ROMA - E' morto a Roma Giorgio Rossi, a lungo commentatore politico di Repubblica. Era nato nel dicembre del '27. Entrato giovanissimo al Corriere della Sera nel '46, lasciò poi via Solferino per l'Unità e Paese Sera. Fu poi chiamato da Eugenio Scalfari alla nascita di Repubblica, e ne fu a lungo editorialista e notista politico. In seguito è stato anche direttore di Paese Sera e commentatore su altri quotidiani, come il Secolo XIX.
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Era un altro mondo, c'era Craxi, la Dc, il Pci non ancora Pd. La Lega si cominciava ad intuire, Berlusconi era ancora un imprenditore dell'edilizia e della tv che i grandi nomi dell'economia guardavano con il sopracciglio alzato. Un altro mondo, e nel Palazzo della politica De Mita percorreva su e giù il Transatlantico di Montecitorio sottobraccio a qualche giornalista a cui confidava i suoi "raggionamendi". Giorgio Rossi conosceva quel mondo come nessun altro.
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La Repubblica era un giornale già affermato, ma ancora giovane rispetto al panorama della stampa nazionale. Le note di Giorgio Rossi spiazzavano la concorrenza non solo per l'acutezza dell'analisi, ma anche per lo stile asciutto, sobrio, essenziale. I nessi, le contraddizioni, i doppi sensi e le trappole della politica, negli articoli di Giorgio, erano svelati con chiarezza. Rossi veniva da Paese sera. C'era un'antica scuola di giornalismo e di conoscenza della politica in quella colonna di piombo che ogni sera Giorgio consegnava al desk della politica e alla lettura del direttore Eugenio Scalfari, prima che a notte fonda, quando le prima copie del quotidiano erano distribuite nelle edicole del centro a Roma e a Milano, il mondo politico venisse a conoscenza dei segreti e delle trame che pensava di aver abilmente nascosto. Per Giorgio non erano segreti, ma oggetti di giornalismo, di analisi politica, di acuta osservazione di un mondo che allora più di adesso amava circondarsi di mistero. Ogni sera, in inverno, consegnato il suo pezzo al desk, Giorgio Rossi indossava il suo elegante cappotto blu, e avvolgendosi la sciarpa bianca con un gesto volutamente teatrale, ci salutava così: "Signori... a domani". Un signore bello, alto e sorridente lasciava la redazione. Un signore ci ha lasciato ieri notte. Ciao Giorgio.