di veto e una qualunque condivisione delle scelte. Una sede di tutela reciproca e di rispetto garantito, come negli anni del Caf, dove le sue vicende aziendali possano mescolarsi alle riforme, le sue vicissitudini giudiziarie possano confondersi con i problemi del Paese, il suo ruolo non dipenda dall' esito del voto ma da un gioco delle parti prefissato. Berlusconi ha cercato questa garanzia prima nel governissimo tentato da Maccanico, poi nella proposta del "governone" offerto personalmente a D' Alema un minuto dopo l' apertura della crisi di governo da parte di Bertinotti. Poi, fallita ogni altra ipotesi, ha finalmente individuato nella Bicamerale l' albergo politico del libero scambio.
Più volte abbiamo denunciato i rischi di un' avventura che partiva minata da questa ambiguità. Berlusconi, in modo via via più esplicito, usava la Grande Riforma come un paravento per raggiungere obiettivi tutti esterni alla Bicamerale. Ciò che voleva - perché a questo lo spingeva il suo personale stato di necessità - era un condizionamento della giustizia, in senso diretto per quanto riguarda le inchieste che lo vedono indagato, e in senso più generale per i rapporti tra politica e magistratura. Il Cavaliere, con un' impresa impossibile in democrazia e in Occidente, chiedeva alla politica da un lato di inventare attraverso le riforme uno strumento capace di bloccare le indagini contro di lui o di metterlo comunque al riparo, e dall' altro lato di modificare il meccanismo generale di funzionamento della giustizia, garantendo nei fatti una sorta di rivincita dopo l' uragano di Mani pulite. Questa strategia era ed è palesemente inaccettabile nel suo vero obiettivo. Ma ha tuttavia camminato per mesi, spezzettata e palesata poco per volta, e "scambiata" a ogni incrocio della Bicamerale con una concessione istituzionale. Il gioco lungo favoriva il Cavaliere, finché ha pensato che il ruolo di Padre Costituente, interlocutore privilegiato di D' Alema, riformatore con le sorti della giustizia in mano, gli poteva garantire uno status speciale di salvaguardia, o almeno di rispetto da parte della magistratura. Alla fine, l' ambiguità si è risolta quando i nodi della giustizia stavano per venire al pettine, e il leader di Forza Italia ha capito che la Bicamerale non poteva decentemente dargli ciò che insistentemente chiedeva: salvo cambiare la natura democratica e liberale del sistema. A quel punto, mentre ancora stava negoziando sulla giustizia, il Cavaliere ha capito di essere finito fuorigioco, quando Fini ha ottenuto il semipresidenzialismo che era la sua bandiera. Fuorigioco, perché An non si sarebbe più immolata sulla giustizia, svendendo un risultato politico certo per seguire Berlusconi fino in fondo alla sua ossessione. Non restava che spezzare il gioco prima di perdere l' intera partita. è così che il Cavaliere ha rovesciato il tavolo, soffocando in una sola mossa la Bicamerale, le riforme, il suo ruolo di Padre Costituente, la bandiera di Fini, il rapporto con D' Alema. Il movente insieme esplicito e impolitico di questa rottura mette al riparo il governo, che può proseguire il suo cammino. Ma anche il governo sa che con la fine della Bicamerale si è spezzato l' unico filo di condivisione che legava insieme in questa legislatura maggioranza e opposizione in una minima comune responsabilità. Anzi, la Bicamerale ha funzionato in qualche modo - visto l' esito - come una bolla d' aria politica che ha tenuto il governo al riparo per mesi: al riparo anche dall' irresponsabilità istituzionale di un' opposizione che non molto tempo fa era rintanata su un improbabile Aventino a denunciare un incredibile "fascismo" di Romano Prodi. Per questo se D' Alema è sconfitto (e deve riflettere su metodi ed errori, perché la politica non è un origami o una battaglia navale), i suoi alleati-concorrenti nel centrosinistra non possono cantare vittoria, se non per meschinità politica o per miopia. Insieme, l' Ulivo deve trovare il modo di non rinnegare la spinta per le riforme, perché paradossalmente non tutto è governo e non tutto è amministrazione in una società che chiede di essere modernizzata. Soprattutto, deve finire il clima di sospetto reciproco, di punzecchiature e dispetti, che divide gran parte della classe dirigente dell' Ulivo, incapace dopo due anni di andar oltre l' alleanza elettorale, e dunque prigioniera di un suo "stato di necessità", simmetricamente a quanto accade al Cavaliere. Anche perché Berlusconi si è già rimesso in marcia, alla ricerca di quel luogo o di quel meccanismo in cui la politica diventa protezione, difesa, garanzia: deve per forza esistere, perché il Cavaliere lo ha già incontrato negli anni dorati del pentapartito. Dimenticata la Bicamerale, Berlusconi cerca ora il suo Sacro Graal nella proporzionale, la sede deputata di ogni potere di veto e di tutti i consociativismi. La Costituente, per lui, è prima di tutto questo, la proporzionale "realizzata".
