Un capo del governo sotto pesante botta giudiziaria insiste nel voler mettere il bavaglio alla stampa. Berlusconi, proprio in forza delle inchieste che si affastellano - Bari dopo Napoli dopo Milano - e che rischiano di rivelare i suoi conversari al di fuori della legalità, vuole chiudere il capitolo e bloccare definitivamente il rubinetto delle intercettazioni. Non può legare le mani ai pubblici ministeri, perché su questo non lo seguirebbe la Lega, agisce allora sulla stampa, ripropone il bavaglio e il black out sulle conversazioni registrate nelle inchieste. Vuole anche ricorrere a un trucco, cercando di mettere in difficoltà il Pd. Come aveva già fatto all'inizio di luglio, su consiglio del suo avvocato Niccolò Ghedini, propone alla sua maggioranza di tornare al primo articolo della legge Mastella, approvata il 17 aprile 2007 alla Camera di fatto all'unanimità. Ben 447 i sì, solo in sette si astennero. Quella legge, nata sull'onda dello scandalo Antonveneta, metteva la museruola ai giornalisti. Perché impediva loro di pubblicare, anche per riassunto, gli atti e le intercettazioni di un'inchiesta fino al termine dell'udienza prelimare. In pratica fino al processo. Quella legge, che non a caso si arenò tra Camera e Senato e non vide mai la luce, faceva di più: stabiliva che, se in effetti si arrivava al processo, carte, verbali d'interrogatorio, rapporti di polizia, intercettazioni, tutto doveva restare riservato fino alla sentenza d'appello. Solo in quel momento sarà possibile una discovery completa. Nel frattempo, coltre nera sulle intercettazioni, di cui non si può dar conto, a stare alla Mastella, neppure nel contenuto, come invece è possibile fare per il resto del fascicolo.
Ora. Cosa spera Berlusconi lanciando questa "provocazione" al centrosinistra e in particolare al Pd? Che al suo interno si apra una contraddizione tra chi, come i dalemiani, non sono mai appartenuti al "partito delle procure" e vedono come fumo negli occhi le intercettazioni pubblicate sui giornali e chi, invece, e sono tanti in quel partito, condivide il giudizio catastrofico dei magistrati e dei giornalisti. Questa legge, dicono gli uni e gli altri, è la tomba delle investigazioni e la morte della cronaca giudiziaria. Con o senza la Mastella, la legge che il Cavaliere vuole approvare mette i bastoni nell'ingranaggio già delicato delle procure e delle indagini, e taglia per sempre il rapporto tra le inchieste giudiziarie e l'informazione.
Il perché è ben presto spiegato. Dal giugno 2008, quando è stato approvato in consiglio dei ministri il disegno di legge Alfano sugli ascolti, esso aveva due caratteristiche, che la presidente finiana della commissione Giustizia Giulia Bongiorno ha tentato in tutti i modi di eliminare: da un lato il bavaglio alla stampa, vietando di pubblicare, "anche nel contenuto", tutti gli atti processuali fino al dibattimento. Dall'altra, ecco il tentativo di indebolire lo strumento delle intercettazioni rendendolo sempre più difficile da usare per i pm. Prima il tetto dei reati portato a dieci anni, sceso poi a cinque anni grazie alle insistenze della Bongiorno, poi la durata a singhiozzo con pacchetti da 15 giorni rinnovabili (ma si era partiti da 45 giorni e basta) a patto di avere nuove ragioni per chiedere il rinnovo. Poi il tribunale collegiale cui chiedere le autorizzazioni a ottenere le microspie, un'altra "trovata" per rallentare i tempi e favorire i delinquenti. Per proseguire ecco la regola per favorire gli uomini della chiesa e informare subito il Vaticano in caso di inchieste, e all'opposto quella per colpire i blogger imponendo una rettifica, pena fino a 12mila euro di multa, entro le 48 ore. Un percorso a ostacoli dal quale né pm, né tantomeno i giornalisti potranno uscire.
Ora. Cosa spera Berlusconi lanciando questa "provocazione" al centrosinistra e in particolare al Pd? Che al suo interno si apra una contraddizione tra chi, come i dalemiani, non sono mai appartenuti al "partito delle procure" e vedono come fumo negli occhi le intercettazioni pubblicate sui giornali e chi, invece, e sono tanti in quel partito, condivide il giudizio catastrofico dei magistrati e dei giornalisti. Questa legge, dicono gli uni e gli altri, è la tomba delle investigazioni e la morte della cronaca giudiziaria. Con o senza la Mastella, la legge che il Cavaliere vuole approvare mette i bastoni nell'ingranaggio già delicato delle procure e delle indagini, e taglia per sempre il rapporto tra le inchieste giudiziarie e l'informazione.
Il perché è ben presto spiegato. Dal giugno 2008, quando è stato approvato in consiglio dei ministri il disegno di legge Alfano sugli ascolti, esso aveva due caratteristiche, che la presidente finiana della commissione Giustizia Giulia Bongiorno ha tentato in tutti i modi di eliminare: da un lato il bavaglio alla stampa, vietando di pubblicare, "anche nel contenuto", tutti gli atti processuali fino al dibattimento. Dall'altra, ecco il tentativo di indebolire lo strumento delle intercettazioni rendendolo sempre più difficile da usare per i pm. Prima il tetto dei reati portato a dieci anni, sceso poi a cinque anni grazie alle insistenze della Bongiorno, poi la durata a singhiozzo con pacchetti da 15 giorni rinnovabili (ma si era partiti da 45 giorni e basta) a patto di avere nuove ragioni per chiedere il rinnovo. Poi il tribunale collegiale cui chiedere le autorizzazioni a ottenere le microspie, un'altra "trovata" per rallentare i tempi e favorire i delinquenti. Per proseguire ecco la regola per favorire gli uomini della chiesa e informare subito il Vaticano in caso di inchieste, e all'opposto quella per colpire i blogger imponendo una rettifica, pena fino a 12mila euro di multa, entro le 48 ore. Un percorso a ostacoli dal quale né pm, né tantomeno i giornalisti potranno uscire.