"Sallusti? Sono pronto a perdonarlo.
il carcere non lo auguro a nessuno"
di LIANA MILELLA
Il giudice Cocilovo diffamato dal giornalista e l'ipotesi di grazia. Santanché: "Io non la chiedo. Non è una battaglia di Alessandro ma di tutti i giornalisti, dovrebbe chiederla il presidente dell'Ordine". E in Parlamento si lavora per una legge che elimini il carcere e potenzi la rettifica
ROMA - È appesa a molti fili la grazia che Napolitano potrebbe concedere a Sallusti. Uno conduce ovviamente al direttore del Giornale, alla sua compagna Daniela Santanché, al figlio, ai suoi avvocati, a chi potrebbe chiedere un provvedimento di clemenza. Santanché è recisa: "La grazia? Nessuno di noi farà un passo, questa non è una battaglia di Alessandro, ma di tutti i giornalisti, dovrebbe farsi avanti il presidente dell'Ordine Iacopino". E, subito dopo, nelle parole di Santaché esplode la preoccupazione per l'udienza di giovedì sull'evasione di Sallusti dai domiciliari: "Io ho visto il filmato, lui non è evaso affatto, ma se gli danno due o tre anni che succede?". Già, se dovessero condannarlo questa sarebbe la pietra tombale su qualsiasi grazia. Al Quirinale lo sanno bene tant'è che nel colloquio di domenica tra Napolitano e Severino si è parlato anche di questo.
Ma c'è un…
Ma c'è un…
ROMA - È appesa a molti fili la grazia che Napolitano potrebbe concedere a Sallusti. Uno conduce ovviamente al direttore del Giornale, alla sua compagna Daniela Santanché, al figlio, ai suoi avvocati, a chi potrebbe chiedere un provvedimento di clemenza. Santanché è recisa: "La grazia? Nessuno di noi farà un passo, questa non è una battaglia di Alessandro, ma di tutti i giornalisti, dovrebbe farsi avanti il presidente dell'Ordine Iacopino". E, subito dopo, nelle parole di Santaché esplode la preoccupazione per l'udienza di giovedì sull'evasione di Sallusti dai domiciliari: "Io ho visto il filmato, lui non è evaso affatto, ma se gli danno due o tre anni che succede?". Già, se dovessero condannarlo questa sarebbe la pietra tombale su qualsiasi grazia. Al Quirinale lo sanno bene tant'è che nel colloquio di domenica tra Napolitano e Severino si è parlato anche di questo.
Ma c'è un terzo filo di importanza strategica. Porta a Torino, dove vive e lavora il giudice Giuseppe Cocilovo, la vittima della diffamazione, il protagonista meno visibile dell'intera vicenda mediatica. Oggi magistrato di sorveglianza, ieri giudice tutelare. La sua voce conta, e molto, nel bilancino della grazia. Anche questo sanno sul Colle quando, valutando "la complessa situazione" (così l'ha definita in un tweet Cascella, il portavoce di Napolitano), considerano che la misura non deve urtare la sensibilità della parte lesa. In questo caso Cocilovo, visto che la sentenza della Cassazione che condanna Sallusti gli dà ragione.
E che fa Cocilovo? Che pensa? Non ha parlato quasi per nulla da quando la vicenda è esplosa. "L'unica intervista che avrei fatto, per me, era solo uno scambio di idee". Al telefono la sua cordialità è apparente. Un istrice sarebbe più avvicinabile. "Lei deve capire. Io potrei essere sentito e non posso anticipare nulla".
Insistere è un obbligo, anche se a Cocilovo "la vittima" tutto si vorrebbe giornalisticamente fare tranne che un altro torto. Lei perdonerebbe Sallusti? Attimo di silenzio. "Ho sempre pensato che legare la grazia al perdono sia del tutto anacronistico. La grazia si concede a chi se la merita. La persona offesa può anche non perdonare mai". Il suo è un no? "Se dovessi essere consultato scriverò poche righe dicendo che sì, il perdono glielo posso anche dare, ma perché io, con il lavoro che faccio, "questo" carcere che non rieduca, costringe al sovraffollamento e alla detenzione disumana non lo vorrei per nessuno". Pausa. Poi: "Questo lei non deve scriverlo. Io adesso non lo posso dire. Lo dirò quando me lo chiederanno ufficialmente". Eh sì, ma come si fa a non scrivere che non esiste un ostacolo Cocilovo sulla strada della grazia per Sallusti? Come non vedere le due incredibili facce contrapposte della stessa storia? Dice Santanché: "Si muova Iacopino". Dice Cocilovo: "Io non ho mai pensato al carcere per Sallusti. Ma perché l'Ordine professionale non interviene e non emana provvedimenti disciplinari? Avrebbero potuto fermarlo per 15 giorni, per un mese...".
