Politica

L'INTERIVISTA

Il pm Borgna: senza intercettazioni
dovremo arrampicarci sugli specchi

Il magistrato che a Torino ha trattato il caso dell'omicidio con il machete: abbiamo preso l'assassino controllando i telefoni. Le nuove norme fanno aumentare gli ostacoli di VLADIMIRO POLCHI

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ROMA  -  Un caso recente risolto con un'intercettazione. E un omicida catturato grazie all'ascolto di una semplice telefonata. È quanto accaduto pochi giorni fa a Torino, dove un giovane romeno è stato ucciso a colpi di machete. A raccontarlo è Paolo Borgna, procuratore aggiunto a Torino: "L'assassino ha chiamato il padre da una cabina pubblica: in pochi minuti i carabinieri lo hanno localizzato e gli hanno stretto le manette ai polsi". Borgna coordina il gruppo di lavoro Sicurezza urbana. Per anni si è occupato di tratta di esseri umani. Tra il 2001 e il 2003 ha lavorato a Bruxelles, come esperto di criminalità transfrontaliera.

Ci racconti dunque questo caso risolto da una telefonata.
"È un caso recente, di cui le cronache nazionali hanno parlato. Torino, Borgo Aurora, uno dei luoghi caldi della criminalità di strada. Nove di sera. Gli abitanti dei palazzi del lungo Dora sentono salire dalla strada urla strazianti. Si affacciano e vedono un giovane che, impugnando un machete, sta infierendo su un altro uomo. Con colpi ripetuti gli taglia una mano. Poi si accanisce sull'altro braccio. La gente urla, implora il giovane di fermarsi. Un uomo cerca di intervenire ma viene respinto dalla minaccia del machete. Con un colpo finale, di fronte a quella platea sgomenta e impotente, l'aggressore uccide la vittima. Poi scappa. In poche ore i carabinieri riescono a conoscere il nome dell'assassino. Ora bisogna prenderlo. Ed è qui che entrano in campo le intercettazioni: disposte dal pm con urgenza, lavorando giorno e notte, man mano che si scoprivano le schede in uso alle persone che l'assassino in fuga avrebbe potuto contattare. Sapendo che più passava il tempo più sarebbe stato facile, per l'omicida, lasciare l'Italia per il suo Paese d'origine. Per lui sarà fatale l'intercettazione di un'utenza in uso al padre, che sta all'estero. L'assassino lo chiama da una cabina pubblica: in pochi minuti i carabinieri lo localizzano e gli stringono le manette ai polsi".

Stando a quel che afferma il  governo, il disegno di legge sulle intercettazioni non indebolisce le indagini dei pm. Cosa ribatte?  Quanto e come si complicherà il vostro lavoro?
"Nel caso che ho raccontato, con la disciplina prevista dalla riforma si sarebbe ottenuto lo stesso risultato? Onestamente rispondo: sì. Accompagnandolo con molti "ma". Avremmo ottenuto lo stesso risultato arrampicandoci faticosamente sui vetri. Innanzitutto perché i numerosi decreti urgenti del pm avrebbero dovuto essere convalidati non dal gip del suo stesso tribunale (come è ora) ma da un collegio di giudici del capoluogo di Regione. E ciò può provocare serie difficoltà quando il pm che procede sta in provincia e la necessità di inviare nel capoluogo, per ogni decreto urgente, tutti gli atti può scontrarsi coi tempi stretti di un'indagine convulsa. La maggiore difficoltà verrebbe però da un dettaglio. Oggi le intercettazioni si possono disporre su qualunque utenza il cui ascolto sia utile per indagare su gravi reati per cui ci siano gravi indizi. Con la riforma si potranno intercettare solo le utenze degli indagati e quelle usate da persone diverse "per conversazioni o comunicazioni attinenti ai fatti per i quali si procede". Si può dire, a priori, che il telefono del padre di un fuggitivo, che nulla sa del reato commesso dal figlio, sia usato per conversazioni che riguardano il fatto per cui si procede? Certo, in un caso come quello dell'assassino del machete,sosterrei questa tesi; e intercetterei il padre. Ma, appunto, per farlo, dovrei arrampicarmi sui vetri: motivare a lungo per superare il significato strettamente letterale della norma. Per farlo, perderei tempo prezioso. E non è detto che il giudice mi darebbe ragione. Come se il nostro processo non fosse già pieno di ostacoli sempre più fitti e alti. Né si sarebbe potuto, nel nostro caso, applicare la norma che, anche con la riforma, consente di intercettare un telefono per "ricercare un latitante". Perché, in quelle prime ore delle indagini, il ricercato non era ancora, tecnicamente, un "latitante"".

Quali indagini, in base alla sua esperienza, diventerebbero impossibili o comunque difficili con la riforma in discussione?
"Molte indagini per reati di mafia  -  per i quali poco cambia con la riforma  -  sono lo sviluppo di indagini nate investigando su un reato minore (per esempio, all'associazione per traffico di droga spesso si arriva con intercettazioni su semplici compravendite: art. 73 della legge sugli stupefacenti). Lo stesso discorso può farsi per i reati economici, strumentali all'associazione mafiosa. Imporre  -  come fa la riforma  -  stretti limiti temporali alle intercettazioni per questi reati (minori ma comunque gravi) rischia di riflettersi negativamente anche sulle indagini per reati di mafia".  

Cosa risponde a quanti dicono che le intercettazioni costano tanto e se ne fanno troppe?
"Mi risulta che la spesa sia già in forte diminuzione. A Torino, dal 2006, abbiamo ridotto la spesa del 60%! Grazie soprattutto a una migliore organizzazione che - come lo stesso ministero ci ha riconosciuto - può servire come modello di "buona pratica". È vero che in altri Paesi le intercettazioni disposte dai giudici sono molto meno che in Italia. Ma lì le intercettazioni sono fatte dalla polizia: in modo meno controllato e con numeri che neppure si riescono a conoscere. Il vero problema, a mio parere, è la pubblicazione di conversazioni private, che non hanno alcuna rilevanza nel processo. Su questo punto sono favorevole a una riforma. Sono favorevole a un'udienza filtro, in cui il giudice disponga la distruzione delle conversazioni irrilevanti. E favorevole a contrastare, in tutti i modi, chi fa uscire queste conversazioni".    
 
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