Politica

Se il coraggio del fare diventa incoscienza

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BISOGNA intendersi sulla parola coraggio, una parola importante che si può prestare però a vari usi. Esiste anche la categoria del coraggio facile che è quello che in questi giorni, riferendosi alla legge di stabilità finanziaria varata dal governo, dice che bisogna fare di più e non bisogna temere di fare di più. Tutto questo però è molto retorico e bisogna stare attenti ad evitare che il coraggio troppo facile non significhi coraggio poco responsabile.

Di fronte alla legge di stabilità varata dal governo occorre un atteggiamento critico quanto si voglia, ma consapevole di vincoli e condizionamenti oggettivi che non si possono aggirare perché quella non sarebbe una prova di coraggio ma una prova di incoscienza.

I giudizi che precedono non sono miei ma di Giorgio Napolitano in un videomessaggio rilasciato al direttore di "24 Ore" e destinato all'assemblea dei giovani della Confindustria riuniti a Napoli. In realtà è indirizzato al Paese, alle forze politiche e sindacali, ai movimenti che agitano la società in difesa dei loro interessi e delle loro visioni della realtà.

Il presidente della Repubblica è - per definizione - il tutore e garante dell'interesse generale e ci richiama tutti, con quelle parole, alla realtà effettiva e non a quella immaginaria. Ci richiama agli impegni presi dal governo, anzi dai governi (dall'ultimo di Berlusconi, a quello di Monti e poi a quello di Letta iniziato sei mesi fa) e ci richiama ai doveri che si accompagnano ai diritti.

Il rapporto diritti-doveri viene spesso dimenticato. Qualcuno sostiene che una comunità, anzi una nazione, ha il diritto di avere diritti. È vero e giusto, ma troppo spesso ci si scorda che ogni diritto crea un dovere. Giuseppe Mazzini, che non era certo un uomo qualunque e al quale la nostra nazione riconosce d'esser stato uno degli artefici della nostra unità, metteva addirittura i doveri prima dei diritti. Le lotte del nostro Risorgimento, la coscienza nazionale al di sopra dei localismi, l'indipendenza dal servaggio imposto da paesi stranieri, le repubbliche di Venezia e di Roma, le guerre contro gli austriaci, la spedizione di Sapri e quella dei Mille di Garibaldi, furono doveri dai quali nacque la nostra democrazia e lo Stato che ne ebbe e ne ha la rappresentanza.

Una democrazia purtroppo assai fragile e uno Stato che una parte rilevante di nostri concittadini non ha mai amato considerandolo un corpo estraneo se non addirittura nemico.

Giorgio Napolitano sa bene quanto lo Stato abbia bisogno d'esser rimodernato e quanto il tempo, le lobbies, le clientele, le mafie, l'abbiano logorato. Ma sa anche quanto numerose e pericolose siano le vanità, i disegni di potere, le tendenze anarcoidi, le egolatrie o più semplicemente le ingenuità che insidiano la necessità del cambiamento.

Di qui il suo richiamo di venerdì scorso alla realtà effettiva che condiziona le nostre scelte. Una realtà effettiva che molti tendono a ignorare o a dimenticare e consiste nel fatto che l'Italia è costola dell'Europa. Per uscire dall'emergenza non abbiamo altra strada che contribuire alla nascita dell'Europa, a far sì che essa intraprenda con coraggio la politica dello sviluppo economico e sociale, del lavoro, dei giovani, dell'eguaglianza insieme alla libertà.

So bene che questi richiami non godono di popolarità. Alcuni sondaggi stimano che perfino Napolitano, che ancora due mesi fa riscuoteva il favore dell'80 per cento dei cittadini mai raggiunto prima se non da Ciampi, sarebbe ora sceso al 70 pur restando ancora in prima posizione tra le personalità pubbliche. Ma questo nulla toglie ed anzi accresce il peso e l'importanza delle sue parole. In un momento di crisi e di confusione delle lingue, la sua voce ci esorta al coraggio responsabile. Per il poco che conta mi unisco anch'io alle sue parole. Lo dico e lo faccio da molto tempo: cambiamento e responsabilità, interesse generale che tenga in prima linea l'equità e lo sviluppo, il ricordo del passato nel suo bene e nel suo male e la costruzione d'un futuro che inveri le legittime speranze. E non l'indifferenza ma il risveglio, la partecipazione, i diritti e i doveri. Soltanto così nascono le speranze e i valori.

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Molti temono che l'Italia sia condannata al "default" e la stessa Europa nel suo complesso, le sue imprese, le sue banche, le sue istituzioni siano ormai destinate al naufragio: una zattera che ancora galleggia ma il cui affondamento è inevitabile.

Marco Onado, in un suo articolo di ieri su "24 Ore" ha ricordato ciò che scrisse Mark Twain al giornale che ne aveva prematuramente annunciato la morte: "I rumors sono stati gravemente esagerati". Lui era ancora vivo e vegeto. Penso che sia esattamente così per quanto si dice sull'Italia e sull'Europa.

Il nostro è ancora un continente tra i più ricchi del mondo, animato di inventiva, di cultura, di fervide menti e capacità. Ma i "rumors" - a volte condivisi in buona fede, a volte guidati da interessi e altre volte da vocazioni anarcoidi - possono causare ferite profonde.

Il circuito mediatico che da almeno mezzo secolo determina la pubblica opinione e che con l'apporto delle nuove tecnologie di comunicazione ha ormai raggiunto una potenza mai vista prima, spinge, spesso inconsapevolmente, in quella direzione.

