Politica

Pd, la direzione non vota. Renzi: "Abbiamo già discusso, non ho bisogno di mandato"

Fassina: "C'è un problema politico: non si possono convocare riunioni così importanti con così poco preavviso". Bersani avverte: "Spero sarà evitata la fiducia sul lavoro".

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ROMA - Aria di burrasca nel Pd. La direzione del partito si svolge nel giorno dell'incontro tra Renzi e Berlusconi sull'Italicum. Un incontro preceduto e seguito da numerose polemiche. La minoranza sull'Italicum: "Non vogliamo capilista bloccati". E non siamo qui per "ratificare il Patto del Nazareno". Alta tensione. Un crescendo, sin dalla mattinata. Si inizia poco prima delle 22 e la decisione viene presa quasi subito: non si vota. Renzi: "Non cambia niente, ne abbiamo già discusso tante volte: non ho bisogno di un nuovo mandato". Ancora il premier: "Siamo in un momento delicato della legislatura: la legge elettorale è il presupposto per mostrare agli italiani che stiamo facendo le cose sul serio". Le altre priorità: lavoro, giustizia e riforma della Pa. "Abbiamo un disegno organico per modernizzare il Paese: il Pd si candida da solo a guidarlo e riformarlo. E solo così possiamo guidare l'Europa". Ma le perplessità della minoranza restano. Fassina: "Viene il dubbio che si voglia andare al voto".
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La legge elettorale. "Entro febbraio la legge elettorale deve essere approvata", così Renzi sul nuovo Italicum. "Stiamo compiendo un passo in linea con la storia del Pd, con la sua vocazione maggioritaria: la legge elettorale deve definire una lista vincitrice la notte delle elezioni". Premio di maggioranza, quote rosa, cento collegi con "capolista bloccato ma riconoscibile". Il segretario del Pd porta in direzione la versione aggiornata dell'Italicum. "Ridurre la soglia d'accesso va a rafforzare la governabilità: perchè vogliamo dare il premio alla lista e non alla coalizione. Su questo Forza Italia ha qualche perplessità. Le rispettiamo ma andiamo avanti".

Il Jobs Act. Poi il lavoro. Renzi sottolinea: "Sul Jobs Act la discussione c'è già stata, c'è un problema di tecnicalità parlamentare: per me ha un senso che la riforma dell'articolo 18 parta in vigore tutta insieme il primo gennaio 2015. E' un elemento di pulizia". E il premier vede due alternative: e cioè "procedere mettendo la fiducia sul testo del senato o comunque garantire entro il primo gennaio l'entrata in vigore anche attraverso delle modifiche da verificare con le forze della coalizione. Il punto è che il primo gennaio il Jobs Act deve entrare in vigore".

"Ridurre il problema del lavoro a tecnicalità parlamentari non ci aiuta a risolvere i problemi di tanti cittadini: si tratta di diritti, non di tecnicalità". Stefano Fassina è il primo ad intervenire dopo il segretario. E la critica dell'ex vice ministro è rivolta ai "nuovi tempi" delle riforme: "Viene il dubbio che si voglia andare al voto". Poi la questione di metodo: "Questa direzione non è politicamente legittimata per poter votare: non si può convocare una riunione così importante con così poco preavviso". Arriva subito la replica di Matteo Orfini: "Questo organismo è legittimato dal punto di vista statutario: 48 ore di tempo non sono tante, ma questo non ne inficia i lavori".

Ancora il metodo. Alfredo D'Attorre ritorna sul tema della convocazione: "L'urgenza si capisce se riunioni come questa ci sono prima di vertici importanti. Si capisce meno se riunioni come questa sono a valle, seguono incontri già fatti". Il deputato di Area Riformista continua: "Non si capisce neanche perchè nel pieno della sessione di bilancio rispunti il tema della legge elettorale. L'accelerazione su questo tema produce la percezione che l'opzione voto anticipato stia tornando in campo". Poi la contro-replica, dove Renzi cerca l'unità: "Per una volta con tutti i nostri limiti diciamo che la direzione è servita e abbiamo portato maggioranza e opposizione a condividere questo pezzo di strada".

Le polemiche erano iniziate ben prima della direzione. I "civatiani" avevano annunciato la loro assenza. E lo stesso Pippo Civati aveva annunciato di partecipare ma di non voler votare. "Non c'era l'urgenza, non capisco perchè convocare una direzione d'urgenza, non c'erano novità, non capisco perchè venire così". E continua: "Ormai non distinguo più tra ultimatum e conversazione" spiega ancora Civati segnalando come adesso, "la questione fondamentale sia la legge di stabilità. Ci sono un sacco di buchi, ci sono cose palesemente sbagliate. Se ne possiamo discutere volentieri, abbiamo presentato 8 emendamenti, se ne può discutere?"
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Poi la "minoranza rossa". Nel pomeriggio viene annunciata una riunione per le 19 nella sala Berlinguer di Montecitorio. All'ordine del giorno, Italicum e Jobs Act. Massimo D'Alema, il primo ad arrivare, fa sapere che non parteciperà alla direzione. Nella sala dedicata al segretario del Pci scomparso nel 1984 ci sono una ventina di persone. Tra gli altri Stefano Fassina, Cesare Damiano, Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo, Alfredo D'attorre e Pier Luigi Bersani. L'ex segretario ha pronunciato una frase sibillina: "L'auspicio è che il governo non metta la fiducia sul jobs act nel testo approvato dal Senato. Esiste un tema di lealtà alla ditta ma anche un tema di dissenso nel merito".

Intanto, proprio sul Jobs act, arriva la notizia di una quindicina di emendamenti, ancora dalla minoranza. A firmarli, quasi tutti i deputati del Partito Democratico (sono 21 in commissione e la quindicina è stata firmata da 18-19 esponenti). Il primo emendamento chiede di recepire quanto scritto nel documento della direzione del Pd sull'articolo 18 per mettere dei paletti al governo nel varo dei decreti delegati. Nel testo si legge che occorre infatti assicurare "la garanzia della reintegrazione del lavoratore nei casi di licenziamenti per motivi discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica delle fattispecie". Nella quindicina anche l'argine sul demansionamento, i voucher, la cig per cessazione d'azienda, il disboscamento dei contratti, la violenza di genere, i congedi parentali oltre a chiedere che venga effettuato un monitoraggio sull'attuazione della delega.

E per finire, lo scontro sullo sciopero generale indetto dalla Cgil. Per tanti, dal presidente del partito Orfini fino a numerosi parlamentari, le reazioni dei fedelissimi del premier all'annuncio di Susanna Camusso è stata "eccessiva" e "offensiva" nei confronti del sindacato.

 
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