Scajola: "Cellulare strumento del cazzo". E chiamava anche con Viber e Skype
Le carte che hanno portato all'arresto dell'ex ministro di di altre sette persone accusate di aver favorito la latitenza dell'ex deputato di FI verso la Dda. C'è anche lettera "decisiva" che sarebbe di Gemayel. I pm: "L'ex ministro, gli arrestati e Vincenzo Speziali interferivano su funzioni sovrane"
REGGIO CALABRIA - Le carte sono in viaggio e arriveranno non prima di martedì o mercoledì alla Dda. Sono atti, documenti, pc e materiale informatico sequestrato dalla Dia nel corso delle perquisizioni fatte nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex ministro Claudio Scajola e di altre sette persone accusate di avere favorito la latitanza dell'ex deputato di Fi Amedeo Matacena. In questo materiale c'è anche una lettera che, secondo gli investigatori, potrebbe costituire un elemento "decisivo" per confermare le accuse a Scajola. Si tratta di una lettera scritta al computer in francese con una sigla che secondo gli investigatori potrebbe essere quella dell'ex presidente libanese Amin Gemayel indirizzata al "mio caro Claudio". Nella lettera si legge che "la persona potrà beneficiare in maniera riservata della stessa posizione di cui gode attualmente a Dubai" e "avrà un documento di identita'". Ne…
REGGIO CALABRIA - Le carte sono in viaggio e arriveranno non prima di martedì o mercoledì alla Dda. Sono atti, documenti, pc e materiale informatico sequestrato dalla Dia nel corso delle perquisizioni fatte nell'ambito dell'inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex ministro Claudio Scajola e di altre sette persone accusate di avere favorito la latitanza dell'ex deputato di Fi Amedeo Matacena. In questo materiale c'è anche una lettera che, secondo gli investigatori, potrebbe costituire un elemento "decisivo" per confermare le accuse a Scajola. Si tratta di una lettera scritta al computer in francese con una sigla che secondo gli investigatori potrebbe essere quella dell'ex presidente libanese Amin Gemayel indirizzata al "mio caro Claudio". Nella lettera si legge che "la persona potrà beneficiare in maniera riservata della stessa posizione di cui gode attualmente a Dubai" e "avrà un documento di identita'". Nella lettera si dice anche che "troveremo un modo per per fare uscire la persona dagli Emirati Arabi e farlo arrivare in Libano". Un riferimento chiaro, per l'accusa, ad Amedeo Matacena, che si trova attualmente - latitante - a Dubai.
Scajola, gli arrestati e Vincenzo Speziali, quali componenti di "un'associazione per delinquere segreta collegata alla 'ndrangheta", hanno posto in essere o comunque agevolato "condotte dirette ad interferire su funzioni sovrane quali la potesta' di concedere l'estradizione", da Stati esteri, scrivono i pm della Dda di Reggio Calabria.
Intanto emergono altri dettagli. "Appare utile ribadire - scrive il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Olga Tarzia, che ha emesso l'ordinanza nei confronti di Scajola ed altre sette persone per il favoreggiamento della latitanza di Amedeo Matacena - che Claudio Scajola e Chiara Rizzo nei loro colloqui utilizzano un linguaggio volutamente criptico. Così nelle teelfonate spesso si indicava il figlio di Matacena, ma in realta' ci si riferiva all'imprenditore latitante. "E' possibile rilevare - scrive il giudice - che le conversazioni tra Claudio Scajola e Chiara Rizzo spesso sono schermate, allusive ed indirette, nel tentativo di non fare comprendere, nell'ipotesi di 'intrusione', il soggetto cui si riferiscono nei loro dialoghi, alludendo ad esempio in un caso al figlio della Rizzo, ma in realta' riferendosi ad Amedeo Matacena". Il telefono cellulare - che Scajola nelle sue conversazioni definisce "strumento del cazzo" e causa di "esaurimento nervoso", faceva paura. Al punto che per comunicare venivano usati anche i nuovi strumenti di comunicazione come Viber e Skype per evitare di essere intercettati. Inoltre Scajola attendeva la candidatura al Parlamento europeo e la probabile elezione per poter dare, col proprio stipendio, 15.500 euro a Chiara Rizzo, per l'anticipo di una nuova casa in affitto a Montecarlo.
