REGGIO CALABRIA - I progetti faraonici, le programmazioni europee, le sfide che guardano al Mediterraneo a Reggio non le vuole più nessuno. In riva allo Stretto sarebbe già rivoluzionario tornare ad avere una città normale. A questo si aspira dopo il disastro amministrativo dell'ultimo decennio. All'essenziale. Ai bus che passano più o meno in orario, all'acqua dai rubinetti, alle scuole con la carta igienica nei bagni, ai buoni libro per gli indigenti, alle strade che non ti si aprono sotto mentre passi in macchina, alla manutenzione dei marciapiedi, e banalmente alla raccolta della rifiuti che periodicamente invade i quartieri del centro e della periferia.
I nove aspiranti sindaco e gli 876 candidati alla carica di consigliere comunale lo sanno, e solo di questo parlano in campagna elettorale. Di cose normali. A due anni dallo scioglimento di Palazzo San Giorgio per infiltrazioni mafiose, domenica 26 si torna al voto. 24 mesi ed una manciata di giorni da quel lontano 9 ottobre 2012. Ora la priorità è liberarsi dei commissari prefettizi per far tornare la politica. Due anni con il marchio d'infamia di città di 'ndrangheta, due anni di lacrime e sangue dei cittadini chiamati a tamponare un buco di bilancio di proporzioni mai veramente accertate (inizialmente si parlava di 170 milioni di euro, ma le stime si sono dimostrate fin troppo prudenziali). Mesi difficili, segnati da una classe politica senza ormai credibilità e in parte spazzata via a colpi di inchieste della magistratura.
Dal 2002 al 2010 Reggio è stata la città di Giuseppe Scopelliti. "Peppe", come lo chiamano tutti, da sindaco aveva costruito un'immagine di città scintillante, dinamica, in apparenza moderna e in carriera. Poi sono arrivate le inchieste che hanno svelato il marcio nascosto dietro la patina del "Modello Reggio". Consiglieri comunali arrestati, politici che parlavano con i boss, due società municipalizzate (la Leonia e la Multiservizi) infiltrate dalle cosche, altre aziende a capitale pubblico sommerse dai debiti come l'Atam (l'azienda di trasporto cittadino) e sull'orlo del fallimento, ma soprattutto i bilanci comunali truccati, falsi almeno quanto gli spot che pubblicizzavano una città che nella realtà non esisteva.
Nel 2010 Scopelliti fa in tempo a farsi eleggere governatore della Calabria, pochi mesi dopo, a dicembre, il suo braccio economico, Orsola Fallara, da lui nominata dirigente del settore Bilancio, si uccide ingerendo acido muriatico sul molo del porto. E' l'inizio della fine di una classe politica fino ad allora inattaccabile. Arriva l'indagine sulle casse comunali, gli ispettori iniziano a guardare tra le carte che nascondono imbrogli d'ogni genere, e Scopelliti finisce sotto inchiesta. Passano pochi mesi e la prefettura manda anche una commissione d'accesso per verificare eventuali infiltrazioni mafiose.
A ottobre del 2012 il ministero dell'Interno manda tutti a casa stabilendo che a Reggio non c'è solo il rischio di infiltrazioni mafiose, ma che la mafia c'è già nelle stanze del comune e che esiste una "linea di contiguità" con la classe politica. La mazzata se la prese l'allora sindaco Demetrio Arena, ma non è andata meglio a Scopelliti che, a marzo scorso, per quel buco di bilancio è stato condannato in primo grado a 6 anni di reclusione. Sentenza per la quale è stato costretto a dimettersi anche da presidente della Regione. Nel frattempo l'ex leader del centrodestra calabrese fa i conti con altre inchieste e con le condanne della Corte dei Conti a risarcimenti per centinaia di migliaia di euro. Crolla così il mito di Scopelliti macchina di consenso elettorale e uomo forte al fianco di Angelino Alfano nel Ncd, a cui ha portato in dote praticamente tutti i parlamentari calabresi. Un mito che si è sgretolato al banco di prova delle Europee con una sconfitta cocente. Nel giro di due anni, Scopelliti e il centrodestra hanno perso le europee, la città di Reggio Calabra e la Regione, costretta al voto anticipato il prossimo 23 novembre proprio a causa della condanna dell'ex governatore. Una parabola discendente che lascia strascichi pesanti sul fronte politico e macerie sul territorio.