È una ferita aperta per il giudice. Affiorano dalla sua memoria quelle che chiama "le condotte successive" di Sallusti, il rifiuto della rettifica, il no a versare direttamente 20mila euro a Save the children per chiudere il caso, un altro articolo per ipotizzare che tra lui e Antonio Bevere, il magistrato della Cassazione relatore del caso, ci fosse un'antica amicizia da cui è scaturito un comportamento a lui favorevole. Invece "non l'ho mai conosciuto, ho chiesto la rettifica, niente". Dice sdegnato: "Reato d'opinione? Quella fu solo una calunnia".
Questo pensa il giudice Cocilovo. Questo dirà nelle sedi competenti. Dove la grazia per Sallusti non viene affatto data per fatta, tant'è che Napolitano ha riaperto anche la via della legge in Parlamento. La settimana scorsa ne ha parlato con Fini. Il quale ne ha discusso con la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno. La quale per adesso ha sondato la disponibilità dei due capigruppo, del Pdl Enrico Costa e della Pd Donatella Ferranti. La proposta di legge Costa-Pecorella, che elimina il carcere e potenzia la rettifica, potrebbe ottenere la deliberante in commissione. Per certo, se approvata, consentirebbe a Napolitano di concedere la grazia come un anticipo di una legge futura. Era l'operazione tentata al Senato. Che però lì è fallita.
Ma c'è un terzo filo di importanza strategica. Porta a Torino, dove vive e lavora il giudice Giuseppe Cocilovo, la vittima della diffamazione, il protagonista meno visibile dell'intera vicenda mediatica. Oggi magistrato di sorveglianza, ieri giudice tutelare. La sua voce conta, e molto, nel bilancino della grazia. Anche questo sanno sul Colle quando, valutando "la complessa situazione" (così l'ha definita in un tweet Cascella, il portavoce di Napolitano), considerano che la misura non deve urtare la sensibilità della parte lesa. In questo caso Cocilovo, visto che la sentenza della Cassazione che condanna Sallusti gli dà ragione.
E che fa Cocilovo? Che pensa? Non ha parlato quasi per nulla da quando la vicenda è esplosa. "L'unica intervista che avrei fatto, per me, era solo uno scambio di idee". Al telefono la sua cordialità è apparente. Un istrice sarebbe più avvicinabile. "Lei deve capire. Io potrei essere sentito e non posso anticipare nulla".
Insistere è un obbligo, anche se a Cocilovo "la vittima" tutto si vorrebbe giornalisticamente fare tranne che un altro torto. Lei perdonerebbe Sallusti? Attimo di silenzio. "Ho sempre pensato che legare la grazia al perdono sia del tutto anacronistico. La grazia si concede a chi se la merita. La persona offesa può anche non perdonare mai". Il suo è un no? "Se dovessi essere consultato scriverò poche righe dicendo che sì, il perdono glielo posso anche dare, ma perché io, con il lavoro che faccio, "questo" carcere che non rieduca, costringe al sovraffollamento e alla detenzione disumana non lo vorrei per nessuno". Pausa. Poi: "Questo lei non deve scriverlo. Io adesso non lo posso dire. Lo dirò quando me lo chiederanno ufficialmente". Eh sì, ma come si fa a non scrivere che non esiste un ostacolo Cocilovo sulla strada della grazia per Sallusti? Come non vedere le due incredibili facce contrapposte della stessa storia? Dice Santanché: "Si muova Iacopino". Dice Cocilovo: "Io non ho mai pensato al carcere per Sallusti. Ma perché l'Ordine professionale non interviene e non emana provvedimenti disciplinari? Avrebbero potuto fermarlo per 15 giorni, per un mese...".
È una ferita aperta per il giudice. Affiorano dalla sua memoria quelle che chiama "le condotte successive" di Sallusti, il rifiuto della rettifica, il no a versare direttamente 20mila euro a Save the children per chiudere il caso, un altro articolo per ipotizzare che tra lui e Antonio Bevere, il magistrato della Cassazione relatore del caso, ci fosse un'antica amicizia da cui è scaturito un comportamento a lui favorevole. Invece "non l'ho mai conosciuto, ho chiesto la rettifica, niente". Dice sdegnato: "Reato d'opinione? Quella fu solo una calunnia".
Questo pensa il giudice Cocilovo. Questo dirà nelle sedi competenti. Dove la grazia per Sallusti non viene affatto data per fatta, tant'è che Napolitano ha riaperto anche la via della legge in Parlamento. La settimana scorsa ne ha parlato con Fini. Il quale ne ha discusso con la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno. La quale per adesso ha sondato la disponibilità dei due capigruppo, del Pdl Enrico Costa e della Pd Donatella Ferranti. La proposta di legge Costa-Pecorella, che elimina il carcere e potenzia la rettifica, potrebbe ottenere la deliberante in commissione. Per certo, se approvata, consentirebbe a Napolitano di concedere la grazia come un anticipo di una legge futura. Era l'operazione tentata al Senato. Che però lì è fallita.