Giuseppe arriva da Torino. Viaggio in notturna, con i "compagni di una vita". Di una vita che non è mai stata scissa dalla politica. Anzi: che ha acquisito senso solo perché messa a disposizione di "una comunità, di un collettivo, di un partito". E, Giuseppe, ha con sé la bandiera del "suo" di partito, il Pd. La sventola. Ma si tratta di una bandiera strappata, bucata, sporca. "In otto mesi di governo, Renzi ha strappato tutto: eravamo nati per connetterci con tutti i corpi intermedi, con i sindacati, con le associazioni di imprenditori e commercianti. Non ci stiamo riuscendo". Il nodo è tutto qui: una parte del Partito Democratico riconosce che "Lavoro, Dignità, Uguaglianza" - non solo parole, ma linee di faglia nella coscienza dei democratici - sono declinate meglio qui, alla manifestazione nazionale della Cgil, che alla Leopolda. Tutto qui.
Nessuna scissione. Certo, la nettezza dei tanti militanti presenti nel corteo che da piazza della Repubblica si muove verso piazza San Giovanni, viene stemperata dai tanti dirigenti del Pd che partecipano alla manifestazione. Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Stefano Fassina, Guglielmo Epifani, Cesare Damiano, Rosy Bindi. E tanti altri. Non c'è lo strappo, non vogliono, il Pd targato Renzi è ancora la "loro casa", e la battaglia è quella per modificare la "linea politica" e non passare dalla "scissione d'anima" alla "scissione di fatto": arrivare dal Pd al PdL, dove la "L", però, non sta per Leopolda, ma per Lavoro. "Credo che il Pd debba stare con i deboli. Deve stare con chi non trova lavoro, con i precari. Senza un rapporto stretto con la piazza di oggi, con le persone che sono qui, il Partito Democratico non è più il Partito Democratico", sintetizza Stefano Fassina. E Gianni Cuperlo: "Da questa piazza può partire la ricomposizione del Pd: che non deve cedere alla tentazione del partito parallelo".
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Civati e la Leopolda. E confermano, alla Leopolda non ci andranno. Come non ci andrà Pippo Civati, nonostante l'invito ricevuto ieri da Matteo Renzi. E poi parte di fioretto: "Renzi dopo aver vinto è andato da Berlusconi e Marchionne e oggi, pare che Marchionne vada alla Leopolda. Sarebbe bellissimo...". Ironia, amarezza, voglia di rilanciare la sinistra. Come gli chiedono molti dei militanti presenti. "Hai visto Civati? Lo voglio vedere, devo dirgli che il tempo è scaduto, che non possiamo più restare in questa condizione", chiedono alcuni militanti. E anche tra i gruppi dirigenti degli altri partiti presenti alla manifestazione - da Sel a L'Altra Europa con Tsipras - le voci si rincorrono. In tanti aspettano solo la "formalizzazione, la presa d'atto pubblica di una condizione che è ormai nelle cose: non possono più restare con Renzi".
La piazza di proposta. La linea sembra condivisa da tutti gli esponenti democratici: quella di oggi va letta come una "piazza di proposta", come il luogo dove emergono quelle richieste di cui il Pd e il governo devono farsi carico: estensione dei diritti e delle tutele, coinvolgimento delle parti sociali nella discussione sulla modifica dell'impianto della legislazione del lavoro, ascolto delle esigenze dei giovani precari. "La sinistra di ieri e di oggi cammina qui": Miguel Gotor, consigliere di Bersani durante le primarie del 2012, la dice così. Già, Bersani: la cui decisione di non scendere in piazza non trova l'accordo dei militanti. "Doveva esserci, dovevano esserci tutti: basta tentennare, sul lavoro non si può mediare". Discute così un gruppo di elettori democratici, seduti a terra, sul selciato dello loro piazza, San Giovanni.