E ancora: esisteva un gruppo di 'amici', tra i quali anche l'ex ministro Scajola, che lavorava per fare in modo che Amedeo Matacena non fosse sottoposto all'esecuzione della condanna comminatagli, rileva il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Reggio Calabria. Le conversazioni registrate tra la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, e l'ex parlamentare, Claudio Scajola, consentivano di "apprezzare - afferma il giudice - l'esistenza tra i due di ottimi e consolidati rapporti personali e di sicure cointeressenze economiche". "Ancor prima - prosegue - della decisione della Corte di Cassazione del 5 giugno 2013 che rigettava il ricorso del Matacena contro la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria del 18 luglio 2012 che condannava l'imputato alla pena di anni 5 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, rendendo definitiva la sentenza a carico dell'armatore, erano intervenute svariate conversazioni tra Chiara Rizzo, il citato Scajola, una collaboratrice dello stesso ed altri personaggi comunque legati a Matacena e desiderosi di aiutarlo". "Secondo le cadenze - conclude il giudice - delle conversazioni intercettate, intervallate da servizi di controllo e videoriprese che corroborano la prospettiva investigativa di un intenso lavoro svolto dagli "amici" per garantire che Matacena non fosse sottoposto all'esecuzione della grave pena che gli era stata comminata".
Scajola, gli arrestati e Vincenzo Speziali, quali componenti di "un'associazione per delinquere segreta collegata alla 'ndrangheta", hanno posto in essere o comunque agevolato "condotte dirette ad interferire su funzioni sovrane quali la potesta' di concedere l'estradizione", da Stati esteri, scrivono i pm della Dda di Reggio Calabria.
Intanto emergono altri dettagli. "Appare utile ribadire - scrive il giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, Olga Tarzia, che ha emesso l'ordinanza nei confronti di Scajola ed altre sette persone per il favoreggiamento della latitanza di Amedeo Matacena - che Claudio Scajola e Chiara Rizzo nei loro colloqui utilizzano un linguaggio volutamente criptico. Così nelle teelfonate spesso si indicava il figlio di Matacena, ma in realta' ci si riferiva all'imprenditore latitante. "E' possibile rilevare - scrive il giudice - che le conversazioni tra Claudio Scajola e Chiara Rizzo spesso sono schermate, allusive ed indirette, nel tentativo di non fare comprendere, nell'ipotesi di 'intrusione', il soggetto cui si riferiscono nei loro dialoghi, alludendo ad esempio in un caso al figlio della Rizzo, ma in realta' riferendosi ad Amedeo Matacena". Il telefono cellulare - che Scajola nelle sue conversazioni definisce "strumento del cazzo" e causa di "esaurimento nervoso", faceva paura. Al punto che per comunicare venivano usati anche i nuovi strumenti di comunicazione come Viber e Skype per evitare di essere intercettati. Inoltre Scajola attendeva la candidatura al Parlamento europeo e la probabile elezione per poter dare, col proprio stipendio, 15.500 euro a Chiara Rizzo, per l'anticipo di una nuova casa in affitto a Montecarlo.
E ancora: esisteva un gruppo di 'amici', tra i quali anche l'ex ministro Scajola, che lavorava per fare in modo che Amedeo Matacena non fosse sottoposto all'esecuzione della condanna comminatagli, rileva il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Reggio Calabria. Le conversazioni registrate tra la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, e l'ex parlamentare, Claudio Scajola, consentivano di "apprezzare - afferma il giudice - l'esistenza tra i due di ottimi e consolidati rapporti personali e di sicure cointeressenze economiche". "Ancor prima - prosegue - della decisione della Corte di Cassazione del 5 giugno 2013 che rigettava il ricorso del Matacena contro la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria del 18 luglio 2012 che condannava l'imputato alla pena di anni 5 di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, rendendo definitiva la sentenza a carico dell'armatore, erano intervenute svariate conversazioni tra Chiara Rizzo, il citato Scajola, una collaboratrice dello stesso ed altri personaggi comunque legati a Matacena e desiderosi di aiutarlo". "Secondo le cadenze - conclude il giudice - delle conversazioni intercettate, intervallate da servizi di controllo e videoriprese che corroborano la prospettiva investigativa di un intenso lavoro svolto dagli "amici" per garantire che Matacena non fosse sottoposto all'esecuzione della grave pena che gli era stata comminata".