Politica

Una svolta di sistema

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SCOMODARE la Storia è sicuramente una montatura mediatica, oltre che una forzatura politica. Ma bisogna riconoscerlo, senza alcun imbarazzo: il pacchetto di riforme «chiavi in mano» che Renzi ha illustrato al Pd, negoziato con Berlusconi e fatto ingoiare ad Alfano, può rappresentare oggettivamente una svolta «di sistema». Non tutto funziona e non tutto è condivisibile, dentro la formula magica della «profonda sintonia» che si è miracolosamente creata intorno a quel pacchetto. Ma è un fatto che quelle tre riforme, collegate e incardinate l’una all’altra, rappresentano i tre piloni di un ponte non più sospeso inutilmente nel vuoto, ma gettato finalmente verso la Terza Repubblica.

Il superamento del bicameralismo perfetto con la «riconversione » del Senato, la riscrittura del Titolo V sulla disciplina delle autonomie locali, una nuova legge elettorale dopo gli orrori del Porcellum e gli errori del proporzionale puro. Sono innovazioni che il Paese capisce ed aspetta da troppo tempo, e che per troppo tempo il Palazzo non ha saputo né voluto progettare. Il taglio del nastro è ancora lontano. Ma aver aperto formalmente il «cantiere», e aver convinto tutti a venirci a lavorare (ad eccezione degli irriducibili a Cinque Stelle) è già di per sé un enorme passo avanti, per una democrazia bloccata per cinquant’anni dal Fattore K, e per 20 anni dal Fattore B.

Renzi si è giocato e si sta giocando l’osso del collo. Ne è consapevole. Com’è consapevole che, dopo aver vinto le primarie del Pd nella stagione delle Intese prima Larghe poi Strette, si porta sulle spalle non solo una «missione », ma anche una «maledizione »: è condannato al cambiamento. Molto più di Letta, che per ora ha comunque la chiave di Palazzo Chigi, l’inquilino di Palazzo della Signoria sa che non può perdere questa partita sulle riforme istituzionali e costituzionali. Per questo ha deciso di rischiare tutto. Mettendo in riga la «vecchia» sinistra del suo partito, e con le spalle al muro il Nuovo Centrodestra. E infine accettando il padre di tutti i rischi: l’accordo con il Cavaliere. Cioè l’intelligenza con l’Arci-nemico, il patto con il diavolo che è già costato la «carriera» a D’Alema ai tempi della Bicamerale e a Veltroni alla vigilia del voto del 2008.

Nel metodo, si può discutere finché si vuole sull’opportunità di questo azzardo compiuto dal segretario. Ci si può chiedere perché per un quasi Ventennio lo stesso tentativo esperito dai suoi predecessori fu bollato con l’enorme scelleratezza dell’«inciucio», mentre oggi viene esaltata la grande bellezza del «patto». E ci si può anche giustamente dolere per quella formula spiccia e quasi ultimativa che Renzi ha sbattuto in faccia alla direzione, rimproverando ingenerosamente la minoranza per aver «portato Berlusconi a Palazzo Chigi», descrivendo un accordo «prendere o lasciare » e avvertendo che se dal pacchetto riformatore si toglie anche solo una «tessera » viene giù l’intero mosaico.

Nel merito, si può obiettare finché si vuole sulla natura ibrida della riforma elettorale, opportunamente ribattezzata «Italicum», perché appunto all’italiana mette tutti gli ingredienti nello stesso piatto, conservando un pizzico di spagnolo (con le circoscrizioni ridotte), insaporendolo di tedesco (con il proporzionale e lo sbarramento) e condendolo di francese (il doppio turno «eventuale»). Si può dubitare sulla legittimità costituzionale di un premio di maggioranza ancora molto consistente, e forse non tale da soddisfare le esigenze poste dalla sentenza della Consulta.

