Politica

"Intercettare, arma di precisione
contro pedofili e camorristi"

Parla Milto De Nozza, pm alla procura di Brindisi: "Gli ascolti sono stati indispensabili anche in processi per stupro, pedofilia e faide fra gruppi criminali". E ancora: "Con le nuove norme, dovremmo mandare la richiesta di autorizzazione al distretto giudiziario di Lecce. Strozzati come siamo dai tagli, sarebbe un enorme dispendio di energie"
di SONIA GIOIA

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BRINDISI - "Quando le parlai per la prima volta non aveva ancora dieci anni. Mi raccontò che da anni veniva trascinata in un casolare e stuprata da quattro uomini, a turno. Mi raccontò del branco, di quello che le facevano, ma non seppe o ebbe paura di dirmi chi fossero. Svelammo l'identità dei quattro pedofili grazie a una intercettazione. Il più giovane aveva 44 anni, il più vecchio 75, era il nonno. Con la nuova legge quelle intercettazioni non sarebbero state autorizzate, gli aguzzini sarebbero ancora liberi". Nessun dubbio per il pubblico ministero della procura di Brindisi Milto De Nozza, presidente della sottosezione dell'Anm. Per il giovane magistrato antimafia che dal 4 novembre 2006 vive sotto scorta le intercettazioni sono "un'arma di precisione", essenziale non solo contro la Sacra corona unita.

Lei sostiene che con la nuova legge le intercettazioni che incastrarono gli aguzzini della piccola vittima non sarebbero state autorizzate. Perché?
"Il testo attualmente in esame prevede che le intercettazioni ambientali in auto vengano autorizzate solo sulla scorta dei presupposti attualmente previsti per le intercettazioni in casa: devi riuscire a dimostrare al giudice che il reato è ancora in corso, che si sta ancora consumando. In quel caso non era così. La vicenda accadde a Cellino San Marco, nel 2005. Quando piazzammo la cimice nell'auto di uno dei quattro aguzzini della bimba, gli stupri erano già cessati, gli indagati erano già stati perquisiti dalla polizia giudiziaria ed erano in allarme. In auto, sentendosi al sicuro, parlarono liberamente. Studiarono la strategia per dimostrare che non conoscevano la piccola vittima. Fra quegli uomini c'era anche il nonno, che prima di quella conversazione non era ancora  nemmeno sospettato. L'intercettazione fu un'arma di precisione, come spesso accade, grazie alla quale sono stati tutti condannati con sentenza definitiva al massimo della pena prevista per questi reati. Ma non è l'unico caso".
Che ruolo hanno le intercettazioni nella lotta alla criminalità organizzata?
"Le faccio un esempio, clamoroso, come l'omicidio di Daniele Carella. Con i limiti previsti dall'attuale proposta di legge difficilmente avremmo individuato il killer con tanta celerità, scongiurando fra l'altro una faida fra famiglie criminali. Era l'11 aprile 2007.  Quella notte ci fu un alterco per debiti di droga fra Fabio Fornaro, detto la Belva, già condannato per 416 bis, e Angelo Palma che a Fornaro doveva dei soldi per una partita di stupefacenti acquistata e mai pagata. A seguito di questo diverbio, la Belva si procurò delle armi, e appena incrociò l'auto guidata da Palma, fece fuoco. Fu colpito per errore il passeggero Daniele Carella. Morì, aveva trent'anni. Quella stessa notte i parenti della vittima, cercarono di farsi giustizia da sé, per fortuna senza successo. Era il preludio a una guerra fra famiglie. Nelle stesse ore, in perfetta coincidenza, erano sotto intercettazione ambientale due personaggi legati al mondo dello spaccio, un'altra inchiesta dunque, del tutto estranea al delitto".
Come si incrociarono le due inchieste?
"In una conversazione i pusher parlarono del fatto di sangue, indicando precisamente il nome del killer di Carella. Arrivammo all'autore dell'omicidio grazie ad un stralcio di quella conversazione che in seguito ha trovato numerosi riscontri. Fabio Fornaro è stato condannato con sentenza passata in giudicato per omicidio volontario a vent'anni di carcere, in abbreviato. Difficilmente saremmo arrivati ad un risultato così celere, scongiurando fra l'altro la faida fra famiglie e le prevedibili vendette incrociate, se fosse stata in vigore la normativa attuale che vieta esplicitamente di adoperare le intercettazioni per procedimenti diversi da quelli in cui sono state autorizzate. Il testo in esame lo dice esplicitamente, e non sono nemmeno questi gli unici limiti". 
Cos'altro contesta?
"L'architrave complessivo è molto più complicato. Adesso il giudice che autorizza le intercettazioni è il giudice monocratico, domani dovrebbe essere un collegio e non un collegio qualsiasi, ma un collegio in sede distrettuale. Per la procura di Brindisi in pratica vuol dire che domani dovrebbe essere il giudice distrettuale di Lecce ad autorizzare le nostre richieste, in quanto sede di corte d'appello. Questo creerebbe difficoltà in prima battuta da un punto di vista logistico. In un momento come questo, in cui siamo strozzati da tagli alla benzina, alle auto e anche al personale, far transitare le richieste da Brindisi a Lecce significa un enorme dispendio di energie, umane e materiali. Per non parlare del rischio di fuga delle notizie, che aumenterebbe esponenzialmente".
Il nuovo testo impone  forti limitazioni alla pubblicazione delle intercettazioni, lei cosa ne pensa?
"L'attuale modifica introdurrebbe una forte limitazione al diritto di informazione,  che ritengo inaccettabile. Resta il fatto che è assolutamente necessario evitare una pubblicazione indiscriminata delle intercettazioni, che dovrebbe essere limitata invece a questioni di pubblico interesse. Il discrimine è questo, ma la limitazione non può che essere demandata alla deontologia del giornalista, nessun altro strumento o divieto o censura potrebbe avere la stessa efficacia, a mio avviso".
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