ROMA - Enrico Giovannini, ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, risponde alle domande dei lettori e da studio di Silvia Garroni e Roberto Mania.
Si stava meglio all'Istat?
Mi manca un ambiente molto stimolante, il fatto che l'Istat sia così rispettato è frutto di quel lavoro. Ma l'Istat non mi manca, da ragazzo feci la scelta di servire il pubblico, ho avuto l'occasione di servirlo anche in questa nuova posizione.
L'accordo di Bruxelles, il programma di garanzia per i giovani: cosa succede dal 2014 per i giovani.
Ci sono due fonti di finanziamento. La garanzia giovani è stata rafforzata e l'Italia ha lavorato perché fossero concentrati i fondi sul 2014. Qui circa tre miliardi da aggiungere ai sei già previsti per tutta l'Ue, non finiranno nel 2015. L'altro canale di finanziamento, molto importante, sono i fondi strutturali 2014-2020. In particolare le risorse del fondo sociale europeo, dedicato alla formazione. Una vittoria italiana. Dobbiamo fare il piano per essere operativi e decidere come spendere questi soldi. Punto fondamentale, rafforzare i servizi per l'inserimento all'impiego.
I giovani che hanno già compiuto 30 anni, che devono fare? Nessuna speranza di lavoro?
Negli ultimi 5 anni, complessivamente, abbiamo perso 800mila posti di lavoro, di questi 700mila nella fascia 15-20 anni. Perché proprio in quella fascia? Perché i giovani avevano contratti a tempo determinato o forme flessibili che di fronte alla crisi non sono state rinnovate, anche perché meno onerose da tagliare. Accanto a questo, va fatta una seconda considerazione: se un giovane è fuori dal mercato, l'effetto sulla sua vita lavorativa si prolunga perché ha perso la sua spinta iniziale. Ed è una perdita di capitale umano enorme. Ecco perché l'Europa si concentra su questo, perché l'effetto è di prospettiva. Per arginarlo, abbiamo tolto la soglia per le start-up, per creare imprese a un euro: la soglia era di 35 anni, è stata eliminata. C'è poi una nuova forma di incentivazione che vale per tutti: se si usufruisce dell'Aspi e un'impresa l'assume a tempo indeterminato, la quota di disoccupazione Aspi va all'impresa. Il messaggio è: se c'è un disoccupato, prendilo prima possibile.
Dai trentenni ai sessantenni: le pensioni.
Il presidente Letta, due mesi fa, ha indicato la possibilità di modificare il sistema pensionistico in modo da consentire un anticipo sull'andata in pensione in cambio di una penalità, ovvero l'andarci con meno soldi. Non ce ne siamo dimenticati, ma in queste poche settimane ci siamo concentrati sul mercato del lavoro. Sarà a settembre che proporremo queste modifiche. Dobbiamo ricordare che la riforma delle pensioni ha allungato la vita lavorativa degli italiani ma ha stabilizzato anche tutta la finanza pubblica, compensando decenni di un sistema pensionistico di cui ha beneficiato chi non aveva pagato i contributi. Il passaggio al nuovo sistema è stato molto violento, si può rendere tale passaggio più flessibile. Altra considerazione: tutte queste discussioni vanno viste in una quadro complessivo, volto a stimolare la crescita, altrimenti è il rischio di pensioni da fame in futuro.
La grande illusione: non c'è stato un errore di comunicazione sul pacchetto lavoro?
Più che errore di comunicazione, direi disinformazione dannosa, fatta a valle da chi ha fatto credere che gli incentivi potessero andare a un'audience molto più ampia.
La formulazione del pacchetto non è chiarissima.
No, nessun dubbio: l'assunzione, di cui al comma 1, riguarda persone tra i 18-29 anni che rientrino in una di queste condizioni: siano privi di lavoro da almeno sei mesi e così via. L'audience cambia da 10mila a 4 milioni a seconda se i soggetti rispondano o meno alle caratteristiche elencate. Non un errore di comunicazione, quindi, ma errore di informazione. E questo ha avuto per un'intera giornata un effetto molto negativo.
Le accuse di Brunetta, che vi dà degli incapaci.
Contano i fatti. Vedremo i fatti, anche perché questo intervento è molto più ampio del bonus assunzioni. La domanda è: perché un'impresa dovrebbe fare un'assunzione a tempo indeterminato? Primo: ci rendiamo perfettamente conto che la situazione è di alta incertezza, ma non per tutte le imprese. Alcune sono cresciute hanno innovato ed esportato. Sono imprese proiettate sul futuro. A loro diciamo: perché andate avanti con i contratti a tempo determinato? Avete invece l'opportunità di investire a lungo termine. Se il lavoratore lo prendi da fuori, l'incentivo è più pesante, se converti un contratto già in essere l'incentivo è minore. Da una media tra i due bacini, si arriva a 100mila assunzioni. In più, le Regioni possono utilizzare i loro fondi per stimolare le assunzioni nel loro territorio. Incentivi che valgono fino al 2015, quando la situazione si spera sarà un po' diversa. Utilizziamo invece la flessibilità di breve termine per quelle imprese non pronte ad assumere a tempo indeterminato. Dietro tutto questo c'è un'analisi che riconosce le diversità e riconosce strumenti diversificati.
