di LIANA MILELLA
ROMA - Via il carcere pesante, fino a tre anni, per i giornalisti che pubblicano intercettazioni "irrilevanti", quelle che, in un lavoro di scrematura delle carte giudiziarie tra pm, gip e avvocati, sarebbero destinate a finire in un armadio blindato senza mai essere svelate sui media. Il relatore del ddl sulle intercettazioni, il pidiellino Enrico Costa, lo ufficializza a La7: "Sanzioni adeguate, ma non punitive, a questo sto lavorando". A questo, e anche a molto altro, lavora Costa: l'udienza-filtro anticipata, forse coincidente con il tribunale del riesame, per eliminare il blackout delle notizie e il bavaglio alla stampa, l'autorizzazione di tre giudici, le regole delle riprese audio-video, le motivazioni per ottenere una registrazione. Tutto questo, da parte del Pdl, per agganciare l'opposizione.
Dice Costa: "È nostro auspicio che il ddl venga approvato non solo dalla maggioranza". Niente fiducia? "L'obiettivo è cercare il consenso dell'opposizione in Parlamento". E ancora: "È una legge che può essere votata senza la fiducia". Fiducia che, va detto, non solo è mal vista dal Quirinale, ma comporta poi un voto segreto finale. Un passaggio che potrebbe essere utilizzato dal gruppo di Scajola per dissociarsi dalla maggioranza. E che fa paura. È un fine settimana decisivo per il destino della legge. Che si è aperto ieri con un incrocio fittissimo di telefonate. Da una parte il Pdl, dall'altra soprattutto l'Udc. Il partito che anche giovedì, nello scorcio di dibattito alla Camera, con Pierluigi Mantini, ha lanciato un messaggio esplicito, "non forzate la mano, mantenete la mediazione della Bongiorno e noi ne trarremo le conseguenze". Non si spostano da qui gli uomini di Casini, lui e i suoi tacciono per tutto il giorno. Ma la posizione resta quella della conferenza stampa Bongiorno-Rao-Pisicchio, "la nostra linea del Piave è la mediazione Bongiorno, o si torna lì o niente".
Ma è chiaro, a sentirli, che l'interesse a una legge "non vendicativa nei confronti di giudici e giornalisti", per usare una frase che il leader Casini ha speso più volte nell'ultima settimana, c'è tutto. Anche se è vero, come ha detto di nuovo Fini, "che i problemi degli italiani sono altri", tuttavia la legge è alla Camera, Berlusconi vuole farla approvare "per mettere fine a un sistema barbaro", a "uno scandalo quotidiano di cui non si riesce più a denunciare la gravità e l'anomalia", come ha ripetuto ancora ieri. E dunque contenere la rabbia del Cavaliere, sfruttare il suo momento di evidente difficoltà politica, evitare la fiducia e migliorare la legge, può essere un obiettivo.
Tutto dipende dalle prossime ore. Soprattutto dalla qualità sostanziale delle modifiche. Sulle quali sono molto freddi sia il Pd che l'Idv, convinti come sono che la legge sia negativa nel suo complesso, e non cambi solo perché migliora un singolo comma. Questo spiega il silenzio sui possibili emendamenti resi noti da Repubblica. Proprio a partire dai tre anni di carcere per la stampa. Costa sta esaminando la proposta alternativa della Pd Donatella Ferranti, che diversifica fortemente la sanzione. Carcere "fino a 90 giorni o ammenda da 5 a 30mila euro" se si pubblicano intercettazioni destinate alla distruzione o quelle che riguardano terze persone non indagate. Ma la minaccia della cella scende a 45 giorni e la multa si attesta tra 3 e 15mila euro se finiscono sui giornali quelle "irrilevanti".
Idem per quella finestra di blackout, oggi prevista con il lodo Costa, tra un provvedimento dei giudici che può contenere telefonate registrate (un'ordinanza di arresto, di perquisizione, di sequestro) e l'udienza-filtro. Costa e lo stesso Niccolò Ghedini lavorano a una soluzione diversa, potrebbe essere un'udienza a ridosso della misura o che coincida con il tribunale del riesame. Ma anche su questo l'Udc ha deciso che sta a guardare finché non vedrà in concreto il nuovo pezzo di carta.
