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Esercito, il capo di Stato maggiore: "Risorse non devono mai mancare, o impegno sarà vano"

Claudio Graziano fa il punto sulle condizioni delle Forze armate: "Siamo aperti alle esigenze di risparmio ma i mezzi vanno ammodernati o si comprometterà efficacia delle missioni"

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ROMA  -   Il 153esimo anniversario dell'Esercito italiano non è solo l'appuntamento per la consegna delle medaglie ai militari più meritevoli e
alle famiglie dei caduti. E' anche l'occasione giusta per fare il punto sulle prospettive di utilizzo e sulle richieste delle Forze Armate, a maggior ragione in tempi di austerità e tagli. Il capo di Stato maggiore dell'Esercito Claudio Graziano mette subito l'accento sul tema più spinoso: "Non devono mai mancare le risorse essenziali per l'addestramento e la manutenzione dei mezzi, se non vogliamo che l'impegno dei nostri militari sia vanificato".

Generale, l'affetto del paese verso i soldati è una garanzia sufficiente
perché le risorse non manchino?


"L'affetto per l'esercito e il sostegno alle missioni sono irreversibili, ma bisogna tenere alta l'attenzione. C'è il rischio che le notizie economiche possano far dimenticare quello che i soldati fanno. Un minimo di risorse è necessario, è un investimento nell'efficienza. Siamo aperti alle esigenze di risparmio, ma serve anche l'ammodernamento dei mezzi, per non superare quel limite che comprometterebbe l'efficacia delle missioni".

Il governo chiede sacrifici ai cittadini, e anche alle Forze armate. Com'è
la situazione dell'Esercito?


"Dopo i tagli, ci aspettiamo una crescita delle risorse destinate ad addestramento e manutenzione dei mezzi: è indispensabile per la sicurezza. Bisogna chiarire che le spese correnti dell'esercito non sono quelle della burocrazia, ma quelle che garantiscono l'efficienza delle unità. E siamo già sotto il limite minimo".

Il ministro della Difesa ha annunciato che le Forze armate italiane sono
disponibili per eventuali operazioni di peacekeeping in Ucraina, se fossero
richieste dalla comunità internazionale. Siete pronti?


"La decisione è politica, ma se ci fossero assegnate altre operazioni fuori area, noi siamo pronti. Ricordiamoci che in passato siamo stati in grado di schierare oltre diecimila uomini, fra Kosovo, Afghanistan, Libano e Iraq. Il personale c'è, naturalmente lo svolgimento delle missioni richiede fondi sufficienti, non c'è dubbio. Per mandare soldati in altri paesi servirebbero altre risorse, oltre agli stanziamenti decisi annualmente".

I soldati italiani sono impegnati anche sul territorio nazionale, di recente anche con la missione nella "terra dei fuochi". Questo dispiegamento è un salto di qualità rispetto al passato, a operazioni forse più "quotidiane", come "Strade sicure"?

"Effettivamente c'è un salto di qualità rispetto a compiti svolti in passato, da "Strade sicure" alla "terra dei fuochi": è richiesto personale specializzato, capace di operazioni delicate".

Comincia a diffondersi l'idea che i militari italiani si siano scrollati di
dosso immagini del passato e oggi godano di stima internazionale. Che ne
pensa?


"La conferma della stima diffusa per i militari italiani è sotto gli occhi di tutti. In questo momento tre ufficiali delle nostre Forze armate sono al comando di tre diverse missioni internazionali, sotto tre organismi diversi: Onu, Ue, Nato".

Rispetto ad altri paesi resta però una differenza importante nelle reazioni
alle perdite. Quando cade un militare italiano c'è un coinvolgimento
generale, un lutto che non rimane confinato alle Forze armate. Altri paesi
invece hanno un approccio più distaccato. Questo per noi è un problema o un vantaggio?


"E' sicuramente una ricchezza, la coscienza che questi soldati che hanno
offerto la vita sono "i nostri figli migliori". Rispetto ad altri paesi
cambia l'approccio culturale, per noi è importante che ogni caduto abbia la
sua rilevanza. Ma io ho assistito a cerimonie di saluto per caduti di tutti
i contingenti, e in tutte c'era massima partecipazione e un significato
profondo. In Italia c'è anche un significativo legame con le famiglie, e
c'è sempre una grandissima dignità dei familiari di fronte alla perdita".

Ma è vero che gli italiani hanno una loro "scuola" di peacekeeping, fatta
di maggior diplomazia e minor voglia di menare le mani?


"La via italiana al peacekeeping è cominciata già ai tempi delle operazioni
in Libano guidate dal generale Angioni. L'Italia aveva dovuto ricostruire
le sue Forze armate ma in Libano ha costruito anche un ottimo rapporto con
i locali. In sostanza, i libanesi hanno capito che eravamo lì a difendere
la popolazione. E non lo hanno dimenticato: anche da poco, a Beirut, il
leader sciita Nabih Berri mi ha ricordato che i medici del nostro ospedale
da campo avevano curato sua moglie. Insomma, ci siamo accorti che quello
che si costruisce resta oltre la nostra stessa vita".

A volte però la collaborazione con altri paesi viene messa sotto accusa. E'
stato detto che l'addestramento ai militari libici è legato al loro
utilizzo per fermare i migranti. Sarebbe quasi il seguito degli sciagurati
accordi con Gheddafi. Che ne dice?

"Nel nostro addestramento ai libici non c'è nessun indirizzo specifico al
controllo delle migrazioni. Stiamo addestrando un battaglione di fanteria
perché sia pronto per operazioni che possono avere a che fare con qualsiasi
compito militare, quindi anche con il controllo dell'immigrazione illegale.
La ricostruzione della Libia passa anche attraverso la costruzione di Forze
armate credibili, slegate dall'appartenenza di parte".
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