Attorno, i fantasmi democristiani di ogni razza e colore, spezzoni di poteri forti tentati dal Grande Centro, furori anticomunisti attizzati sotto ceneri liberali. Tutto è pronto per il tentativo finale, quando il Cavaliere da nero si farà bianco, presentandosi all' Italia moderata come l' ultimo democristiano: o il primo doroteo.
L' ambizione di D' Alema era di guidare in prima persona questo processo di modernizzazione. In questo modo avrebbe strappato alla destra la parola d' ordine del cambiamento istituzionale e la bandiera della riforma, avrebbe assegnato a se stesso un ruolo da uomo di Stato nella legislatura in cui non poteva direttamente governare, avrebbe intanto compiuto il definitivo (o forse infinito) accreditamento del suo partito, mettendolo al centro e nel fulcro della riconsacrazione costituzionale, che concedeva a tutte le forze politiche la piena legittimità reciprocamente riconosciuta.
"UN' AMBIZIONE molto alta, e tuttavia legittima, perché incrociava una necessità di ammodernamento del sistema. Ma che si è risolta in una sconfitta perché ha creduto di poter governare con le leggi della politica - e della realpolitik - un' ambiguità che nasce fuori dalla politica, e ne prescinde. L' ambiguità è quella di Silvio Berlusconi, che cercava nelle riforme qualcosa che non era all' ordine del giorno della Bicamerale, perché politicamente inconfessabile: non un "cambio", ma uno "scambio". Il Cavaliere in questo è trasparente (al di là delle dichiarazioni in cui finge di parlare di politica) fin da quando è uscito da palazzo Chigi dopo la caduta del suo governo. Ciò che vuole, è un luogo politico di libero scambio, dove poter contare al di là dei ruoli di maggioranza e opposizione fissati dagli elettori, attraverso un qualche potere di veto e una qualunque condivisione delle scelte. Una sede di tutela reciproca e di rispetto garantito, come negli anni del Caf, dove le sue vicende aziendali possano mescolarsi alle riforme, le sue vicissitudini giudiziarie possano confondersi con i problemi del Paese, il suo ruolo non dipenda dall' esito del voto ma da un gioco delle parti prefissato. Berlusconi ha cercato questa garanzia prima nel governissimo tentato da Maccanico, poi nella proposta del "governone" offerto personalmente a D' Alema un minuto dopo l' apertura della crisi di governo da parte di Bertinotti. Poi, fallita ogni altra ipotesi, ha finalmente individuato nella Bicamerale l' albergo politico del libero scambio.
