Politica

L'EDITORIALE

La rabbia dei barbari
chi urla e chi spara

di EUGENIO SCALFARI

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Sono avvenuti molti fatti nuovi negli scorsi giorni, che riguardano l'Europa in tempesta, ma l'evento centrale che tutti li riassume è stato l'elezione del socialista François Hollande alla guida della Francia. Non è soltanto una svolta politica francese, ma di tutta l'Unione ed ha un doppio significato: riafferma la volontà di rafforzare l'unità europea e di puntare sulla crescita economica e sulla moneta unica nel quadro della stabilità.

Molti temevano che quell'evento fosse bocciato dai mercati producendo così nuovi sconquassi finanziari; ma le cose sono andate diversamente. I mercati hanno capito e si sono allineati, anche i governi hanno capito e si sono allineati anch'essi. Si sta di fatto manifestando una convergenza di intenti che coinvolge l'Italia, la Spagna, l'Olanda, i tre paesi baltici, i Balcani, l'Irlanda, il Portogallo e perfino la Grecia. In Germania il partito socialdemocratico aumenta il suo peso in tutte le elezioni cantonali che si susseguono in questi mesi; quando l'anno prossimo ci saranno le elezioni politiche la soluzione che fin d'ora si profila sarà quella della coalizione tra Cdu e Spd.

Il Parlamento europeo e la Commissione di Bruxelles sono già su questa linea. Il riformismo non solo economico ma sociale emerge ormai come il solo sbocco possibile per uscire da una crisi recessiva che dura da anni e che sta producendo ovunque fenomeni preoccupanti.

L'evento francese è avvenuto attorno a due parole: i giovani, le diseguaglianze. Esse contraddistinguono la sinistra del ventunesimo secolo. Ma eguaglianza senza libertà è una parola vuota e fa intravedere sullo sfondo dittature e tirannie; libertà senza eguaglianza spalanca la via a privilegi e a caste oligarchiche. Bisogna dunque coniugarli insieme quei due valori per costruire un presente accettabile e una speranza di futuro.

 Su queste due parole dobbiamo dunque concentrarci limitando il nostro ragionamento al caso italiano che riecheggia anche gli altri con cause ed effetti sempre più interdipendenti.

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Chi dice di amare la politica ma di detestare i partiti esprime una dicotomia priva di senso perché la politica non si può fare senza i partiti. Da che mondo è mondo è sempre stato così. La politica è affidata a persone che decidono di operare insieme perché condividono una visione del bene comune.

Possono avere l'obiettivo di distruggere le istituzioni esistenti, ma una volta che quella distruzione sia avvenuta ed anzi nel momento stesso in cui avviene debbono dire che cosa vogliono mettere al suo posto. A questo punto sono essi stessi diventati un partito, comunque lo si voglia chiamare.

In tutti i paesi dell'Occidente sono sorti in questi anni di crisi movimenti di "arrabbiati". La recessione e i sacrifici che ne derivano sono stati il loro brodo di coltura, in Grecia, in Spagna, in Olanda, in Austria, in Germania, in Usa e naturalmente anche in Italia. Da noi gli arrabbiati si sono radunati sotto le insegne di Beppe Grillo e dello slogan "Vaffa" con quel che ne segue. Alcuni di loro però si sono presentati alle elezioni amministrative già cinque anni fa e si propongono ora di esser presenti anche alle future elezioni politiche.

Chi di loro ha partecipato con evidente successo alle recenti comunali ha dovuto indicare un programma, sia pure limitato, di obiettivi amministrativi usando un linguaggio politico per ottenere consenso. Il cemento per ora è il "Vaffa", cioè il rifiuto dell'esistente, ma anche un elenco di obiettivi da realizzare che comporterà inevitabili alleanze e modalità politiche. Grillo non vorrebbe quelle modalità ma le sue urla comiziesche si affievoliranno inevitabilmente se i suoi seguaci vorranno cimentarsi con la politica.

