AUSCHWITZ – Si chiamano Judenrampe e Bahnrampe. Sono le due fermate lungo il binario che porta al campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz. Sono i luoghi del non ritorno. E’ su queste rampe che venivano separate le famiglie, uomini e donne; è qui che si selezionavano gli ebrei destinati a morire subito da quelli – una minoranza – considerati abili al lavoro forzato. E’ qui che comincia il racconto dei sopravvissuti, nella visita organizzata – su iniziativa di Walter Veltroni – per una cinquantina di parlamentari (due Pdl, una leghista, una senatrice dell’Udc e per il resto in gran parte esponenti del Pd). La rampa è il confine estremo prima della disumanizzazione.
Gli addii sul binario. “Qui portarono via mia sorella Lucia”, racconta Sami Modiano. Era il 1944 e lui aveva appena 13 anni. “Mio padre provò a trattenerla ma fu riempito di botte”. Modiano, che oggi ha 80 anni, racconta e piange: “Sono riuscito a vedere Lucia ancora qualche volta. La notte mi avvicinavo al suo lager e mi bastava guardare la sua figura da lontano. Una sera decisi di regalarle la mia cena, cioè un pezzo di pane da 125 grammi. Glielo buttai avvolto in un fazzoletto. Lei però me lo rilanciò, aggiungendovi la sua fetta. Aveva avuto la mia stessa idea. Fu l’ultima volta che la vidi”.
Sulla rampa parte anche il racconto di Nedo Fiano, che di anni ne ha 87. “E’ qui accanto al binario che ho dato l’addio a mia madre”, racconta. “Mi gridò: ‘ Nedo, abbracciami. E’ l’ultima volta che ci vediamo’. Mi strinse come non aveva mai fatto prima. Aveva capito tutto, fin dall’arrivo del treno”.
“Per il camino”. Ma fino a che punto i prigionieri erano consapevoli di quanto accadeva nel campo di concentramento? Piero Terracina, che mise piede a Birkenau quando aveva 14 anni, spiega: “Già dall’arrivo, quando ci portarono nella cosiddetta sauna per la rasatura e il tatuaggio, le SS ci dissero: ‘Guardate quelle fiamme e quel fumo, sono i vostri cari che escono dai camini. Voi farete la stessa fine’. Ce lo dicevano mentre noi eravamo completamente nudi. E mentre loro parlavano io guardavo i loro stivali lucidissimi”.
Un numero sulla pelle. Il tatuaggio, in realtà, era riservato ai prigionieri che superavano la prima selezione. Gli altri finivano nelle camere a gas direttamente. Tatiana e Andra Bucci, nel gruppo dei sopravvissuti, sono chiamate ancora “le bambine” perché avevano 6 e 4 anni all’arrivo. “Io per ricordare il mio numero tatuato – racconta Tatiana - devo sempre sollevare la manica. L’ho rimosso”. Nedo Fiano ha invece chiamato il suo libro di memorie come la sua matricola: “A5405”. Andra dice addirittura di essere orgogliosa del suo numero: “Perché mi ricorda che ce l’ho fatta”.
Bambini come cavie. Delle camere a gas e dei forni crematori restano solo le rovine. I nazisti li fecero esplodere alla fine del ’44, a guerra ormai persa, nel vano tentativo di nascondere l’orrore dello sterminio, la loro fabbrica della morte. E’ rimasta in piedi invece la kinder barak, il campo destinato a quei pochi bambini che sfuggivano alla morte immediata.
Andra Bucci racconta: “Io e mia sorella non fummo mandate subito alle camere a gas perché sembravamo gemelle e i gemelli interessavano al dottor Mengele per i suoi esperimenti. Ma ci salvammo anche perché la responsabile della baracca si era affezionata a noi due e ci aveva avvertite: ‘Se vi offrono di incontrare vostra madre, non vi fate avanti’. Purtroppo nostro cugino Sergio, che aveva 6 anni, non resistette alla tentazione. E fu portato via con un treno insieme a una ventina di altri piccoli”. Sergio finì vittima degli esperimenti di un medico delle Ss. Gli fu inoculato il bacillo della tubercolosi, ma il giorno prima dell’arrivo degli alleati era ancora vivo. Fu impiccato a un gancio da macellaio, come tutti gli altri sopravvissuti ai test.
