Politica

Mafia, Pd: Alfano riferisca in Parlamento su 'rischio stragi'

ll sostituto procuratore di Palermo Nino Di Matteo 
La richiesta al Parlamento, perché "faccia chiarezza sulla possibilità di una nuova stagione stragista in Italia", è partita dai deputati Anzaldi, Ferranti, Leva e Verini. I particolari sulle minacce al pm Di Matteo sono emersi ieri al comitato per l'ordine e la sicurezza presieduto dal ministro dell'Interno
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ROMA - "L'Italia rischia una nuova stagione stragista? Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, riferisca subito in Parlamento e informi tutti i cittadini. Servono garanzie sulla protezione del pm Nino Di Matteo e di tutta la popolazione". A chiederlo sono i deputati Pd Michele Anzaldi, Donatella Ferranti (presidente commissione Giustizia della Camera), Danilo Leva (responsabile Giustizia del Pd) e Walter Verini (capogruppo Pd in commissione Giustizia).

"Il Parlamento - spiegano - ha appreso dalle prime pagine dei giornali che la mafia, per mettere nel mirino il pm Di Matteo (nella foto, nrd), potrebbe avviare una nuova campagna stragista. Si tratta di nuove rivelazioni gravissime, sulle quali serve immediata chiarezza in aula. Se sono notizie che potevano essere rese pubbliche, è urgente che vengano riferite al Parlamento. Qualora, invece, si tratti di informazioni da tenere riservate, il ministro spieghi in aula come è stato possibile che siano state divulgate".

"Avevamo chiesto al governo di manifestare con i fatti - concludono - la vicinanza al magistrato Di Matteo, in prima linea contro le minacce della malavita organizzata. Ora apprendiamo che a rischio sarebbe anche tutto il Paese, sulla base delle nuove informazioni raccolte dalle cimici che sorvegliano i boss. Servono risposte in Parlamento".

Il capo dei capi, Totò Riina, avrebbe messo nel mirino il pm palermitano Antonino Di Matteo, uno dei giudici che si sta occupando della trattativa tra Stato e mafia. Il pm sarebbe stato intercettato mentre parlava con un boss della Sacra corona unita, registrate da microspie piazzate nel carcere di Opera, a Milano, in cui è detenuto il boss corleonese, le intercettazioni sono diverse. Solo due settimane fa Riina, secondo la versione di un secondino, si era già lasciato andare a uno sfogo con un detenuto: "Di Matteo deve morire", aveva detto.

I particolari sulle nuove minacce sono emersi durante il comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza che si è tenuto ieri, nel tardo pomeriggio a Palermo. Il comitato è stato presieduto dal ministro dell'Interno Angelino Alfano. Delle minacce si occupa la Procura di Caltanissetta. Alfano ha confermato che esistono segnali che non fanno escludere la possibilità di un ritorno di Cosa Nostra, dopo anni di silenzio, alla strategia stragista degli anni Novanta.

A luglio, il Viminale aveva già deciso l'innalzamento del livello di sicurezza per il magistrato palermitano, dal secondo al primo: così, attorno a Di Matteo, sono arrivati anche carabinieri del Gis, il gruppo di intervento speciale dell'Arma. Ma lo stesso livello livello di protezione non è stato deciso per gli altri magistrati del pool "trattativa", il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. Alfano, durante il comitato di ieri, ha anche annunciato che è "disponibile" per il pm Di Matteo un dispositivo chiamato "bomb jammer", un'apparecchiatura che blocca i telecomandi a distanza.

Di Matteo da sette mesi è lui stesso sotto inchiesta: la Procura generale della Cassazione gli contesta di aver leso il diritto alla riservatezza del capo dello Stato, con un'intervista a Repubblica che avrebbe rivelato l'esistenza delle telefonate fra il presidente Napolitano e l'ex ministro Mancino, intercettato nell'ambito del caso trattativa. Di Matteo, interrogato nelle scorse settimane in Cassazione, ha negato di aver fatto rivelazioni, ha spiegato che la notizia delle telefonate era già stata pubblicata da altri giornali. Così, il caso giudiziario delle infinite polemiche è finito adesso in uno strano imbuto: il pm che la mafia vuole morto è pure un "indagato".
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