Con qualche problema anche per il governo Renzi. Perché, come ha scritto sabato scorso Repubblica, i senatori calabresi del Ncd minacciano di togliere l'appoggio al governo, se il candidato del Pd Oliverio non accetterà l'alleanza. Oliverio tiene duro.
Una città in ginocchio Reggio, che prova a ripartire con il voto del 26. Non una città qualsiasi, un capoluogo (il primo e l'unico sciolto per mafia), una delle dieci Città metropolitane italiane che in altre condizioni avrebbe avuto gioco più agevole nella partita delle opportunità, economiche e non solo, riservate alle grandi realtà urbane che a Reggio significa gestire l'intera provincia. Un'occasione sulla quale il centrosinistra si gioca molto.
Il Pd si è chiuso attorno a Giuseppe Falcomatà, vincitore delle primarie di coalizione che hanno portato ai seggi 18 mila elettori. Un record se si pensa che Reggio conta poco meno di 180 mila abitanti. Falcomatà è sostenuto da undici liste e da 339 candidati, una coalizione che abbraccia da Sel al Centro Democratico di Tabacci. Giuseppe è figlio di Italo Falcomatà, uno dei sindaci più amati d'Italia, stroncato da una leucemia nel 2001 (Scopelliti gli succedette).
Al trentenne figlio di Italo - al quale è intitolato lo splendido Lungomare- quel che resta del centrodestra, ha contrapposto Lucio Dattola, storico presidente della Camera di Commercio, sostenuto da 9 liste e 243 candidati. Una sfida a due insomma, che però dovrà tenere conto dell'incognita di altri 7 candidati a sindaci sostenuti prevalentemente da liste civiche o della sinistra radicale. Paolo Ferrara, ex consigliere comunale di centrodestra è sostenuto da 5 liste; Giuseppe Musarella da due liste del mondo delle associazioni; una lista per gli altri candidati. Infine la lista del candidato cittadino del M5S Vincenzo Giordano, riconosciuta dai vertici del movimento dopo una lacerante frattura interna che ha portato alle comunarie fra tre liste di altrettanti meetup. Il candidato ha annunciato che "qualora il M5S dovesse avere l'onore e l'onere di guidare la città, nominerà gli assessori a mezzo di bando pubblico con descrizione di requisiti quali titoli, competenze tecniche, esperienze, età e conseguente valutazione dei curricula".
In lizza tanti volti nuovi e giovanissimi, con un'età media dei candidati che ruota attorno ai 35 anni. Poche segreterie politiche, moltissimi incontri pubblici e nei quartieri. Messo nel cassetto, o comunque ridimensionato, il vecchio manifesto, la nuova politica è fatta di slogan e comunicati che viaggiano sui social network molto più che sui giornali tradizionali. Gli appuntamenti elettorali diventano "evento" che gira su facebook, i "santini" (le immagini dei candidati) passano di bacheca in bacheca a ritmo frenetico, così come le fotografie degli incontri a cui partecipano i candidati. Sui siti le pagine private si trasformano in pagine ufficiali con tanto di programmi e proposte, e accanto ad ogni faccia compare quasi sempre anche un simbolo. I candidati a sindaco non sono per nulla spaventati dalle nuove tecnologie, anzi. E ad approfittarne, ormai non sono solo i più giovani. Preoccupa invece il rischio frammentazione del voto dovuto all'alto numero di candidature, che potrebbe tradursi in ballottaggio. Un'eventualità che non piace al Pd che punta a vincere al primo turno, ma che è reale.