Ministro, cosa intende lei per equità? Perché solo noi ad un passo dalla pensione dobbiamo pagare tutto il prezzo della riforma Fornero? I soldi ci sono ma non volete...
Per equità intendo un concetto complesso, benessere equo e sostenibile. Nel caso, intergenerazionale perché si parla di pensioni. Ad esempio, io sono stato colpito dalla riforma Dini che prevedeva metà pensione pagata dal retributivo, metà con il contributivo. Da ora è tutto contributivo, uno riceve una pensione basata su quello che ha pagato. E' equità? Dobbiamo riconoscere che chi è già in pensione oggi riceve molto di più di quanto ha pagato. Equità è essere coerenti con le regole? Esodati, le tutele e le salvaguardie ne coprono oltre 130mila persone, ma il numero degli esodati è incerto. Ma oltre agli esodati ci sono gli esodandi, che ancora lavorano ma si troveranno nella stessa condizione. Poi i bloccati, che hanno perso il lavoro, pensavano di avere la pensione entro un anno e invece l'avranno forse tra 5. Dobbiamo farci carico anche di loro, questo per dire che è un tema di ammortizzatori, non di pensione. E si ritorna a parlare di equità in senso intergenerazionale , ripensando all'enorme debito pubblico accumulato con il vecchio sistema che si scarica sui giovani. Vogliamo farlo ancora? O vogliamo riequilibrare la situazione? Il tema, dunque, è sempre il riequilibrio generazionale.
Consumi strozzati: svalutare l'euro?
Questo è il tema vero degli ultimi 20 anni, ovvero da quando l'Italia non cresce più. Ma non vorrei dimenticare le riforme strutturali appena fatte, come quella del lavoro. Sarebbe un errore pensare che il mancato effetto della riforma sull'occupazione sia un fallimento di quella riforma. Qui i punti sono tre: se restiamo sotto il 3% del rapporto deficit-pil avremo risorse per intervenire nella riduzione del cuneo fiscale e altri interventi, ma l'opportunità sarà sprecata se gli imprenditori e le famiglie non superano il terrore del futuro che blocca spese, investimenti e consumi. Gli interventi servono proprio a ridurre tali rigidità, per ricominciare a spendere. E' esattamente il tema in cui siamo bloccati.
Si stava meglio all'Istat?
Mi manca un ambiente molto stimolante, il fatto che l'Istat sia così rispettato è frutto di quel lavoro. Ma l'Istat non mi manca, da ragazzo feci la scelta di servire il pubblico, ho avuto l'occasione di servirlo anche in questa nuova posizione.
L'accordo di Bruxelles, il programma di garanzia per i giovani: cosa succede dal 2014 per i giovani.
Ci sono due fonti di finanziamento. La garanzia giovani è stata rafforzata e l'Italia ha lavorato perché fossero concentrati i fondi sul 2014. Qui circa tre miliardi da aggiungere ai sei già previsti per tutta l'Ue, non finiranno nel 2015. L'altro canale di finanziamento, molto importante, sono i fondi strutturali 2014-2020. In particolare le risorse del fondo sociale europeo, dedicato alla formazione. Una vittoria italiana. Dobbiamo fare il piano per essere operativi e decidere come spendere questi soldi. Punto fondamentale, rafforzare i servizi per l'inserimento all'impiego.
I giovani che hanno già compiuto 30 anni, che devono fare? Nessuna speranza di lavoro?
Negli ultimi 5 anni, complessivamente, abbiamo perso 800mila posti di lavoro, di questi 700mila nella fascia 15-20 anni. Perché proprio in quella fascia? Perché i giovani avevano contratti a tempo determinato o forme flessibili che di fronte alla crisi non sono state rinnovate, anche perché meno onerose da tagliare. Accanto a questo, va fatta una seconda considerazione: se un giovane è fuori dal mercato, l'effetto sulla sua vita lavorativa si prolunga perché ha perso la sua spinta iniziale. Ed è una perdita di capitale umano enorme. Ecco perché l'Europa si concentra su questo, perché l'effetto è di prospettiva. Per arginarlo, abbiamo tolto la soglia per le start-up, per creare imprese a un euro: la soglia era di 35 anni, è stata eliminata. C'è poi una nuova forma di incentivazione che vale per tutti: se si usufruisce dell'Aspi e un'impresa l'assume a tempo indeterminato, la quota di disoccupazione Aspi va all'impresa. Il messaggio è: se c'è un disoccupato, prendilo prima possibile.
Dai trentenni ai sessantenni: le pensioni.
