Politica

Quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia

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CHI vuol essere lieto, sia / di doman non c'è certezza. Così poetava il Magnifico Lorenzo che a mezzo millennio di distanza Matteo Renzi ha certamente eletto a proprio modello e questi suoi versi ad insegna della sua operazione politica.
Purtroppo - almeno per quanto ne sappiamo - il neo-presidente del Consiglio non sa poetare, ma la sua eloquenza comiziesca è tra le migliori che si siano sentite negli anni dell'Italia repubblicana. Mi viene in mente Pietro Nenni quando ancora esaltava nelle piazze la Resistenza e la vittoria che la classe proletaria doveva realizzare. Mi viene in mente Vanoni e la forza del suo ragionare e Luciano Lama ed Enrico Berlinguer la cui retorica dell'anti-retorica affascinava milioni di persone. Ma mi viene in mente anche Benito Mussolini che, in materia di comizi di Stato, non fu certo secondo a nessuno.

Renzi non somiglia a nessuno di loro, la sua è un'eloquenza casual di notevole efficacia. Racconta la sua vita, le sue speranze, il suo desiderio di successo. Racconta d'un paese che potrebbe esser felice, di giovani creativi che possono battere i loro coetanei di tutto il mondo sol che lo vogliano e li chiama a mettersi all'opera insieme a lui per riavviare la macchina che si è fermata e che solo a spinte può far ripartire il motore bloccato. Con lui naturalmente al volante.

Ma poi gli viene il dubbio che la spinta non basti e che il motore non sia bloccato ma fuso e quindi bisogna cambiarlo.

Se è così la faccenda si complica perché allora occorre modernizzare lo Stato, la pubblica amministrazione, il fisco, gli ammortizzatori sociali. Ci vogliono intelligenza, costanza, risorse. Ci vuole continuità e insieme discontinuità. Ci vuole una squadra, un partito consapevole, una classe dirigente che abbia coraggio e preparazione, nuova, giovane, ma preparata. Ci vuole il partito dei sindaci e il sindaco d'Italia. E risorse. E riforme. E tempo.

Il programma è dunque cambiato: dalla spinta per riavviare il motore in quattro mesi ad un'operazione che impegna il Paese per un'intera generazione.

Va bene uno come Renzi? O forse era meglio Enrico Letta? O qualcun altro che non conosciamo?

Certo non Berlusconi, cui il peggio di Renzi somiglia (ognuno di noi ha il peggio e il meglio dentro di sé e Renzi non fa certo eccezione); certo non Grillo che comincia a perder pezzi come era prevedibile.

Questo comunque è il tema che ci soverchia. Chi vuole esser lieto sia, di doman non c'è certezza. Lorenzo morì giovane, a 43 anni, dopo esser scampato ai pugnali che uccisero suo fratello. Renzi, per sua e nostra fortuna, questi rischi non li corre, ma ne corre altri e il punto che deve esser chiaro a tutti è questo: se non ce la fa, se è incapace di far ripartire il motore, se non ne ha la forza, la capacità e la preparazione, se ha affrontato il compito solo per aver successo, allora lui perderà la faccia ma tutti noi e cioè il Paese finiremo nel baratro, saremo un Paese politicamente fallito ed economicamente commissariato e i sacrifici che abbiamo fin qui sopportato saranno giuggiole di fronte a quelli che ci aspetteranno. Perciò la vigilanza delle persone responsabili non deve mai venire meno.

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Alcuni obiettivi economici cominciano a delinearsi ed anche qualche indicazione di copertura dopo la nebbia che tuttora circonda il "Jobs Act" (dove la parola job che in italiano significa lavoro è invece declinata al plurale).

Ieri mattina tuttavia è stata diffusa dal palazzo del governo una notizia "eccitante": tutti i disoccupati avranno un salario minimo garantito indipendentemente dalle loro condizioni economiche. Il governo nella persona del ministro del Lavoro non ha avuto ancora il tempo di esaminare il progetto e tantomeno l'ha avuto il Consiglio dei ministri. Tutto è ancora nelle mani di Taddei che è il capo del settore economico del Pd e parla direttamente con Renzi.

Da quanto siamo in grado di sapere finora l'ammontare del salario garantito sarebbe di circa mille euro mensili (al lordo o al netto di tasse e contributi?). Il costo totale sarebbe di 1,6 miliardi. Ma 7,2 miliardi vengono già da tempo destinati a questo compito. Il totale, cioè 7,2 più 1,6, sarebbe poco meno di 9 miliardi, e il nuovo progetto potrebbe essere finanziato pescando nei 2,5 miliardi della Cig in deroga. Sicché il nuovo stanziamento di 1,6 miliardi produrrebbe solo uno spostamento dall'esubero della Cig in deroga al sussidio di disoccupazione per categorie rimaste finora scoperte, con un'operazione a somma zero.

Fin qui la notizia che in questi termini è una vera e propria matassa poco comprensibile dalla quale emerge che il gran fracasso del governo e dei media è fondato non già sullo splendido inizio della scossa per riavviare il rilancio dell'equità e del lavoro, bensì sul nulla.

L'obiettivo principale è comunque il taglio del cuneo fiscale, indicato in 10 miliardi. Anche Letta l'aveva messo e fatto approvare dal Parlamento nella legge di stabilità, ma per 6 miliardi affinché non vi fossero ripercussioni sul limite del 3 per cento del deficit, imposto dalle regole europee e ribadito dal governatore Visco nel suo recente incontro con il nuovo presidente del Consiglio appena nominato.

