ROMA - Il piano per il lavoro messo a punto da Matteo Renzi e anticipato da Repubblica non piace all'ala sinistra del Partito democratico. Che non apprezza fino in fondo neppure le misure messe in campo dal presidente del Consiglio Enrico Letta con la legge di Stabilità. La componente dei "Giovani Turchi", che fa capo all'ex dalemiano Matteo Orfini, definisce infatti "insufficienti" le proposte del nuovo segretario così come i contenuti delle manovra economica. In un intervento sulla rivista Leftwing firmato oltre che da Orfini anche da Fausto Raciti, Chiara Gribaudo e Valentina Paris, le proposte del sindaco di Firenze sono giudicate severamente.
"La necessità, richiamata dal segretario del Pd, di un piano per il lavoro che contrasti precarietà e disoccupazione è largamente condivisa e tuttavia", scrivono, sia le ricette che dovrebbero comporre il cosiddetto job act, sia le misure varate dal governo con l'ultima legge di Stabilità, destano diverse perplessità". "Le une come le altre - si legge ancora nel testo - spiegano le ragioni della drammatica e apparentemente irreversibile crisi occupazionale con l'eccessiva tassazione su lavoro e imprese da un lato, dall'altro con la presunta complessità o rigidità del mercato del lavoro".
In particolare, aggiungono, "tagliare il cuneo fiscale (come ha cominciato a fare il governo) e rendere le regole del lavoro meno macchinose" non sono le "soluzioni a buona parte dei nostri problemi e in nessuno dei due casi la dinamica occupazionale registrerà lo shock positivo auspicato". Pur trattandosi di provvedimenti utili, per i Giovani Turchi essi non rappresentano "la priorità". "Per esempio - aggiungono - l'intervento sul cuneo fiscale previsto in legge di Stabilità, a causa della scarsità delle risorse impegnate, non avrà l'effetto sperato nemmeno sul ciclo dei consumi: chi si ritroverà qualche euro in più in busta paga, verosimilmente, più che spenderlo lo metterà a risparmio. La riduzione minima prevista dal governo rischia di essere un grave spreco, motivato più dall'esigenza propagandistica di rivendicare il segno meno sulla tassazione che da una concreta attenzione all'economia reale".
Anche l'idea che sembra ispirare il job act di Renzi, prosegue la critica, "secondo cui sarebbe sufficiente agire sulle regole del mercato del lavoro e sulla formazione per creare occupazione e ridurre il gap occupazionale fra giovani e adulti, nonostante l'indubbio successo di cui ha goduto nel dibattito pubblico di questo ventennio, è del tutto priva di riscontri fattuali: la maggior flessibilità alla lunga non ha prodotto maggiore occupazione e lo svantaggio relativo dei giovani rispetto agli adulti in termini di tasso di disoccupazione, invece di diminuire, è addirittura aumentato".
Orfini e gli altri, tuttavia, sottolineano di condividere l'idea che la precarietà rappresenta un problema "drammatico" sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Ma, aggiungono, "l'ipotesi di contratto di inserimento a tempo indeterminato, se da una lato va nella direzione giusta, dall'altro lascia almeno due fronti aperti. In primo luogo, quello che sarebbe il vero vantaggio per le imprese, cioè la copertura statale dei contributi per i primi tre anni, non risolve il pericolo di ricircolo dei lavoratori, che anzi potrebbe riproporsi in nuove forme. Va per questo riaffermato con forza che l'obiettivo, unico antidoto alla precarietà, deve essere la definitiva stabilizzazione. Quest'ultima può anche seguire un periodo di prova lungo, ma deve essere resa comparabilmente più vantaggiosa per l'impresa rispetto alla sua sostituzione con una nuova assunzione nel corso del triennio; facendo il ragionamento inverso, l'assunzione di nuovi candidati in prova potrebbe al contrario essere vincolata alla stabilizzazione di almeno una parte di quelli precedenti".
Su questo punto severe critiche al pacchetto presentato da Renzi erano state avanzate, sempre in un'intervista a Repubblica, anche dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini. Secondo i Giovani Turchi, se il vero incentivo arrivasse con la stabilizzazione, invece che all'origine del rapporto di lavoro, il ricorso stesso al licenziamento ne risulterebbe scoraggiato. "Secondo le anticipazioni sulla proposta di Renzi, il contratto di inserimento a tempo indeterminato verrebbe accompagnato da una indennità di disocupazione e dall'obbligo alla formazione per chi perda il lavoro", scrivono, ma "desta un certo stupore che si immagini di sostituire quelli attuali con un sussidio di disoccupazione universale a parità di risorse". Meglio, a loro avviso, investire le risorse che ci sono sulla creazione di post di lavoro che non su un sussidio come quello al quale pensa il segretario Pd.