“Abbiamo presentato un disegno di legge – dice Walter Veltroni - che chiede una giornata della memoria per i bambini della Bullen Huser (ndr, dal nome della struttura dove avvenivano gli esperimenti). E’ all’ordine del giorno in commissione Affari costituzionali, speriamo di farlo marciare velocemente”.
La prima volta dei parlamentari. Veltroni è già stato molte volte ad Auschwitz con le scolaresche, come sindaco di Roma. Differenze, rispetto all’esperienza coi parlamentari? “Gli occhi lucidi dei ragazzini, davanti all’orrore del lager, sono ingenui e stupefatti. Ma ancor più importante è la commozione di persone con esperienze consolidate”. Al secondo giorno di questo viaggio nella memoria – cominciato ieri a Cracovia – i pochi esponenti di centrodestra della delegazione sembrano più disinvolti, col gruppone Pd. Sono contento di essere venuto qui insieme a persone con idee diverse”, dice Renato Farina, uno dei deputati Pdl. La collega di partito, Manuela Di Centa, “compagna di banco in aula”, aggiunge: “Bisogna guardare al passato per pensare al futuro”. Insomma, una giornata di tregua rispetto alle polemiche furiose di cui arriva notizia dall’Italia.
E i sopravvissuti, che differenza hanno notato, rispetto alle precedenti visite con le scolaresche? “Non ci sono differenze, adulti e bambini fanno le stesse domande”, dice Piero Terracina. “I ragazzi naturalmente sono più rumorosi, ma la commozione e il silenzio nel lager sono gli stessi”, commenta Andra Bucci. E Sami Modiano: “Con i ragazzi c’è un’emozione particolare: senti che, dopo aver ascoltato la tua testimonianza, torneranno a casa e la loro vita non sarà più la stessa”.
Nell’agenda dei politici, intanto, può essere inserito il caso del memoriale dedicato agli ebrei italiani. “E’ l’unico chiuso, perché ha bisogno di restauri”, avverte Leone Paserman, presidente della fondazione museo della Shoah. “Gli altri Paesi che hanno avuto vittime ad Auschwitz l’hanno fatto. Noi siamo bloccati”.
Gli addii sul binario. “Qui portarono via mia sorella Lucia”, racconta Sami Modiano. Era il 1944 e lui aveva appena 13 anni. “Mio padre provò a trattenerla ma fu riempito di botte”. Modiano, che oggi ha 80 anni, racconta e piange: “Sono riuscito a vedere Lucia ancora qualche volta. La notte mi avvicinavo al suo lager e mi bastava guardare la sua figura da lontano. Una sera decisi di regalarle la mia cena, cioè un pezzo di pane da 125 grammi. Glielo buttai avvolto in un fazzoletto. Lei però me lo rilanciò, aggiungendovi la sua fetta. Aveva avuto la mia stessa idea. Fu l’ultima volta che la vidi”.
Sulla rampa parte anche il racconto di Nedo Fiano, che di anni ne ha 87. “E’ qui accanto al binario che ho dato l’addio a mia madre”, racconta. “Mi gridò: ‘ Nedo, abbracciami. E’ l’ultima volta che ci vediamo’. Mi strinse come non aveva mai fatto prima. Aveva capito tutto, fin dall’arrivo del treno”.
“Per il camino”. Ma fino a che punto i prigionieri erano consapevoli di quanto accadeva nel campo di concentramento? Piero Terracina, che mise piede a Birkenau quando aveva 14 anni, spiega: “Già dall’arrivo, quando ci portarono nella cosiddetta sauna per la rasatura e il tatuaggio, le SS ci dissero: ‘Guardate quelle fiamme e quel fumo, sono i vostri cari che escono dai camini. Voi farete la stessa fine’. Ce lo dicevano mentre noi eravamo completamente nudi. E mentre loro parlavano io guardavo i loro stivali lucidissimi”.