ROMA - Via il carcere pesante, fino a tre anni, per i giornalisti che pubblicano intercettazioni "irrilevanti", quelle che, in un lavoro di scrematura delle carte giudiziarie tra pm, gip e avvocati, sarebbero destinate a finire in un armadio blindato senza mai essere svelate sui media. Il relatore del ddl sulle intercettazioni, il pidiellino Enrico Costa, lo ufficializza a La7: "Sanzioni adeguate, ma non punitive, a questo sto lavorando". A questo, e anche a molto altro, lavora Costa: l'udienza-filtro anticipata, forse coincidente con il tribunale del riesame, per eliminare il blackout delle notizie e il bavaglio alla stampa, l'autorizzazione di tre giudici, le regole delle riprese audio-video, le motivazioni per ottenere una registrazione. Tutto questo, da parte del Pdl, per agganciare l'opposizione.
Dice Costa: "È nostro auspicio che il ddl venga approvato non solo dalla maggioranza". Niente fiducia? "L'obiettivo è cercare il consenso dell'opposizione in Parlamento". E ancora: "È una legge che può essere votata senza la fiducia". Fiducia che, va detto, non solo è mal vista dal Quirinale, ma comporta poi un voto segreto finale. Un passaggio che potrebbe essere utilizzato dal gruppo di Scajola per dissociarsi dalla maggioranza. E che fa paura. È un fine settimana decisivo per il destino della legge. Che si è aperto ieri con un incrocio fittissimo di telefonate. Da una parte il Pdl, dall'altra soprattutto l'Udc. Il partito che anche giovedì, nello scorcio di dibattito alla Camera, con Pierluigi Mantini, ha lanciato un messaggio esplicito, "non forzate la mano, mantenete la mediazione della Bongiorno e noi ne trarremo le conseguenze". Non si spostano da qui gli uomini di Casini, lui e i suoi tacciono per tutto il giorno. Ma la posizione resta quella della conferenza stampa Bongiorno-Rao-Pisicchio, "la nostra linea del Piave è la mediazione Bongiorno, o si torna lì o niente".
Ma è chiaro, a sentirli, che l'interesse a una legge "non vendicativa nei confronti di giudici e giornalisti", per usare una frase che il leader Casini ha speso più volte nell'ultima settimana, c'è tutto. Anche se è vero, come ha detto di nuovo Fini, "che i problemi degli italiani sono altri", tuttavia la legge è alla Camera, Berlusconi vuole farla approvare "per mettere fine a un sistema barbaro", a "uno scandalo quotidiano di cui non si riesce più a denunciare la gravità e l'anomalia", come ha ripetuto ancora ieri. E dunque contenere la rabbia del Cavaliere, sfruttare il suo momento di evidente difficoltà politica, evitare la fiducia e migliorare la legge, può essere un obiettivo.
Tutto dipende dalle prossime ore. Soprattutto dalla qualità sostanziale delle modifiche. Sulle quali sono molto freddi sia il Pd che l'Idv, convinti come sono che la legge sia negativa nel suo complesso, e non cambi solo perché migliora un singolo comma. Questo spiega il silenzio sui possibili emendamenti resi noti da Repubblica. Proprio a partire dai tre anni di carcere per la stampa. Costa sta esaminando la proposta alternativa della Pd Donatella Ferranti, che diversifica fortemente la sanzione. Carcere "fino a 90 giorni o ammenda da 5 a 30mila euro" se si pubblicano intercettazioni destinate alla distruzione o quelle che riguardano terze persone non indagate. Ma la minaccia della cella scende a 45 giorni e la multa si attesta tra 3 e 15mila euro se finiscono sui giornali quelle "irrilevanti".
Idem per quella finestra di blackout, oggi prevista con il lodo Costa, tra un provvedimento dei giudici che può contenere telefonate registrate (un'ordinanza di arresto, di perquisizione, di sequestro) e l'udienza-filtro. Costa e lo stesso Niccolò Ghedini lavorano a una soluzione diversa, potrebbe essere un'udienza a ridosso della misura o che coincida con il tribunale del riesame. Ma anche su questo l'Udc ha deciso che sta a guardare finché non vedrà in concreto il nuovo pezzo di carta.