"La necessità, richiamata dal segretario del Pd, di un piano per il lavoro che contrasti precarietà e disoccupazione è largamente condivisa e tuttavia", scrivono, sia le ricette che dovrebbero comporre il cosiddetto job act, sia le misure varate dal governo con l'ultima legge di Stabilità, destano diverse perplessità". "Le une come le altre - si legge ancora nel testo - spiegano le ragioni della drammatica e apparentemente irreversibile crisi occupazionale con l'eccessiva tassazione su lavoro e imprese da un lato, dall'altro con la presunta complessità o rigidità del mercato del lavoro".
In particolare, aggiungono, "tagliare il cuneo fiscale (come ha cominciato a fare il governo) e rendere le regole del lavoro meno macchinose" non sono le "soluzioni a buona parte dei nostri problemi e in nessuno dei due casi la dinamica occupazionale registrerà lo shock positivo auspicato". Pur trattandosi di provvedimenti utili, per i Giovani Turchi essi non rappresentano "la priorità". "Per esempio - aggiungono - l'intervento sul cuneo fiscale previsto in legge di Stabilità, a causa della scarsità delle risorse impegnate, non avrà l'effetto sperato nemmeno sul ciclo dei consumi: chi si ritroverà qualche euro in più in busta paga, verosimilmente, più che spenderlo lo metterà a risparmio. La riduzione minima prevista dal governo rischia di essere un grave spreco, motivato più dall'esigenza propagandistica di rivendicare il segno meno sulla tassazione che da una concreta attenzione all'economia reale".
Anche l'idea che sembra ispirare il job act di Renzi, prosegue la critica, "secondo cui sarebbe sufficiente agire sulle regole del mercato del lavoro e sulla formazione per creare occupazione e ridurre il gap occupazionale fra giovani e adulti, nonostante l'indubbio successo di cui ha goduto nel dibattito pubblico di questo ventennio, è del tutto priva di riscontri fattuali: la maggior flessibilità alla lunga non ha prodotto maggiore occupazione e lo svantaggio relativo dei giovani rispetto agli adulti in termini di tasso di disoccupazione, invece di diminuire, è addirittura aumentato".
Orfini e gli altri, tuttavia, sottolineano di condividere l'idea che la precarietà rappresenta un problema "drammatico" sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Ma, aggiungono, "l'ipotesi di contratto di inserimento a tempo indeterminato, se da una lato va nella direzione giusta, dall'altro lascia almeno due fronti aperti. In primo luogo, quello che sarebbe il vero vantaggio per le imprese, cioè la copertura statale dei contributi per i primi tre anni, non risolve il pericolo di ricircolo dei lavoratori, che anzi potrebbe riproporsi in nuove forme. Va per questo riaffermato con forza che l'obiettivo, unico antidoto alla precarietà, deve essere la definitiva stabilizzazione. Quest'ultima può anche seguire un periodo di prova lungo, ma deve essere resa comparabilmente più vantaggiosa per l'impresa rispetto alla sua sostituzione con una nuova assunzione nel corso del triennio; facendo il ragionamento inverso, l'assunzione di nuovi candidati in prova potrebbe al contrario essere vincolata alla stabilizzazione di almeno una parte di quelli precedenti".
Su questo punto severe critiche al pacchetto presentato da Renzi erano state avanzate, sempre in un'intervista a Repubblica, anche dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini. Secondo i Giovani Turchi, se il vero incentivo arrivasse con la stabilizzazione, invece che all'origine del rapporto di lavoro, il ricorso stesso al licenziamento ne risulterebbe scoraggiato. "Secondo le anticipazioni sulla proposta di Renzi, il contratto di inserimento a tempo indeterminato verrebbe accompagnato da una indennità di disocupazione e dall'obbligo alla formazione per chi perda il lavoro", scrivono, ma "desta un certo stupore che si immagini di sostituire quelli attuali con un sussidio di disoccupazione universale a parità di risorse". Meglio, a loro avviso, investire le risorse che ci sono sulla creazione di post di lavoro che non su un sussidio come quello al quale pensa il segretario Pd.