Politica

Quel western all'italiana dove sparano i pistoleri

6 minuti di lettura
IN TANTA babele di lingua, di idee e di comportamenti che sta devastando le società europea e italiana, va segnalato in apertura di queste righe il discorso pronunciato qualche giorno fa da Giorgio Napolitano al Parlamento europeo di Strasburgo.

Molti capi di Stato sono stati invitati da quell'Assemblea ed hanno detto gentili parole di circostanza, ma nessuno era intervenuto esponendo un giudizio sull'Europa di oggi e un'esortazione così intensa e dettagliata su quella di domani, non tacendo né le virtù né i gravi difetti della politica europea fin qui attuata e i suoi protagonisti nel bene e nel male.

Era il rappresentante d'uno Stato membro dell'Unione che ha affrontato dalla più prestigiosa tribuna del nostro continente problemi, posto domande, suggerito soluzioni che soltanto il presidente di turno dell'Unione avrebbe dovuto indicare, ma nessuno investito di quella carica l'ha finora mai fatto.

Napolitano ha parlato dell'Europa ma anche dell'Italia; ha approvato la politica dei sacrifici a noi imposti perché necessari, ma ha stigmatizzato il fatto che il rigore fosse ormai diventato un'ideologia dei Paesi più ricchi che non si rendono conto della necessità ormai impellente di puntare sulla crescita economica, sull'occupazione, sull'equità sociale che alimenta lo sconforto e la rabbia contro l'Europa stessa, la sua moneta comune, le sue ancora fragili istituzioni.

Qualcuno potrebbe osservare che forse Napolitano sia andato oltre i limiti che la sua carica gli consente. Chi ha fatto un mantra della critica e a volte addirittura dell'insulto contro di lui l'ha già detto, ma è una delle tante falsità faziose che abbondano purtroppo nel nostro Paese. Il suo discorso a Strasburgo è nel solco della grande politica europea di Adenauer, De Gasperi, Monnet, Delors, Schmidt, Kohl e di Altiero Spinelli che firmò il manifesto europeista di Ventotene assieme ad Ernesto Rossi, ambedue condannati al confino dal regime fascista allora vigente.

Napolitano ha ricordato Spinelli come il profeta dell'Europa la cui costruzione è purtroppo ancora incompiuta anche se mai come ora ce ne sarebbe bisogno. È stato un intervento appassionato ed anche un'apertura di orizzonte e una scossa, quasi una frustata all'Europa e all'Italia per la quale ha posto due obiettivi a salvaguardia di un Paese che sembra stia brancolando alla cieca: la continuità e la stabilità del governo in carica, la maggiore dinamicità cui deve dare tutta l'energia possibile nell'ambito delle risorse delle quali dispone e poiché sono scarse deve agire sull'Europa, utilizzando le possibili alleanze e la propria fermezza di Paese fondatore di una storia che rischia di impantanarsi in una tecnocrazia dominata dagli interessi di pochi a danno dell'Unione nel suo insieme.

I protagonisti della nostra politica e i cittadini consapevoli dell'impegno civico del quale tutti dovremmo dar prova dovrebbero leggere il testo del discorso di Napolitano e i media dovrebbero (avrebbero dovuto) dargli un'attenzione maggiore di quanto non abbiano fatto. Preferiscono il gossip la maggior parte dei nostri media, senza capire che il loro ruolo dovrebbe essere quello di informare e al tempo stesso di educare.

* * *

Guardando ciò che sta accadendo nell'unico partito che esista ancora in Italia, mi viene in mente la tipica scena di ogni film western: la cavalleria di militari o banditi e i carriaggi delle carovane dopo aver superato pianure, attraversato fiumi ed essersi arrampicati su sentieri scoscesi, imboccano alla fine una strada stretta e tortuosa, circondata da alte rocce: una terra di agguati e di trappole. Non sempre i cattivi sono nascosti dietro quelle rocce mentre i buoni percorrono la strettoia; a volte i carriaggi e i cavalieri sono da ambo le parti in quella strada che li porterà ad uno scontro frontale. La vittoria è incerta e gli spettatori attendono il finale per sapere se hanno vinto i buoni, come quasi sempre avviene nei film. Nella realtà invece i tempi sono assai più complicati: chi sono i buoni e chi i cattivi?