La Lega in questo senso fa testo. Quando nacque aveva come finalità la conquista d'una regione inventata, la Padania, e la sua secessione dall'Italia; ma via via che conquistava Comuni e poi Province e infine due Regioni, diventò inevitabilmente un partito. Condivise per anni il governo berlusconiano avallandone i pregi (pochi), i difetti (molti), le nefandezze (numerose). Degenerò trasformandosi in un partito inquinato dai virus della clientela e della corruzione. Ha perso in queste elezioni metà del suo elettorato. Ha vinto a Verona dove c'era e c'è un bravissimo sindaco la cui lista personale ha raccolto il 30 per cento dei voti mentre la lista del suo partito ne ha raccolto soltanto il 10. Tosi non è più un leghista, ma un sindaco come Fassino e Pisapia. Con una differenza però: il bravo Tosi non ha una visione del bene comune appropriata all'Italia ma soltanto quella della sua città. E così sarà anche per gli amministratori eletti nelle liste "5 Stelle".

Gli arrabbiati nella Lega non sono molti. Gli scontenti che rifiutano di pagare le tasse, quelli sì sono tanti, è un fenomeno assai diffuso coi tempi che corrono. Gli scontenti sono dappertutto. In Francia si sono ammucchiati in un partito vero e proprio che risucchierà una parte del gollismo e rappresenterà la nuova destra francese. In Grecia hanno messo in crisi i partiti tradizionali ma ora si trovano davanti a un bivio assai impegnativo: nelle nuove elezioni dovranno scegliere se vogliono restare in Europa dove stanno male o uscirne con la fondata prospettiva di stare molto peggio.

Questa è la vera linea di frattura in tutta Europa e riguarda anche la cancelliera Merkel. Anche per lei il problema è quello se uscire dall'Euro e quindi sfasciare l'Europa. Senza l'Europa i tedeschi starebbero meglio o peggio? La pancia suggerisce a molti di loro che starebbero meglio; la ragione suggerisce il contrario.

L'alleanza che si sta formando intorno a Hollande fa appello alla ragione.

Se la Merkel non lo capirà, l'Euro affonderà e annasperemo tutti in mezzo alla tempesta. Gli arrabbiati che oggi assediano le sedi di Equitalia staranno peggio di tutti.

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Monti è un liberale pragmatico come gran parte dei suoi ministri; sono tutti consapevoli che il rigore era necessario purché affiancato da provvedimenti di crescita.

Il rigore era più facile (e più doloroso) da conseguire; la crescita presupponeva invece una politica europea perché non si può crescere da soli.

La Commissione di Bruxelles è da tempo su questa linea, la Bce anche, ma la Germania no, non ancora. La vittoria di Hollande è stata il punto di svolta e lo si comincia a vedere anche in Italia. Alcuni ministri, finora piuttosto in ombra, sono emersi in prima fila: Passera, Barca, Balduzzi, Riccardi. Il ministro dello Sviluppo l'altro ieri ha illustrato a Napolitano gli interventi previsti per la crescita e ne ha ottenuto il plauso. Il presidente della Repubblica batte da tempo su quel tasto ed ha inviato a Hollande più di un messaggio auspicando uno stretto raccordo col governo italiano. Monti dal canto suo è sulla stessa linea.

Il problema non è quello di isolare la Merkel ma di modificarne le priorità. E quindi: investimenti in infrastrutture europee affidate alla Banca degli investimenti (Bei), accettazione di investimenti nazionali per infrastrutture e ricerca che non gravino sul debito sovrano e sul deficit, raccolta di fondi sul mercato europeo con le stesse destinazioni produttive.

E intanto ricerca di risorse italiane e misure italiane di immediata attuazione, a cominciare dal pagamento dei debiti del Tesoro verso le imprese fornitrici che attendono da tempo il saldo dei propri crediti. Sarebbe un'iniezione di liquidità benedetta e dovrebbe accadere tra pochi giorni.