Donne contro. Rosy Bindi è una delle prime ad arrivare in piazza della Repubblica. Ancora la Leopolda, ancora l'incubo della scissione, ancora la preoccupazione per un partito che ha smarrito la rotta del lavoro. "La Leopolda è una contromanifestazione del Partito Democratico", dice l'ex presidente del Pd. Poi specifica: "Non sono qui contro Renzi: però bisognerebbe che Renzi non fosse contro questa manifestazione". Poi battibecca in diretta tv su SkyTg24 con Debora Serracchiani, collegata dalla Leopolda. La numero due del partito replica, piccata: "Rosy non capisce cosa succede a Firenze". Pochi metri più avanti, alcuni minuti dopo, lontano dalle telecamere. In un bar due esponenti della Cgil di Varese raccontano le loro ultime svolte politiche. "Abbiamo votato sempre Pd. Sempre. Ma alle ultime europee, no. Non è più il nostro partito, non ci riconosciamo più, vorremmo più sinistra". Ma Renzi ha portato il Pd al 40% e più, non significa nulla? "No, ha ricompattato tutto l'elettorato di centro. E poi, adesso, vuole questo Partito della Nazione. Ma non basta prendere un Migliore qualunque e credere di coprirsi a sinistra in questo modo".
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Sindacalisti democratici. Tra i più "interrogati", Cesare Damiano, ex sindacalista, presidente della Commissione Lavoro alla Camera. Ricuce, media, tratta. "Io non vedo nessun rischio di spaccatura del Pd". Ancora, sulle ragioni della sua presenza: "Sto nella Cgil da 44 anni e voglio ascoltare questa piazza dove sono presenti lavoratori, pensionati, precari. Istanze che vanno ascoltate da parte di un partito di sinistra. E voglio correggere il testo della Legge delega al governo arrivato dal Senato". Più netto, e non potrebbe essere altrimenti, Sergio Cofferati, l'eroe della manifestazione della Cgil del 2002: "Questa piazza chiede di cambiare il testo del Jobs Act" e "del tutto legittimamente" sostiene orientamenti e temi "diversi da quelli del Governo". Epifani aggiunge: "Da qui arrivano suggerimenti importanti". Posizione simile da Alfredo D'Attore, nome di spicco di Area Riformista: "Qui c'è una parte imprescindibile della sinistra, il Pd senza queste persone, senza questa piazza, non è più il Pd. Questa è una manifestazione contro alcuni errori che Renzi". E il punto è che il premier "rischia di sprecare il grande risultato del 25 maggio del quale porta il merito".
La sfida. Poi nel retropalco, mentre Susanna Camusso chiude la giornata con il discorso nel quale annuncia anche l'eventuale ricorso allo sciopero generale. Un iscritto alla Cgil si avvicina a Gianni Cuperlo. Gli indica i manifestanti, gli chiede di trasformare in politica, in azioni collettive concrete, l'enorme forza che arriva dalla piazza. L'esponente della minoranza Pd annuisce, gli stringe la mano. Modificare l'impianto della riforma del Lavoro. Dall'interno del Pd e all'interno del Parlamento: la sfida che i dirigenti democratici presenti alla manifestazione nazionale della Cgil proveranno a vincere nelle prossime settimane.
Nessuna scissione. Certo, la nettezza dei tanti militanti presenti nel corteo che da piazza della Repubblica si muove verso piazza San Giovanni, viene stemperata dai tanti dirigenti del Pd che partecipano alla manifestazione. Gianni Cuperlo, Pippo Civati, Stefano Fassina, Guglielmo Epifani, Cesare Damiano, Rosy Bindi. E tanti altri. Non c'è lo strappo, non vogliono, il Pd targato Renzi è ancora la "loro casa", e la battaglia è quella per modificare la "linea politica" e non passare dalla "scissione d'anima" alla "scissione di fatto": arrivare dal Pd al PdL, dove la "L", però, non sta per Leopolda, ma per Lavoro. "Credo che il Pd debba stare con i deboli. Deve stare con chi non trova lavoro, con i precari. Senza un rapporto stretto con la piazza di oggi, con le persone che sono qui, il Partito Democratico non è più il Partito Democratico", sintetizza Stefano Fassina. E Gianni Cuperlo: "Da questa piazza può partire la ricomposizione del Pd: che non deve cedere alla tentazione del partito parallelo".
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Civati e la Leopolda. E confermano, alla Leopolda non ci andranno. Come non ci andrà Pippo Civati, nonostante l'invito ricevuto ieri da Matteo Renzi. E poi parte di fioretto: "Renzi dopo aver vinto è andato da Berlusconi e Marchionne e oggi, pare che Marchionne vada alla Leopolda. Sarebbe bellissimo...". Ironia, amarezza, voglia di rilanciare la sinistra. Come gli chiedono molti dei militanti presenti. "Hai visto Civati? Lo voglio vedere, devo dirgli che il tempo è scaduto, che non possiamo più restare in questa condizione", chiedono alcuni militanti. E anche tra i gruppi dirigenti degli altri partiti presenti alla manifestazione - da Sel a L'Altra Europa con Tsipras - le voci si rincorrono. In tanti aspettano solo la "formalizzazione, la presa d'atto pubblica di una condizione che è ormai nelle cose: non possono più restare con Renzi".