Un numero sulla pelle. Il tatuaggio, in realtà, era riservato ai prigionieri che superavano la prima selezione. Gli altri finivano nelle camere a gas direttamente. Tatiana e Andra Bucci, nel gruppo dei sopravvissuti, sono chiamate ancora “le bambine” perché avevano 6 e 4 anni all’arrivo. “Io per ricordare il mio numero tatuato – racconta Tatiana - devo sempre sollevare la manica. L’ho rimosso”. Nedo Fiano ha invece chiamato il suo libro di memorie come la sua matricola: “A5405”. Andra dice addirittura di essere orgogliosa del suo numero: “Perché mi ricorda che ce l’ho fatta”.
Bambini come cavie. Delle camere a gas e dei forni crematori restano solo le rovine. I nazisti li fecero esplodere alla fine del ’44, a guerra ormai persa, nel vano tentativo di nascondere l’orrore dello sterminio, la loro fabbrica della morte. E’ rimasta in piedi invece la kinder barak, il campo destinato a quei pochi bambini che sfuggivano alla morte immediata.
Andra Bucci racconta: “Io e mia sorella non fummo mandate subito alle camere a gas perché sembravamo gemelle e i gemelli interessavano al dottor Mengele per i suoi esperimenti. Ma ci salvammo anche perché la responsabile della baracca si era affezionata a noi due e ci aveva avvertite: ‘Se vi offrono di incontrare vostra madre, non vi fate avanti’. Purtroppo nostro cugino Sergio, che aveva 6 anni, non resistette alla tentazione. E fu portato via con un treno insieme a una ventina di altri piccoli”. Sergio finì vittima degli esperimenti di un medico delle Ss. Gli fu inoculato il bacillo della tubercolosi, ma il giorno prima dell’arrivo degli alleati era ancora vivo. Fu impiccato a un gancio da macellaio, come tutti gli altri sopravvissuti ai test.
“Abbiamo presentato un disegno di legge – dice Walter Veltroni - che chiede una giornata della memoria per i bambini della Bullen Huser (ndr, dal nome della struttura dove avvenivano gli esperimenti). E’ all’ordine del giorno in commissione Affari costituzionali, speriamo di farlo marciare velocemente”.
La prima volta dei parlamentari. Veltroni è già stato molte volte ad Auschwitz con le scolaresche, come sindaco di Roma. Differenze, rispetto all’esperienza coi parlamentari? “Gli occhi lucidi dei ragazzini, davanti all’orrore del lager, sono ingenui e stupefatti. Ma ancor più importante è la commozione di persone con esperienze consolidate”. Al secondo giorno di questo viaggio nella memoria – cominciato ieri a Cracovia – i pochi esponenti di centrodestra della delegazione sembrano più disinvolti, col gruppone Pd. Sono contento di essere venuto qui insieme a persone con idee diverse”, dice Renato Farina, uno dei deputati Pdl. La collega di partito, Manuela Di Centa, “compagna di banco in aula”, aggiunge: “Bisogna guardare al passato per pensare al futuro”. Insomma, una giornata di tregua rispetto alle polemiche furiose di cui arriva notizia dall’Italia.
E i sopravvissuti, che differenza hanno notato, rispetto alle precedenti visite con le scolaresche? “Non ci sono differenze, adulti e bambini fanno le stesse domande”, dice Piero Terracina. “I ragazzi naturalmente sono più rumorosi, ma la commozione e il silenzio nel lager sono gli stessi”, commenta Andra Bucci. E Sami Modiano: “Con i ragazzi c’è un’emozione particolare: senti che, dopo aver ascoltato la tua testimonianza, torneranno a casa e la loro vita non sarà più la stessa”.
Nell’agenda dei politici, intanto, può essere inserito il caso del memoriale dedicato agli ebrei italiani. “E’ l’unico chiuso, perché ha bisogno di restauri”, avverte Leone Paserman, presidente della fondazione museo della Shoah. “Gli altri Paesi che hanno avuto vittime ad Auschwitz l’hanno fatto. Noi siamo bloccati”.