✕

LA DOPPIA EREDITA'

6 minuti di lettura
LA FORZA politica di Bettino Craxi non si era dunque spenta nella lontananza di Hammamet, se la sua morte ieri ha sollevato quell' ondata di mozioni ed emozioni che hanno ridato passione a un Palazzo ormai spento e grigio. Era una forza disarmata e solitaria, sconfitta e velleitaria, e tuttavia titanica come tutta la vicenda craxiana, nel bene e nel male. Quella latitanza vissuta come un esilio, la condanna rivoltata in un atto d' accusa, una lunga battaglia politica e una drammatica vicenda giudiziaria che si confondevano in un' ossessione personale e privata, trasformata dal gigantismo craxiano nella tragedia di un intero partito, di una classe dirigente, di tutta la prima Repubblica. IL VORTICE di Tangentopoli ha travolto tutto dieci anni fa, ha inghiottito anche le ragioni e le intuizioni, presentando a Craxi per intero il conto di una politica disinvolta e di una prassi spregiudicata. E' saltato in aria il Psi, ridotto a puro craxismo, e il regime ha …
LA FORZA politica di Bettino Craxi non si era dunque spenta nella lontananza di Hammamet, se la sua morte ieri ha sollevato quell' ondata di mozioni ed emozioni che hanno ridato passione a un Palazzo ormai spento e grigio. Era una forza disarmata e solitaria, sconfitta e velleitaria, e tuttavia titanica come tutta la vicenda craxiana, nel bene e nel male. Quella latitanza vissuta come un esilio, la condanna rivoltata in un atto d' accusa, una lunga battaglia politica e una drammatica vicenda giudiziaria che si confondevano in un' ossessione personale e privata, trasformata dal gigantismo craxiano nella tragedia di un intero partito, di una classe dirigente, di tutta la prima Repubblica. IL VORTICE di Tangentopoli ha travolto tutto dieci anni fa, ha inghiottito anche le ragioni e le intuizioni, presentando a Craxi per intero il conto di una politica disinvolta e di una prassi spregiudicata. E' saltato in aria il Psi, ridotto a puro craxismo, e il regime ha scoperto che il Psi era diventato davvero il perno del sistema, mentre saltava in aria insieme con lui e la sua storia centenaria. Era rimasto ormai soltanto Craxi, senza craxismo e senza partito, un uomo irriducibile e solitario, lontano. Quest' uomo è morto ieri, dopo un' agonia politica più lunga e più dura della sua malattia. In mezzo a tante strumentalizzazioni, con i miserabili che tentano di usare la sua morte a loro vantaggio, dopo aver speculato in vita sulla sua malattia, la forma più leale di cordoglio è un ricordo senza ipocrisia: quell' ipocrisia italiana che lui, preferendo altri difetti, non frequentava. Craxi è un pezzo del dramma di questo Paese, è una parte della tragedia della sinistra. La sua contraddizione principale (quella che a ben vedere gli ha impedito di crescere nella pubblica opinione al livello dei partiti socialisti europei) è tra la spinta di innovazione che ha saputo portare nel sistema e nella sinistra, e il metodo politico della peggior tradizione italiana impiegato negli anni del suo potere. La modernizzazione del sistema e la riforma delle istituzioni sono state il vero progetto politico del craxismo, e anche il veicolo naturale di una concezione leaderistica della politica, semplificatrice, scandita per slogan e vissuta per campagne. Il decisionismo, che in realtà mascherava rudemente un tatticismo minuzioso e complicato, diventò la forma visibile di questa nuova politica, preoccupata e famelica di attrarre nel suo campo di forza ceti e interessi diversi, ipnotizzati dalla predicazione di "modernità" craxiana, la parola che consentiva di liberarsi di ogni vincolo e di ogni obbligo della sinistra tradizionale. L' altra grande partita, Craxi l' ha giocata infatti dentro il territorio della sinistra. Qui, da giovane- vecchio nenniano, ha portato le due idee-forza dell' autonomismo e del