Politica

Il caso Floris e il terremoto in Rai

2 minuti di lettura
Può risultare certamente sgradevole, per non dire sospetto o inquietante, che la rottura tra una "firma" televisiva come Giovanni Floris e la Rai si consumi all'indomani dello scontro in diretta fra il presidente del Consiglio e il conduttore di "Ballarò". Ma con altrettanta franchezza va detto subito che questo non è il bis del famigerato "editto bulgaro" con cui Berlusconi licenziò da Sofia i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro insieme al comico Daniele Luttazzi.

E non lo è per diverse buone ragioni. La prima è che non è stato Renzi a provocare né il diverbio in tv né tantomeno a chiedere l'allontanamento di Floris. La seconda ragione è che la Rai ha fatto di tutto per trattenere il conduttore di "Ballarò", offrendogli di allungare i tempi della trasmissione, accettando la sua richiesta di una "striscia" quotidiana d'informazione e proponendogli un incremento del dieci per cento sul suo già lauto compenso. Non si tratta infine di un altro "editto" per il semplice motivo che alla fine Floris ha scelto di trasferirsi armi e bagagli a La7, dove andrà a guadagnare più del doppio (quattro milioni in tre anni).

Il conduttore di "Ballarò" non è, dunque, né una vittima né un martire. Lui stesso, per diventare autore ed essere remunerato di conseguenza, aveva ottenuto in precedenza dalla Rai un contratto "ad personam", dimettendosi da giornalista di Rai Tre con la clausola della riassunzione assicurata in caso di interruzione del programma.

Non è un caso, del resto, che lo scontro con il capo del governo sia avvenuto proprio sulla "spending review" imposta alla Rai con il taglio di 150 milioni che su questo giornale abbiamo sempre definito un "prelievo forzoso". Era già insito in quell'intervento il rischio di indebolire la tv pubblica a favore della concorrenza privata, a cominciare naturalmente da Mediaset. E oggi, dopo l'uscita di Floris e il suo passaggio a La7, il pericolo di una Rai disarmata, in stato di liquidazione o di smobilitazione, diventa ancora più attuale e incombente.

"Non teme così di favorire Mediaset?", fu appunto la legittima domanda del giornalista che provocò la replica piccata di Renzi. Ma in quell'occasione il presidente del Consiglio ebbe buon gioco a ricordare che lui aveva sempre chiesto in passato "i partiti fuori dalla Rai", rivendicando il merito di non mettere bocca sui palinsesti, sui conduttori, sui direttori o sulle trasmissioni. "Per questo - aggiunse con un lapsus sulla qualifica del direttore generale - finora non ho voluto parlare né con il presidente né con l'amministratore delegato dell'azienda".

Quel piccolo lapsus, però, sembrò rivelare quasi un distacco o un disinteresse rispetto all'organizzazione e alla struttura del servizio pubblico radiotelevisivo. Un atteggiamento d'insofferenza che fa leva - per la verità - su un sentimento diffuso a livello popolare: e cioè sulla convinzione che venti sedi regionali sono troppe, che i giornalisti sono troppi e soprattutto che sono troppi gli sprechi in quel vecchio carrozzone di Stato. Nel momento in cui la mitica Bbc annuncia un taglio del 25% su tutti i compensi, e alla Rai vengono ridotti anche gli stipendi degli alti dirigenti, ormai i trattamenti economici di Floris e di tanti altri conduttori appaiono fuori luogo e fuori tempo.

Ma ciò che manca, da parte del governo, è piuttosto un'idea organica del servizio pubblico; una visione del suo ruolo e dei suoi compiti; e quindi una riforma imperniata sulla "governance", sulle risorse e sull'assetto organizzativo. È una latitanza culturale, prima ancora che politica. "Per cambiare l'Italia, bisogna cambiare la Rai", avvertì giustamente nei mesi scorsi il vicepresidente della Commissione parlamentare di Vigilanza, Salvatore Margiotta (Pd). A maggior ragione dopo il caso Floris, l'impressione è che il premier Renzi tenda a sottovalutare la funzione che il servizio pubblico radiotelevisivo può svolgere, per contribuire a rinnovare la coscienza collettiva e il senso comune del Paese.
 
I commenti dei lettori