Politica

Il retroscena

Ecco il partito trasversale anti-stampa
quella strana alleanza al Senato

Dal Pdl Malan al Pd Maritati, così sperano nella norma-vendetta contro i giornalisti, da inserire nel cosiddetto ddl salva-Sallusti. Ieri prima frenata in aula al Senato, oggi forse l'accordo
di LIANA MILELLA

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C'È una voglia di rivalsa assai brutta a vedersi. Il risentimento di alcuni senatori contro i giornalisti lo cogli nei ragionamenti e negli aggettivi. Alla fine nella prepotenza delle ipotesi legislative. Accomuna inesorabilmente destra e sinistra. Succede allora che Malan parla come Maritati. Uno Pdl, l'altro Pd. Che Bodega, l'ex leghista, assomigli alla democratica Magistrelli.

Il partito trasversale anti-stampa arriva battagliero nell'aula di palazzo Madama. È pronto a vendicarsi del nemico di sempre ed è sicuro di farcela. Dà fuoco alle polveri per un'intera mattina. Peccato ignori che nel frattempo pure il falco Gasparri, quello che ha firmato per primo la proposta sulla diffamazione con Chiti, abbia deciso di ammorbidire le pretese, forse consigliato dal più mite Quagliariello.

L'hanno visto più volte parlare fitto fitto con Anna Finocchiaro che, pur conscia di avere più di uno scheletro in casa, ha fatto la voce grossa e ha puntato i piedi. Ha strapazzati, con Luigi Zanda ha spuntato modifiche. Poi ha cominciato a premere sul Pdl. Intendiamoci, anche se le multe dovessero calare e le rettifiche diventare meno tassative, se viene meno la "responsabilità oggettiva" del direttore, tuttavia questa resta una brutta legge contro la stampa.

Le sorprese sono dietro l'angolo. Il "partito trasversale" è pronto a colpire. Ancora stamane quando si voterà. Bisogna sentirli parlare per capirne la determinazione. La palma del "nemico numero uno" se la conquista Lucio Malan, il nordico biondino ex leghista, poi forzista, poi nel Pdl. Dei giornalisti dice: "Le loro campagne finiscono in taluni casi per sostituire i giudici". Guai a toccare la casta. Serve una normetta ad hoc. Eccola: "Costituisce in ogni caso offesa a un corpo politico, amministrativo o giudiziario, l'attribuzione di specifiche gravi inefficienze non sussistenti, di gravi eccessi non reali di spese, di emolumenti presentati come eccessivi e non realmente erogati, di paragoni falsi con altre analoghe istituzioni o procedure, e ogni altra attribuzione di fatti non reali, i quali suscitino il discredito nei confronti di detti soggetti". È il prototipo della norma pro-casta, vieta qualsiasi articolo contro il politico che approfitta dello Stato. Il dipietrista Li Gotti lo attacca. Lui persevera: "Persone e istituzioni devono essere tutelate contro la menzogna".

Che c'entra tutto questo con il carcere di Sallusti? Nulla ovviamente, ma l'occasione è "ladra" per regolare conti in sospeso. Alberto Maritati, dalemiano di Lecce, ex magistrato con un figlio magistrato, è di quelli che ai giornalisti non fa sconti. Si sfoga in aula: "Si parla di attacco alla libertà di stampa, di misure che vanno oltre il necessario, ma nessuno sembra interessarsi dei diritti delle parti lese. Se l'onorabilità di una persona è un bene supremo non si può procedere alla semplice depenalizzazione della diffamazione, un reato che può avere conseguenze devastanti per la vita delle persone".

Furibondo come Giacomo Caliendo, anche lui magistrato, sottosegretario di Alfano finito nell'inchiesta P3, ma uscitone illeso, tutto archiviato. Adesso ha firmato l'emendamento anti-Gabanelli, il giornalista paga tutto di tasca sua, nessuna copertura dell'editore. Ha fatto un passo indietro, non l'ha ripresentato per l'aula, ma la convinzione resta: "La proposta non era animata da volontà di vendetta, al contrario intendeva esaltare la dignità professionale del giornalista che passa anche attraverso l'assunzione della responsabilità personale". Della serie, se i soldi sono tuoi stai più attento. Caliendo deve ricordaseli ancora i titoli dei giornali su di lui e adesso teorizza: "Chi sbaglia deve rettificare immediatamente, solo in quel caso si potrà ottenere la non punibilità".

Sarebbe un errore negare che, in queste ore, Pd e Pdl sono percorsi da un brivido. Finocchiaro e Gasparri sanno, Quagliariello vestito da colomba sa, che qualsiasi accordo può saltare in aula sull'onda dell'astio verso la "casta" dei giornalisti. Così ci chiamano, la vera casta siamo noi della stampa, non loro. Questo spinge una del Pd come Marina Magistrelli a sposare la linea dura contro chi pubblica "una ricostruzione colposamente sbagliata di un fatto di cronaca". Se questo accade "è giusto prevedere un concorso di responsabilità tra editore e giornalista, il quale non può essere considerato immune da ogni conseguenza del proprio comportamento doloso".

A sentirla parlare non la distingui da Lorenzo Bodega, ex leghista della prima ora, ora nel gruppo Misto. Per lui questa legge non è che "un punto di partenza" e se la stampa protesta è solo perché "gli editori hanno il forte timore di essere sanzionati per notizie false e diffamatorie per le quali è doveroso stabilire pene esemplari e pienamente risarcitorie". Merita chiudere con Antonino Caruso, avvocato ex An ora Pdl: "Il Senato vuole imbavagliare la stampa? E io invece sono per applicare la legge sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche anche alle aziende editoriali, le quali dovrebbero rispondere direttamente del reato compiuto dai giornalisti". 
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