E noi giudichiamo dal punto di vista del nostro partito che sempre vorremmo vincesse, o nell'interesse del Paese che non sempre coincide con quello d'un partito?

Questo sta accadendo ora in Italia e non solo nel Partito democratico ma in tutte le forze politiche, grandi o piccole che siano. Se qui ci occupiamo del Pd è perché da esso dipenderanno in gran parte le decisioni degli altri. Letta e Renzi sono i protagonisti ma non mancano i comprimari e la matassa è molto intricata.

* * *

Gli appuntamenti decisivi sono tre: domani c'è l'incontro al Quirinale tra il Capo dello Stato e Letta e già si conosce il principale argomento di cui discuteranno: il programma del governo dei prossimi mesi per rilanciare l'economia nei limiti delle risorse disponibili e le iniziative da prendere affinché la politica europea renda possibile una maggiore elasticità finanziaria e la sostenga con adeguate provvidenze. Si parlerà anche della sostituzione di ministri già dimissionari o in via di esserlo.

Letta ribadirà la sua intenzione di non dimettersi prima del semestre di presidenza europea che avrà termine alla fine di quest'anno con probabili elezioni generali nella primavera del 2015. Napolitano dal canto suo è del tutto d'accordo, ritiene inopportuno che il titolare di Palazzo Chigi cambi adesso e l'ha espresso con chiarezza anche nel suo discorso a Strasburgo quando ha dichiarato che l'aspetto positivo per l'Italia e per l'Europa è la stabilità, la continuità e l'evoluzione dinamica della Ue verso una vera Federazione.

Molti non hanno afferrato quest'aspetto essenziale di quell'intervento di fronte ad una platea gremita e plaudente e continuano a profetizzare di un'imminente staffetta tra Letta e Renzi a Palazzo Chigi. Sul "Foglio" di ieri l'editorialista Cerasa la dà per certa anche perché il governo Letta è ormai di nessuno, lontano dal Partito democratico e perfino dal Quirinale. Mentana fa la stessa previsione da molte sere sulla sua "Sette" e in ogni trasmissione ne aumenta la certezza.

Questi commentatori ed altri che li riecheggiano non hanno capito (o non vogliono capire) che il governo nominato un anno fa dal presidente della Repubblica e più volte confortato dalla fiducia del Parlamento non è affatto "di nessuno" e non è neppure di qualcuno che non sia il presidente del Consiglio e i ministri in carica, titolari del potere esecutivo cioè di un potere distinto dagli altri poteri costituzionali dello stato di diritto. Per buttarlo giù sono necessarie le dimissioni di chi lo guida o una mozione di sfiducia approvata dal Parlamento.

Parlare di staffetta imminente in questa situazione è un marchiano errore lessicale: la staffetta è una gara di corsa a tappe dove il corridore di una squadra, compiuto un tratto di pista passa il testimone al compagno che a sua volta percorre con la massima velocità il tratto successivo. Il passaggio del testimone avviene per regolamento della gara e si compie col pieno accordo dei compagni di squadra.

Nel caso che stiamo esaminando non esiste alcun regolamento e tantomeno l'accordo tra i corridori. Letta non ha alcuna intenzione di passare il testimone (cioè di dimettersi) e Renzi dice e ripete che, quanto a lui, non ha alcuna intenzione di andare al voto perché - così ha dichiarato appena due giorni fa - forse sarebbe utile a lui ma non certo al Paese. Francamente non credo che sarebbe utile a lui, ma certamente non al Paese ed è intellettualmente onesto a dirlo.