Più volte abbiamo denunciato i rischi di un' avventura che partiva minata da questa ambiguità. Berlusconi, in modo via via più esplicito, usava la Grande Riforma come un paravento per raggiungere obiettivi tutti esterni alla Bicamerale. Ciò che voleva - perché a questo lo spingeva il suo personale stato di necessità - era un condizionamento della giustizia, in senso diretto per quanto riguarda le inchieste che lo vedono indagato, e in senso più generale per i rapporti tra politica e magistratura. Il Cavaliere, con un' impresa impossibile in democrazia e in Occidente, chiedeva alla politica da un lato di inventare attraverso le riforme uno strumento capace di bloccare le indagini contro di lui o di metterlo comunque al riparo, e dall' altro lato di modificare il meccanismo generale di funzionamento della giustizia, garantendo nei fatti una sorta di rivincita dopo l' uragano di Mani pulite. Questa strategia era ed è palesemente inaccettabile nel suo vero obiettivo. Ma ha tuttavia camminato per mesi, spezzettata e palesata poco per volta, e "scambiata" a ogni incrocio della Bicamerale con una concessione istituzionale. Il gioco lungo favoriva il Cavaliere, finché ha pensato che il ruolo di Padre Costituente, interlocutore privilegiato di D' Alema, riformatore con le sorti della giustizia in mano, gli poteva garantire uno status speciale di salvaguardia, o almeno di rispetto da parte della magistratura. Alla fine, l' ambiguità si è risolta quando i nodi della giustizia stavano per venire al pettine, e il leader di Forza Italia ha capito che la Bicamerale non poteva decentemente dargli ciò che insistentemente chiedeva: salvo cambiare la natura democratica e liberale del sistema. A quel punto, mentre ancora stava negoziando sulla giustizia, il Cavaliere ha capito di essere finito fuorigioco, quando Fini ha ottenuto il semipresidenzialismo che era la sua bandiera. Fuorigioco, perché An non si sarebbe più immolata sulla giustizia, svendendo un risultato politico certo per seguire Berlusconi fino in fondo alla sua ossessione. Non restava che spezzare il gioco prima di perdere l' intera partita. è così che il Cavaliere ha rovesciato il tavolo, soffocando in una sola mossa la Bicamerale, le riforme, il suo ruolo di Padre Costituente, la bandiera di Fini, il rapporto con D' Alema. Il movente insieme esplicito e impolitico di questa rottura mette al riparo il governo, che può proseguire il suo cammino. Ma anche il governo sa che con la fine della Bicamerale si è spezzato l' unico filo di condivisione che legava insieme in questa legislatura maggioranza e opposizione in una minima comune responsabilità. Anzi, la Bicamerale ha funzionato in qualche modo - visto l' esito - come una bolla d' aria politica che ha tenuto il governo al riparo per mesi: al riparo anche dall' irresponsabilità istituzionale di un' opposizione che non molto tempo fa era rintanata su un improbabile Aventino a denunciare un incredibile "fascismo" di Romano Prodi. Per questo se D' Alema è sconfitto (e deve riflettere su metodi ed errori, perché la politica non è un origami o una battaglia navale), i suoi alleati-concorrenti nel centrosinistra non possono cantare vittoria, se non per meschinità politica o per miopia. Insieme, l' Ulivo deve trovare il modo di non rinnegare la spinta per le riforme, perché paradossalmente non tutto è governo e non tutto è amministrazione in una società che chiede di essere modernizzata. Soprattutto, deve finire il clima di sospetto reciproco, di punzecchiature e dispetti, che divide gran parte della classe dirigente dell' Ulivo, incapace dopo due anni di andar oltre l' alleanza elettorale, e dunque prigioniera di un suo "stato di necessità", simmetricamente a quanto accade al Cavaliere. Anche perché Berlusconi si è già rimesso in marcia, alla ricerca di quel luogo o di quel meccanismo in cui la politica diventa protezione, difesa, garanzia: deve per forza esistere, perché il Cavaliere lo ha già incontrato negli anni dorati del pentapartito. Dimenticata la Bicamerale, Berlusconi cerca ora il suo Sacro Graal nella proporzionale, la sede deputata di ogni potere di veto e di tutti i consociativismi. La Costituente, per lui, è prima di tutto questo, la proporzionale "realizzata".
Attorno, i fantasmi democristiani di ogni razza e colore, spezzoni di poteri forti tentati dal Grande Centro, furori anticomunisti attizzati sotto ceneri liberali. Tutto è pronto per il tentativo finale, quando il Cavaliere da nero si farà bianco, presentandosi all' Italia moderata come l' ultimo democristiano: o il primo doroteo.
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