Oltre al cuneo fiscale un altro obiettivo è il riassetto degli edifici scolastici affidato all'intervento dello Stato per un totale di 2 miliardi. Assistenza alle piccole e medie imprese (ma l'ammontare non è definito), aiuti agli esodati, ai disoccupati, ai precari (ma anche per queste voci manca l'ammontare). Infine il pagamento "to-ta-le" (scandito così) dei debiti della pubblica amministrazione verso aziende creditrici, effettuato con fondi della Cassa depositi e prestiti. La Cassa è pronta a far fronte a quest'impegno per un ammontare di 30 miliardi, i debiti to-ta-li sono stimati un'ottantina, ma questa cifra va verificata e il ministro dell'Economia, Padoan, si accinge a farlo sperando che siano di meno. Corrado Passera, ai tempi del governo Monti che sembrano ormai preistorici, ne pagò più di 20. Il ricorso alla Cassa è previsto anche nella legge di stabilità, ma deve esser chiaro un punto: ricorrendo alla Cassa lo Stato non estingue il suo debito ma cambia soltanto il nome del creditore: invece di aziende c'è una banca. L'aspetto positivo dell'operazione è comunque un'iniezione di liquidità nel sistema.

Il complesso di questi interventi si aggira sui 50-60 miliardi. Se si defalcano i 30 della Cdp, ne restano da coprire 20-30. Il commissario alla spending review Cottarelli prevede un taglio immediato di 3 miliardi; per gli altri ci vogliono ancora molti mesi. La lotta contro l'evasione è già stata contabilizzata da Saccomanni, forse potrà dare due o tre miliardi in più; cinque miliardi vengono dalla diminuzione dello spread. Il totale di queste cifre è di circa 10 miliardi. Ne restano scoperti dai 10 ai 20. Ricordiamo che in questi conteggi almeno la metà è stata prevista da Letta e già contabilizzata nella legge di stabilità, perciò in tutto questo non c'è alcuna scossa particolare ma soltanto una continuità con più grinta.

A produrre una scossa sarebbe semmai un'imposta edilizia di natura progressiva, ma qui bisognerebbe superare l'opposizione sia di Berlusconi sia di Alfano. Quanto all'imposta sulle rendite è opportuno non parlare più dei titoli di Stato, a cominciare dai Bot, che già sono ampiamente tassati e non si debbono più oltre toccare per non turbare un importantissimo mercato del risparmio dove ogni anno il Tesoro deve prelevare 400 miliardi per rifinanziare i debiti in scadenza.

Questo è quanto. Citando il poeta dirò: "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie". Tutto dipenderà da Draghi, dalla Merkel, dall'Europa.

Alcuni economisti ed esperti dei mercati e del rapporto del dare e dell'avere tra Italia ed Europa suggeriscono un'altra via. In modi diversi ma analoghi la indicano Roberto Perotti sul Sole24 Ore di giovedì scorso ed Enrico Marro sul Corriere della Sera dello stesso giorno. La via è quella di convincere l'Europa a consentire al governo italiano di sforare il limite del 3 per cento e di scambiare il contributo che l'Italia versa al bilancio della Ue con le somme che la Ue versa all'Italia per aiutare le regioni economicamente depresse del nostro Paese che sono quelle del profondo Sud.

La stessa idea l'aveva anche Letta che ne aveva già discusso con Draghi, Barroso e con i governi dell'area mediterranea (Francia e Spagna in particolare) con l'Olanda e la Germania trovandoli abbastanza disponibili. Il punto di svolta si sarebbe verificato nel corso del semestre di presidenza italiana.

È una strada percorribile anche da Renzi? Noi ce lo auguriamo. Questa sì, sarebbe una scossa decisiva per il rilancio economico e sociale del nostro Paese combinando insieme continuità ed energia politica.

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Ma a proposito di politica c'è da segnalare una novità: il Movimento 5 stelle sta mostrando segni crescenti di sfaldamento parlamentare, sia alla Camera sia al Senato. Sta prendendo forma un gruppo di dissidenti che darà probabilmente luogo ad una nuova formazione politica con intenti simili a quella di Vendola e di Civati. Questa novità modifica in prospettiva i potenziali orientamenti del Pd e della maggioranza parlamentare che sostiene Renzi.

Fino ad ora il partito renziano disponeva di due distinte maggioranze, non necessariamente alternative: quella con Alfano per governare day by day; quella con Berlusconi (ed anche con Alfano) per le riforme costituzionali del Senato e del Titolo V e la legge elettorale. Ma si profila ora una terza maggioranza, alternativa alle prime due: quella con Vendola e con la dissidenza grillina che all'interno del Pd interessa Civati, l'ala bersaniana ed anche D'Alema e Cuperlo. Sposterebbe il Pd verso una posizione di sinistra-centro anziché di centro-sinistra e favorirebbe il recupero elettorale dei tanti simpatizzanti del Pd che hanno però da tempo abbandonato quel partito scegliendo Grillo o l'astensione dal voto.

Renzi resterebbe alla guida del governo ma la natura del partito registrerebbe un mutamento di notevole rilievo. Se quest'ipotesi si verificasse, la sinistra-centro potrebbe essere bilanciata da una posizione moderata centrista, del tipo Tabacci-Casini-Alfano. Renzi potrebbe essere il perno di quest'ampio schieramento che avrebbe una durata medio-lunga fino al 2018 e anche oltre.

Il sindaco di Bari che è estroso nel linguaggio chiama Renzi col nome di Matteo Bonaparte e, sul Foglio di venerdì scorso scandisce "Na-po-leo-ne". Estroso e per me alquanto preoccupante. Napoleone fu ai suoi tempi un genio militare. Politicamente non ne sapeva granché e si serviva di Talleyrand nel bene e nel male. Non mi pare che Delrio e neppure Carrai abbiano la taglia del duca di Périgord.

Concludo ripetendo: chi vuole essere lieto sia, di doman non c'è certezza.
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