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Dei tre partiti che sostengono il governo Monti, ciascuno per proprio conto e per le proprie ragioni, uno, il Pdl, è uscito a pezzi dalle elezioni amministrative del 6 maggio; un altro (Udc) non ha perso voti ma è diventato irrilevante perché non è riuscito ad intercettare neppure un voto di quelli che defluivano dal centrodestra. Infine il Pd: ha perso moderatamente in voti assoluti e in percentuale ma rimane tuttavia il solo vero perno aperto al futuro, con un riformismo consapevole dei sacrifici imposti dalla situazione ma pienamente aderente agli obiettivi del socialista Hollande con il quale del resto è affratellato nell'Internazionale.

Il Pd è tornato a proporre le elezioni a doppio turno sul modello francese, ma non è contrario alla riforma proporzionalistica abbozzata dagli "sherpa" dei tre partiti (Violante, Adornato, Quagliariello) e neppure al mantenimento del "Porcellum" se il Pdl dovesse schierarsi su quella posizione senza consentire alternative.
In quest'ultima ipotesi sarebbe molto opportuna la formazione d'una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità, del cui recupero c'è urgente bisogno e che interpella la società civile prima ancora dei partiti politici.

Nel principio di legalità c'è anzitutto l'etica pubblica da rispettare, la lotta alle mafie e alle oligarchie corporative, la giustizia nella pubblica amministrazione, la legalità fiscale (evasione) e la legalità costituzionale.
Una lista formata da persone competenti e civilmente impegnate nella difesa di questi valori darebbe un tono quanto mai riformatore al partito democratico e lo accrediterebbe come struttura portante a servizio della società civile.

Da questo punto di vista sembra inopportuno aprire oggi la competizione per la nomina del leader che guiderà il Pd nelle elezioni del 2013. Quel nome esiste già ed è il segretario in carica. Le primarie ci saranno se sarà necessaria una coalizione. Dipende dalla legge elettorale ma meglio sarebbe comunque che il Pd fosse il luogo politico della riunione di tutti i riformisti, a cominciare da Vendola. I moderati sono un'altra cosa, non c'è dubbio che il governo che uscirà dalle elezioni dovrà essere il risultato d'una alleanza politica tra riformisti democratici e moderali liberali. Da questo punto di vista è quanto mai opportuno non scrivere alcun nome d'un leader sulla scheda elettorale, anche per evitare il ripetersi di una grave scorrettezza costituzionale in palese contraddizione con le prerogative del capo dello Stato cui spetta la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri.

Il Pdl scalpita ed è praticamente imploso. Gruppi e sottogruppi disputano la loro futura collocazione. Il vecchio Capo pensa probabilmente ad una sorta di lista civica nazionale che tenga uniti i moderati di centro e gli ultrà di destra, da Casini a Storace passando per La Russa.

Credo che sia un vano pensiero, almeno per quanto riguarda Casini. Le liste civiche hanno un senso se si prefiggono la difesa di valori specifici ma non se sono la foglia di fico per nascondere un partito logoro e scaduto.

Il presidente Napolitano guarda con attenzione al comportamento dei partiti e del governo, ma guarda soprattutto alla società italiana, ai suoi punti di debolezza e ai suoi punti di forza e d'impegno civile.
L'opera continua che assorbe tutto il suo tempo è un monitoraggio incessante per evitare fughe improvvise all'indietro e recuperare il senso di un riformismo attivo.

Le due parole "giovani e diseguaglianze" sono state le sue prima ancora che Hollande le pronunciasse. È una vita che Giorgio Napolitano ha speso per dare ai giovani certezze sul presente e speranze per il futuro e garantire pari opportunità per tutti gli italiani. Mai come oggi quei valori sono bersaglio degli irresponsabili e mai come oggi debbono essere scritti sulla bandiera della modernità politica e civile.
 
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