Soprattutto, ci si può e ci si deve rammaricare perché ancora una volta (per un veto a quanto pare insormontabile di Forza Italia) si salvano le liste bloccate, e si continua a privare il cittadino elettore del sacrosanto diritto di scegliere i propri eletti, lasciando di nuovo che a farlo al suo posto siano le segreterie di partito. Questo è il vero «buco nero» della riforma. Il segretario non può non saperlo, e infatti ha già indicato le contromisure. Tuttavia il numero limitato dei candidati in lista e le primarie per scegliere i singoli candidati leniscono solo in parte le ferite lasciate dal Porcellum sulla carne viva della Repubblica.

La svolta di sistema, com’è dunque evidente, si porta dietro i suoi aspetti critici. Ma al fondo, stavolta quello che conta è il risultato finale. E al di là dell’enfasi retorica usata da Renzi, il risultato finale è che forse in un mese è riuscita l’operazione che la politica insegue vanamente dal 1993, cioè dai referendum di Mario Segni. Di questo, al Giamburrasca fiorentino va dato obiettivamente atto. Sarà mosso anche dai suoi interessi personali, e cioè dalla necessità di non lasciarsi logorare dai piccoli cabotaggi della maggioranza e dai grandi sabotaggi delle opposizione. Ma mai come in questa occasione l’interesse di un singolo coincide con gli interessi del Paese. Allora «l’Italia cambia verso », secondo lo slogan renziano? È ancora presto per dirlo con certezza. Le insidie restano, proprio perché il traguardo riformatore sembra così vicino.

La prima insidia riguarda l’esito stesso dell’accordo sulle riforme, ora che parte il confronto in Parlamento. Renzi adesso ha sulla carta i numeri per portarle a casa. Ma il suo accordo con Berlusconi deve reggere, e questa rimane tuttora un’incognita micidiale. È vero che grazie a questa operazione, sia pure da pregiudicato in attesa dell’affidamento ai servizi sociali, il Cavaliere è tornato sulla scena nei panni del «padre costituente», e se non ha ottenuto la piena agibilità politica si è quasi rifatto un’insperata verginità mediatica. Ma è altrettanto vero che l’uomo di Arcore resta un maestro nelle clamorose «rotture» dell’ultimo miglio.

La seconda insidia riguarda il governo. Letta, suo malgrado, esce con le ossa rotte da questa vicenda. E l’hashtag «enricostaisereno» che Renzi gli ha propinato suona poco più che una presa in giro, per un premier che per conoscere i dettagli della trattativa ha dovuto chiamare suo zio Gianni, visto che il segretario del suo partito non gli ha neanche risposto al telefono. Ora Letta, se vuole rilanciare e non farsi travolgere, deve mettere davvero sul piatto qualcosa di buono e di utile per il Paese. E non può più tirarsi indietro, per quello che vale, neanche di fronte a un rimpasto. Se non fa questo, si condanna all’irrilevanza, e forse anche all’inesistenza dal momento che, approvata la nuova legge elettorale, nulla può più ostacolare il ritorno alle urne.

La terza insidia riguarda il partito. La sinistra pd si è astenuta, e il presidente del partito Cuperlo se n’è andato, dopo aver fatto un discorso in forte ma rispettoso dissenso verso la linea del segretario. Uno strappo non conviene a nessuno, proprio ora che il Pd prova a ritrovare la sua «vocazione maggioritaria ». Di questo deve farsi carico la minoranza bersaniandalemiana, che deve rinunciare a tentazioni frazioniste o a pulsioni revanchiste nel segreto del voto parlamentare sulle riforme. Ma, allo stesso modo, deve farsene carico la maggioranza renziana, che deve rinunciare al gusto delle sottili umiliazioni, non solo culturali ma anche solo lessicali, nei confronti della sinistra interna. Renzi sta forgiando la sua leadership nel fuoco della battaglia. Sarebbe assurdo se, per coronare il suo successo, dovesse pagare il prezzo di una «pacificazione » con i suoi avversari, e di una scissione con i suoi «compagni».
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