ROMA - Nessuno si spinge ad annunciare un voto contrario al Senato, ma dopo aver ascoltato il discorso di Matteo Renzi a Palazzo Madana, una pattuglia di scontenti del Pd non manca di marcare la sua distanza dal segretario-presidente del Consiglio. Il più duro è il senatore Paolo Corsini, bersaniano. "Renzi forse non ha capito la differenza tra un consiglio comunale e l'aula del Senato. Ha tenuto un piccolo comizio da modesto segretario di partito", attacca il parlamentare. Una linea condivisa da diversi senatori. "E' stato un discorso deludente", è stato il leit motiv di diversi parlamentari nel Transatlantico di palazzo Madama.
Parole che estremizzano un malumore emerso in tutta la sua forza nel corso della riunione di questa mattina del gruppo democratico a Palazzo Madama. La lacerazione provocata dal repentino avvicendamento a palazzo Chigi tra Enrico Letta e Renzi ha lasciato infatti strascichi e l'intervento in Aula del premier ha confermato i dubbi di chi già aveva comunque già deciso di votare sì alla fiducia. Letta domani sarà in Aula a Montecitorio per la fiducia, mentre i suoi lanciano l'hashtag #matteostaisereno.
Critiche sono arrivate a Renzi nel metodo, ma anche nel merito. Più che l'inconsueto discorso a braccio, i rimproveri al premier riguardano infatti le mosse e le scelte compiute nel corso della convulsa settimana del cambio della guardia. Sono tornate ad echeggiare, ad esempio, le critiche per la nomina di Federica Guidi allo Sviluppo economico sia per un potenziale conflitto di interessi, sia perchè dietro la nomina potrebbe celarsi "un'intesa riservata" con Silvio Berlusconi, come ha detto esplicitamente Miguel Gotor.
Nel corso della riunione, sempre a quanto si è appreso, perplessità sull'operazione sono stati avanzati non solo dai bersaniani, ma da diverse anime del Pd, da Walter Tocci a Vannino Chiti, da Paolo Corsini a Mario Tronti. Voterò la fiducia, ma "obtorto collo", ha rincarato il senatore Felice Casson.
A questo punto Renzi si avvia comunque, salvo sorprese, a prendere la fiducia di tutto il gruppo, compresi i civatiani. Ma da domani il presidente del Consiglio potrebbe toccare con mano il clima che si respira a palazzo Madama, provvedimento dopo provvedimento. E soprattutto a marzo quando, come ha annunciato lo stesso premier, arriverà la riforma del Senato.
Parole che estremizzano un malumore emerso in tutta la sua forza nel corso della riunione di questa mattina del gruppo democratico a Palazzo Madama. La lacerazione provocata dal repentino avvicendamento a palazzo Chigi tra Enrico Letta e Renzi ha lasciato infatti strascichi e l'intervento in Aula del premier ha confermato i dubbi di chi già aveva comunque già deciso di votare sì alla fiducia. Letta domani sarà in Aula a Montecitorio per la fiducia, mentre i suoi lanciano l'hashtag #matteostaisereno.
Critiche sono arrivate a Renzi nel metodo, ma anche nel merito. Più che l'inconsueto discorso a braccio, i rimproveri al premier riguardano infatti le mosse e le scelte compiute nel corso della convulsa settimana del cambio della guardia. Sono tornate ad echeggiare, ad esempio, le critiche per la nomina di Federica Guidi allo Sviluppo economico sia per un potenziale conflitto di interessi, sia perchè dietro la nomina potrebbe celarsi "un'intesa riservata" con Silvio Berlusconi, come ha detto esplicitamente Miguel Gotor.
Nel corso della riunione, sempre a quanto si è appreso, perplessità sull'operazione sono stati avanzati non solo dai bersaniani, ma da diverse anime del Pd, da Walter Tocci a Vannino Chiti, da Paolo Corsini a Mario Tronti. Voterò la fiducia, ma "obtorto collo", ha rincarato il senatore Felice Casson.
A questo punto Renzi si avvia comunque, salvo sorprese, a prendere la fiducia di tutto il gruppo, compresi i civatiani. Ma da domani il presidente del Consiglio potrebbe toccare con mano il clima che si respira a palazzo Madama, provvedimento dopo provvedimento. E soprattutto a marzo quando, come ha annunciato lo stesso premier, arriverà la riforma del Senato.