Il presidente Letta, due mesi fa, ha indicato la possibilità di modificare il sistema pensionistico in modo da consentire un anticipo sull'andata in pensione in cambio di una penalità, ovvero l'andarci con meno soldi. Non ce ne siamo dimenticati, ma in queste poche settimane ci siamo concentrati sul mercato del lavoro. Sarà a settembre che proporremo queste modifiche. Dobbiamo ricordare che la riforma delle pensioni ha allungato la vita lavorativa degli italiani ma ha stabilizzato anche tutta la finanza pubblica, compensando decenni di un sistema pensionistico di cui ha beneficiato chi non aveva pagato i contributi. Il passaggio al nuovo sistema è stato molto violento, si può rendere tale passaggio più flessibile. Altra considerazione: tutte queste discussioni vanno viste in una quadro complessivo, volto a stimolare la crescita, altrimenti è il rischio di pensioni da fame in futuro.
La grande illusione: non c'è stato un errore di comunicazione sul pacchetto lavoro?
Più che errore di comunicazione, direi disinformazione dannosa, fatta a valle da chi ha fatto credere che gli incentivi potessero andare a un'audience molto più ampia.
La formulazione del pacchetto non è chiarissima.
No, nessun dubbio: l'assunzione, di cui al comma 1, riguarda persone tra i 18-29 anni che rientrino in una di queste condizioni: siano privi di lavoro da almeno sei mesi e così via. L'audience cambia da 10mila a 4 milioni a seconda se i soggetti rispondano o meno alle caratteristiche elencate. Non un errore di comunicazione, quindi, ma errore di informazione. E questo ha avuto per un'intera giornata un effetto molto negativo.
Le accuse di Brunetta, che vi dà degli incapaci.
Contano i fatti. Vedremo i fatti, anche perché questo intervento è molto più ampio del bonus assunzioni. La domanda è: perché un'impresa dovrebbe fare un'assunzione a tempo indeterminato? Primo: ci rendiamo perfettamente conto che la situazione è di alta incertezza, ma non per tutte le imprese. Alcune sono cresciute hanno innovato ed esportato. Sono imprese proiettate sul futuro. A loro diciamo: perché andate avanti con i contratti a tempo determinato? Avete invece l'opportunità di investire a lungo termine. Se il lavoratore lo prendi da fuori, l'incentivo è più pesante, se converti un contratto già in essere l'incentivo è minore. Da una media tra i due bacini, si arriva a 100mila assunzioni. In più, le Regioni possono utilizzare i loro fondi per stimolare le assunzioni nel loro territorio. Incentivi che valgono fino al 2015, quando la situazione si spera sarà un po' diversa. Utilizziamo invece la flessibilità di breve termine per quelle imprese non pronte ad assumere a tempo indeterminato. Dietro tutto questo c'è un'analisi che riconosce le diversità e riconosce strumenti diversificati.
Ministro, cosa intende lei per equità? Perché solo noi ad un passo dalla pensione dobbiamo pagare tutto il prezzo della riforma Fornero? I soldi ci sono ma non volete...
Per equità intendo un concetto complesso, benessere equo e sostenibile. Nel caso, intergenerazionale perché si parla di pensioni. Ad esempio, io sono stato colpito dalla riforma Dini che prevedeva metà pensione pagata dal retributivo, metà con il contributivo. Da ora è tutto contributivo, uno riceve una pensione basata su quello che ha pagato. E' equità? Dobbiamo riconoscere che chi è già in pensione oggi riceve molto di più di quanto ha pagato. Equità è essere coerenti con le regole? Esodati, le tutele e le salvaguardie ne coprono oltre 130mila persone, ma il numero degli esodati è incerto. Ma oltre agli esodati ci sono gli esodandi, che ancora lavorano ma si troveranno nella stessa condizione. Poi i bloccati, che hanno perso il lavoro, pensavano di avere la pensione entro un anno e invece l'avranno forse tra 5. Dobbiamo farci carico anche di loro, questo per dire che è un tema di ammortizzatori, non di pensione. E si ritorna a parlare di equità in senso intergenerazionale , ripensando all'enorme debito pubblico accumulato con il vecchio sistema che si scarica sui giovani. Vogliamo farlo ancora? O vogliamo riequilibrare la situazione? Il tema, dunque, è sempre il riequilibrio generazionale.
Consumi strozzati: svalutare l'euro?
Questo è il tema vero degli ultimi 20 anni, ovvero da quando l'Italia non cresce più. Ma non vorrei dimenticare le riforme strutturali appena fatte, come quella del lavoro. Sarebbe un errore pensare che il mancato effetto della riforma sull'occupazione sia un fallimento di quella riforma. Qui i punti sono tre: se restiamo sotto il 3% del rapporto deficit-pil avremo risorse per intervenire nella riduzione del cuneo fiscale e altri interventi, ma l'opportunità sarà sprecata se gli imprenditori e le famiglie non superano il terrore del futuro che blocca spese, investimenti e consumi. Gli interventi servono proprio a ridurre tali rigidità, per ricominciare a spendere. E' esattamente il tema in cui siamo bloccati.