Il circuito mediatico vive di cattive notizie, di sensazionalismo, di "rumors". Li amplifica, li trasforma in (immaginarie) realtà, influisce sulle aspettative. Tanto peggio tanto meglio se acquista più ascoltatori, più operatori in rete, più lettori. Non si tratta di un complotto anche se gruppi di "complottardi" ci sono ed hanno un loro peso; ma si tratta di una forza inerente alla modernità.

Questa forza è dovunque e talvolta suscita energie positive. Fu all'origine delle "primavere arabe", ha sostenuto le opposizioni in Paesi dominati da dittature militari o teocratiche, ha rottamato nomenclature logore e corrotte, ha combattuto il terrorismo. Ma contemporaneamente quella stessa forza ha operato in senso contrario diventando strumento del terrorismo, delle dittature, delle nomenclature, delle lobbies, dei venditori di fumo. Ha svelato le verità e al tempo stesso ha accreditato le bugie. Soprattutto ha amplificato le contraddizioni.

Il Novecento ha visto nascere questa forza e ne è stato dominato nel bene e nel male. Oggi quelle contraddizioni, che prima influenzavano le "élite", sono diventate fenomeni di massa, anzi di folla che è cosa assai diversa dalla massa.

La massa esprime ed è tenuta insieme da una visione comune, la folla è una raccolta di solitari disponibili a riconoscersi nel carisma del demagogo di turno; le masse sono tenute insieme da convinzioni, le folle sono dominate da emozioni.

Il circuito mediatico per le masse è uno strumento, per le folle è un padrone. La differenza, come vedete, non è affatto trascurabile.

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I "rumors", naturalmente, riguardano anche le banche che sono un ghiotto boccone. La ragione è evidente: le banche maneggiano una quantità elevatissima di denaro, se lo imprestano con "swap" di 24 o 48 ore, hanno un capitale che obbedisce a regole stilate dall'autorità bancaria europea da loro stesse partecipata e alle direttive della Commissione europea. E poi hanno una clientela che deposita fondi liquidi che esse prestano ai loro clienti. Le banche centrali vigilano sul rispetto delle regole e la correttezza delle operazioni.

Da qualche tempo anche la Bce ha iniziato ad occuparsi della vigilanza bancaria e dallo scorso luglio si è infatti costituito un comitato tra la Bce e la Commissione della Ue per studiare le modalità della sorveglianza che si applicherà nello stesso modo anche a tutti i Paesi membri dell'Unione, banche tedesche ovviamente comprese.

Del resto esiste già in Italia un precedente che fu applicato al Montepaschi quando scoppiò la crisi di quell'Istituto. Non c'era ancora a quell'epoca una vigilanza di dimensioni europee, era già in gestazione. La Banca d'Italia aveva una sua propria vigilanza munita di determinati poteri ed agì in base a quelli che anticipavano in molti aspetti le norme che sono allo studio e in parte già all'opera sul sistema bancario europeo nel suo complesso.

I "rumors" in questo caso non sono neppure stati tentati ma si è dato semplicemente notizia dello stato dell'arte che è noto a molti ma non ancora al "pubblico e all'inclita guarnigione" come recita un vecchio adagio.

Sulle banche però si discute largamente e con ragione perché il "credit crunch" è sempre più evidente e bisogna assolutamente venirne fuori. Senza "rumors" ma con la necessaria competenza di chi si occupa di temi così delicati, dei quali questo giornale per nostra fortuna dispone.

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Chiudo con una notizia che riguarda Silvio Berlusconi. Qualche giorno fa sui teleschermi di Michele Santoro l'amico Massimo Cacciari ha giustamente urlato la sua noia di doverne ancora parlare. La noia è anche la mia, ma la notizia è importante: la corte d'Appello di Milano ha sentenziato l'interdizione di Berlusconi per due anni dai pubblici uffici. Dunque la questione è ormai definitivamente chiusa e la Giunta ne prenderà atto nei prossimi giorni prima ancora del voto del Senato che a questo punto è diventato del tutto inutile ma egualmente ci sarà perché i parlamentari del Pdl vogliono e debbono dimostrare, tutti e senza eccezioni, la loro riconoscenza al "patron" che li ha creati e messi al mondo.

Compiuto questo atto che essi ritengono "dovuto" ricominceranno le beghe interne per chi deve essere l'erede e il Pdl esploderà.

L'ipotesi di mandare all'aria il governo Letta, come minaccia il "patron", sembra però un'impresa piuttosto ardua. Andare alle elezioni in primavera è l'altra ipotesi ancora più ardua poiché Napolitano ha già detto che non scioglierà le Camere fin quando non ci sarà una nuova legge elettorale, fermo restando che questo governo deve - nelle dichiarate intenzioni del capo dello Stato - durare fino al semestre europeo con presidenza italiana e Letta è il premier più capace ed ascoltato per fare di quei sei mesi una fase centrale dell'evoluzione europea.

Questa è la ragione per cui Napolitano è oggetto di tante accuse: lo si attacca per mandare a casa Letta e gli autori di questa aggressione ormai li conosciamo uno per uno, magistrati faziosi, giornalisti faziosi, politici che brigano per rimpiazzare gli attuali inquilini del Quirinale e di Palazzo Chigi. Conosciamo i nomi uno per uno ma non li diremo perché non vorrebbero altro che questo. Perciò la cosa migliore è punirli col silenzio.
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