NAPOLI - "La proposta del ministro Brunetta è un fortissimo arretramento al contrasto che è necessario fare alla criminalità organizzata". Non ha dubbi Antonello Ardituro, magistrato della Divisione distrettuale antimafia di Napoli, in merito alle dichiarazioni del ministro della Pubblica Amministrazione che vorrebbe sostituire i certificati antimafia con autocertificazioni da parte delle imprese.
Cosa non le piace della proposta di Brunetta?
"A mio avviso è davvero un controsenso. Altro che abbattuta, la certificazione antimafia andrebbe migliorata, intensificando i controlli sulle aziende. Spesso queste certificazioni si rivelano purtroppo insufficenti, perché i mafiosi ricorrono a prestanome o a società controllate per partecipare alle gare pubbliche. Ma questo non significa che vadano abolite, anzi, bisognerebbe impegnarsi per renderle più sostanziali, sottoposte a un controllo rigoroso, e non meramente formali come spesso diventano".
Non condivide l'obiettivo di semplificazione espresso dal ministro?
"Certo che lo condivido, ma il problema è il metodo. Bisognerebbe investire perché vengano informatizzate le informazioni delle forze dell'odine, perché le prefetture possano raggiungere in tempo reale le notizie riguardanti una ditta. Questo sarebbe semplificare, non eliminare delle procedure fondamentali come quella per il certificato antimafia. Già solo il fatto che le forze di polizia garantiscano una versione informatica delle informazioni in loro possesso velocizzerebbe in modo inimmaginabile i processi. Ma in prefettura siamo molto lontani da questo obiettivo. Anche la questione dell'autocertificazione, in sé é valida, e andrebbe incentivata in molte pratiche, come per esempio nelle dichiarazioni anagrafiche. Ma di certo non in questa: non si può chiedere a un'impresa a rischio mafia di autocertificare la propria estraneità".
Il ministro sostiene che non è necessario che l'impresa produca il certificato, perché quelle informazioni sono già nelle mani della Pubblica amministrazione. E' vero?
"No, o almeno, non esattamente. La legislazione in merito prevede che ogni volta che viene richiesta la certificazione antimafia si istituisca un istruttoria, volta a verificare che per quell'impresa non esista il rischio di infiltrazioni mafiose. La verifica dei dati a disposizione riguarda molti settori diversi, ed è questa che richiede tempo, non la presentazione del certificato in sé. Anche perché questo non è un documento che rimane uguale per sempre, sempre a disposizione della prefettura. Ogni volta che un'impresa si presenta a una gara pubblica deve partire una nuova richiesta d'informazioni alle forze dell'ordine. E' il momento della richiesta che impone l'istruttoria, e quindi i controlli antimafia all'impresa coinvolta. Non capisco come ciò possa avvenire, secondo Brunetta, se si toglie il momento della domanda. La prospettiva del ministro è quindi molto sbagliata. Così si complica, anziché semplificare, il già difficile lavoro delle prefetture e della lotta alle infiltrazioni mafiose".
Cosa non le piace della proposta di Brunetta?
"A mio avviso è davvero un controsenso. Altro che abbattuta, la certificazione antimafia andrebbe migliorata, intensificando i controlli sulle aziende. Spesso queste certificazioni si rivelano purtroppo insufficenti, perché i mafiosi ricorrono a prestanome o a società controllate per partecipare alle gare pubbliche. Ma questo non significa che vadano abolite, anzi, bisognerebbe impegnarsi per renderle più sostanziali, sottoposte a un controllo rigoroso, e non meramente formali come spesso diventano".
Non condivide l'obiettivo di semplificazione espresso dal ministro?
"Certo che lo condivido, ma il problema è il metodo. Bisognerebbe investire perché vengano informatizzate le informazioni delle forze dell'odine, perché le prefetture possano raggiungere in tempo reale le notizie riguardanti una ditta. Questo sarebbe semplificare, non eliminare delle procedure fondamentali come quella per il certificato antimafia. Già solo il fatto che le forze di polizia garantiscano una versione informatica delle informazioni in loro possesso velocizzerebbe in modo inimmaginabile i processi. Ma in prefettura siamo molto lontani da questo obiettivo. Anche la questione dell'autocertificazione, in sé é valida, e andrebbe incentivata in molte pratiche, come per esempio nelle dichiarazioni anagrafiche. Ma di certo non in questa: non si può chiedere a un'impresa a rischio mafia di autocertificare la propria estraneità".
Il ministro sostiene che non è necessario che l'impresa produca il certificato, perché quelle informazioni sono già nelle mani della Pubblica amministrazione. E' vero?
"No, o almeno, non esattamente. La legislazione in merito prevede che ogni volta che viene richiesta la certificazione antimafia si istituisca un istruttoria, volta a verificare che per quell'impresa non esista il rischio di infiltrazioni mafiose. La verifica dei dati a disposizione riguarda molti settori diversi, ed è questa che richiede tempo, non la presentazione del certificato in sé. Anche perché questo non è un documento che rimane uguale per sempre, sempre a disposizione della prefettura. Ogni volta che un'impresa si presenta a una gara pubblica deve partire una nuova richiesta d'informazioni alle forze dell'ordine. E' il momento della richiesta che impone l'istruttoria, e quindi i controlli antimafia all'impresa coinvolta. Non capisco come ciò possa avvenire, secondo Brunetta, se si toglie il momento della domanda. La prospettiva del ministro è quindi molto sbagliata. Così si complica, anziché semplificare, il già difficile lavoro delle prefetture e della lotta alle infiltrazioni mafiose".