riformismo, che lo dovevano condurre necessariamente a scontrarsi con il Pci di quegli anni, e le ha innestate definitivamente sul vecchio corpo massimalista del Psi. Craxi era un socialista anticomunista. Ma per un lungo periodo ha creduto - anche qui, titanicamente - di poter sfidare il Pci sul terreno della collocazione internazionale, dell' atlantismo e della socialdemocrazia (in una parola, del riformismo) pensando di avere dalla sua parte la ragione della storia, e dunque di poter un giorno guidare lui la sinistra italiana non più comunista. Sta proprio qui, a mio parere, il principale merito di Craxi. Aver testimoniato il riformismo, che oggi è l' unica identità riconoscibile e riconosciuta della sinistra italiana, negli anni in cui quella parola era minoritaria, maledetta e velleitaria, perchè la storia non si era ancora compiuta. Qualunque forma avrà la sinistra nel mondo politico italiano alla fine del suo lungo travaglio, i due elementi craxiani del riformismo e della modernizzazione faranno necessariamente parte del suo bagaglio, come del resto ne fanno parte già oggi. E d' altronde non si può non ricordare che quando a Mosca cadde il comunismo e il Cremlino ammainò lo stendardo sovietico con la falce e il martello, Craxi fece esporre la bandiera rossa del Psi a via del Corso, proprio per ricordare l' esistenza di un pezzo di sinistra italiana che poteva mantenere il colore delle sue insegne e innalzarle, perchè non aveva più la falce e il martello leninisti, e cioè aveva già regolato i conti con quel mondo. Ma in questo gesto e in quel giorno, insieme con molte delle ragioni di Craxi, sta nascosto già tutto il suo dramma. Perchè quelle ragioni, immediatamente dopo, il leader socialista non ha potuto spenderle sul mercato della politica. La politica, anzi, si ribellò e rifiutò di consegnargli se stessa - con la guida del governo - davanti alla prima ondata di Tangentopoli, che investì direttamente proprio il Psi, com' era inevitabile, sommergendolo nello scandalo. Perchè anche Tangentopoli, ecco il punto, fa parte dell' eredità craxiana. Non è giusto, e non è onesto, separare il bene dal male. Fin dalla prima intervista del 1976, appena giunto alla segreteria, quando teorizza il "primum vivere", Craxi cerca titanicamente spazio tra le due Chiese della Dc e del Pci, che sente come una morsa. Per la sua vecchia cultura di minoranza, per l' ossessione socialista della congiura, Craxi vive dal primo giorno all' ultimo la politica come una guerra, fatta di fortificazioni, attacchi, ripiegamenti, alleanze anche spregiudicate, tunnel segreti e munizioni: molte munizioni, non importa da dove vengono. La "politique d' abord" nenniana diventa politica per il potere, il potere garantisce la forza, la forza si scambia con la politica, ne prende il posto. Tutto ciò (insieme con la diffidenza e il disprezzo per il vecchio corpo del Psi) porta Craxi a selezionare un ceto politico certamente "nuovo", ma indifferente ai valori, estraneo non solo alle abitudini di subalternità del Psi ma addirittura alla sua storia e alla sua tradizione, antropologicamente omogeneo solo a se stesso e al suo divenire, interessato al Psi esclusivamente come a una macchina violenta e veloce di crescita, a un moltiplicatore scientifico di forza, un acceleratore istituzionale di potere. La politica viene delegata tutta a Craxi che la riduce a sè, ingigantendosi a simbolo della doppia sfida al Pci e alla Dc. Quando lo scontro con Berlinguer dà nei numeri elettorali ragione al leader comunista, e quando il Pci alza il muro nei confronti del "nuovo" Psi, Craxi abbandona ogni ambizione di convertire la sinistra e converte più facilmente il Psi e se stesso ad un' alleanza con la parte moderata della Dc. E' l' ala di Gava, Andreotti e Forlani, che sente nell' aria il declino democristiano irreversibile, e