La piazza di proposta. La linea sembra condivisa da tutti gli esponenti democratici: quella di oggi va letta come una "piazza di proposta", come il luogo dove emergono quelle richieste di cui il Pd e il governo devono farsi carico: estensione dei diritti e delle tutele, coinvolgimento delle parti sociali nella discussione sulla modifica dell'impianto della legislazione del lavoro, ascolto delle esigenze dei giovani precari. "La sinistra di ieri e di oggi cammina qui": Miguel Gotor, consigliere di Bersani durante le primarie del 2012, la dice così. Già, Bersani: la cui decisione di non scendere in piazza non trova l'accordo dei militanti. "Doveva esserci, dovevano esserci tutti: basta tentennare, sul lavoro non si può mediare". Discute così un gruppo di elettori democratici, seduti a terra, sul selciato dello loro piazza, San Giovanni.
Donne contro. Rosy Bindi è una delle prime ad arrivare in piazza della Repubblica. Ancora la Leopolda, ancora l'incubo della scissione, ancora la preoccupazione per un partito che ha smarrito la rotta del lavoro. "La Leopolda è una contromanifestazione del Partito Democratico", dice l'ex presidente del Pd. Poi specifica: "Non sono qui contro Renzi: però bisognerebbe che Renzi non fosse contro questa manifestazione". Poi battibecca in diretta tv su SkyTg24 con Debora Serracchiani, collegata dalla Leopolda. La numero due del partito replica, piccata: "Rosy non capisce cosa succede a Firenze". Pochi metri più avanti, alcuni minuti dopo, lontano dalle telecamere. In un bar due esponenti della Cgil di Varese raccontano le loro ultime svolte politiche. "Abbiamo votato sempre Pd. Sempre. Ma alle ultime europee, no. Non è più il nostro partito, non ci riconosciamo più, vorremmo più sinistra". Ma Renzi ha portato il Pd al 40% e più, non significa nulla? "No, ha ricompattato tutto l'elettorato di centro. E poi, adesso, vuole questo Partito della Nazione. Ma non basta prendere un Migliore qualunque e credere di coprirsi a sinistra in questo modo".
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Sindacalisti democratici. Tra i più "interrogati", Cesare Damiano, ex sindacalista, presidente della Commissione Lavoro alla Camera. Ricuce, media, tratta. "Io non vedo nessun rischio di spaccatura del Pd". Ancora, sulle ragioni della sua presenza: "Sto nella Cgil da 44 anni e voglio ascoltare questa piazza dove sono presenti lavoratori, pensionati, precari. Istanze che vanno ascoltate da parte di un partito di sinistra. E voglio correggere il testo della Legge delega al governo arrivato dal Senato". Più netto, e non potrebbe essere altrimenti, Sergio Cofferati, l'eroe della manifestazione della Cgil del 2002: "Questa piazza chiede di cambiare il testo del Jobs Act" e "del tutto legittimamente" sostiene orientamenti e temi "diversi da quelli del Governo". Epifani aggiunge: "Da qui arrivano suggerimenti importanti". Posizione simile da Alfredo D'Attore, nome di spicco di Area Riformista: "Qui c'è una parte imprescindibile della sinistra, il Pd senza queste persone, senza questa piazza, non è più il Pd. Questa è una manifestazione contro alcuni errori che Renzi". E il punto è che il premier "rischia di sprecare il grande risultato del 25 maggio del quale porta il merito".
La sfida. Poi nel retropalco, mentre Susanna Camusso chiude la giornata con il discorso nel quale annuncia anche l'eventuale ricorso allo sciopero generale. Un iscritto alla Cgil si avvicina a Gianni Cuperlo. Gli indica i manifestanti, gli chiede di trasformare in politica, in azioni collettive concrete, l'enorme forza che arriva dalla piazza. L'esponente della minoranza Pd annuisce, gli stringe la mano. Modificare l'impianto della riforma del Lavoro. Dall'interno del Pd e all'interno del Parlamento: la sfida che i dirigenti democratici presenti alla manifestazione nazionale della Cgil proveranno a vincere nelle prossime settimane.