Nel partito ci sono, come è naturale, i pro e i contro, ma tutti continuano a parlare di una staffetta che peraltro è inesistente. Chi vuole Renzi a Palazzo Chigi non ha altra strada che spingerlo a presentare o a votare in favore di una mozione di sfiducia presentata da Alfano il quale tuttavia ha più volte dichiarato che non ne ha alcuna intenzione.

Allora la domanda che ci si deve porre è questa: può il Pd provocare la caduta del governo Letta che gode di ampia considerazione non solo dal Capo dello Stato che l'ha nominato, ma anche dalle principali autorità europee e perfino da quella tedesca, sebbene Letta abbia già manifestato e ancor più manifesterà la sua fermezza in Europa affinché la politica economica continentale cambi senza di che il rilancio della crescita resterebbe di fatto ai nastri di partenza, con conseguenze disastrose non solo per i Paesi poveri ma anche per i più ricchi del continente? Giro questa domanda al presidente della Confindustria e a quei membri autorevoli della "Business community" che fanno proposte razionali per il rilancio dell'occupazione e degli investimenti e la giro anche alla Camusso, segretaria della Cgil, che chiedono tutti a Letta di far proprie le loro proposte oppure di andarsene a casa. Ma né Squinzi né i suoi autorevoli colleghi industriali né la segretaria del maggior sindacato di lavoratori indicano le coperture adeguate a rendere attuabili le loro proposte. Non le indicano perché non ci sono o non sono adeguate o sono cervellotiche. Se l'Europa che conta non cambia politica è impossibile procedere al rilancio il cui strumento più idoneo è un taglio consistente del cuneo fiscale che favorisce al tempo stesso le imprese, i lavoratori e quindi gli investimenti e i consumi. Taglio sostanziale con l'aggiunta di ulteriori pagamenti dalla pubblica amministrazione ai propri creditori significa risorse fresche di almeno cinquanta miliardi e forse più. Si possono trovare queste risorse senza un mutamento della politica europea?

In teoria l'alternativa ci sarebbe: un'imposta patrimoniale sui beni immobili e anche mobili. Ma si dovrebbe applicare non solo ai ricchi ma anche agli agiati; per intendersi, non solo a chi ha redditi al di sopra della soglia di mezzo milione l'anno ma a partire dalla soglia di 70 mila euro e cioè alla ricchezza patrimoniale della quale questi redditi sono il segnale.

È possibile socialmente ed anche economicamente e politicamente tassare uno strato di questo genere senza provocare una fuga spettacolare di capitali, una drammatica caduta del valore degli immobili, uno sconvolgimento delle imprese del lusso che sono tra le poche che ancora reggono la competizione ed infine una rabbia sociale non solo dei "forconi" ma di ceti che sostengono l'architettura economico-sociale del Paese? E con un prelievo "una tantum" che non può ripetersi?

Mi piacerebbe ricevere la risposta a questa domanda da Squinzi e dalla Camusso. Mi piacerebbe che fossero loro a proporlo al governo. Diminuire le diseguaglianze, questo sì, bisognerebbe farlo al più presto e in piccola parte si sta già facendo; si tratta di aumentare il numero degli asili, delle borse di studio, dei concorsi che privilegiano il merito; strumenti costosi ma necessari anche se non hanno alcuna attinenza con l'occupazione e i consumi ma soltanto con l'educazione e la cultura preparando a lunga scadenza i frutti in termini di produttività e creatività del sistema.

Queste cose andrebbero dette e ripetute sia da Letta sia da Renzi sia dal maggior partito italiano sia dagli attuali alleati e da quelli potenziali, cioè gli elettori che si sono rifugiati nell'astensione o nei populismi di varie specie ma di analoga natura.

Come si vede, la staffetta non c'è e non ci sarà perché sarebbe soltanto fonte di confusione ancora maggiore di quanto già non ce ne sia.
I commenti dei lettori