consegna a Craxi la guida del governo pur di garantirsi una sopravvivenza. Per Craxi è la chiave del comando che non era riuscito a conquistare con i numeri, con l' ipotesi mitterrandiana, con la sfida al Pci. E' il tentativo di realizzare dal governo quella crescita socialista e riformista che non si è realizzata in politica. E' , comunque, la scorciatoia per il potere. Ed è anche la rinuncia all' ambizione più alta, quella di guidare il Paese guidando la sinistra, come capo riformista accettato e riconosciuto. Sono gli anni decisionisti di Sigonella (con gli applausi del Pci in aula alla Camera) e del referendum sulla scala mobile, con lo scontro decisivo con Berlinguer. Craxi comanda, ma è insieme il capo e il prigioniero di un quadrilatero moderato, in un' alleanza - il Caf - innaturale per il riformismo europeo, mentre sotto di lui e attorno a lui si ingigantisce una pratica politica che bada a garantire con qualunque mezzo il potere comunque conquistato. Qualcosa si intuisce anche a occhio nudo, in mezzo allo sfarzo della corte, al marinettismo futurista dei colonnelli, alla disinvoltura familiare milanese, ai nani e alle ballerine che spuntano nel vecchio Comitato Centrale. Finchè arriva Mario Chiesa, e si svela Tangentopoli. Craxi tenta prima di resistere dall' interno della politica, scavando un tunnel che lo possa portare a Palazzo Chigi grazie al patto d' alleanza con Forlani, convinto che le mura di quel palazzo lo proteggeranno fino a salvarlo. Non ci arriverà più. L' inchiesta lo raggiunge e tutte le ragioni politiche che il Psi ha accumulato nella sua storia di cent' anni precipitano nella miseria grandiosa di un giro d' affari clandestino, insediato nelle stesse stanze dove si faceva politica: e a questo punto non importa più se giusta o sbagliata. Craxi può ancora salvare il partito, anche se il Psi è immedesimato con lui, e la classe dirigente di contorno è intrinseca a quel sistema. Ma il leader rifiuta la strada che un altro grande inquisito, Helmut Kohl, seguirà dieci anni dopo. Craxi attacca la magistratura, la sua legittimazione, le sue indagini, mentre rigetta le sue sentenze e non risponde alle sue accuse. Fa della vicenda giudiziaria un caso politico, obbligando così il partito a seguirlo nella tragedia, fino al sacrificio per l' impossibilità di distinguersi. Lo schema è quello della congiura preordinata, con i giudici che si muovono per conto dei comunisti, e fanno fuori il Psi craxiano, il suo leader e un' intera classe dirigente. Uno schema che dà per scontato un collasso invisibile della democrazia italiana, dove i Tribunali del popolo si sarebbero sostituiti ai Tribunali della Repubblica e lavorerebbero al soldo di D' Alema e Veltroni. Uno schema che consente a Craxi di sottrarsi alla giustizia scegliendo la latitanza ad Hammamet: e chiamando la latitanza esilio. Craxi gioca la battaglia in prima persona. Altri - e primo fra tutti il fraterno amico Berlusconi - tenteranno di usare la sua battaglia, la sua figura, il suo "esilio" e infine la sua malattia per trarne vantaggio. Come oggi usano la sua morte, cinicamente. Tutto ciò, probabilmente, impedirà per qualche tempo ancora di fare davvero i conti con Craxi, come dovranno essere fatti, dalla sinistra prima di tutto. Sono i conti aperti di molte buone ragioni e di qualche grave torto, decisivo per travolgere un' esistenza, un' intera classe dirigente e un pezzo di storia socialista lunga cent' anni. Proprio quel pezzo che oggi manca all' appello - e non per colpa dei giudici -, e che avrebbe potuto fare da pesce pilota del riformismo italiano, senza aspettare il Duemila e il Lingotto. Per tutti questi motivi, la vicenda tragica e titanica di Bettino Craxi merita almeno davanti alla morte di essere salutata per ciò che è stata, senza il peso e la deformazione di interessi impropri e meschini.