Accuse e veleni: gli avversari di Napolitano
Gennaio 2013. "Monarca medievale". Oppure: "Era su Marte mentre la Repubblica affondava". E ancora: "Dovrebbe costituirsi, non dimettersi". La campagna di Beppe Grillo (nella foto), leader del Movimento 5 Stelle, contro Giorgio Napolitano è lunga e articolata, a cominciare dal luglio 2008 quando nel mirino del comico genovese finisce la fresca promulgazione del lodo Alfano. Il momento di maggiore tensione, la richiesta di impeachment. E' il 28 ottobre del 2013 quando il fondatore del M5s si presenta - a sopresa - al Senato per puntare il dito in maniera forte contro il Colle. Ed è lì, a Palazzo Madama che, rispondendo proporio a una domanda sulle tensioni con il capo dello Stato, Grillo dichiara che non essere andati al Quirinale per discutere di legge elettorale "non è stato uno sgarbo. Non voglio che lo si veda così". "Con i giochi già fatti" bisognava "andare li a far cosa?". Poi sottolinea: con Napolitano c'è un "rapporto che si è complicato" almeno per me è complicato, perché lui non rappresenta più la totalità degli italiani ma è un presidente di settore. A quel punto Grillo rincara la dose, ribadendo l'intenzione di voler chiedere "l'impeachment per Napolitano perché non rappresenta più il popolo italiano, è di parte. E su questo decido io. Ci ho parlato due volte con questo signore qua: ha quasi 90 anni e da 60 è in politica, è una persona furba e molto scaltra. A quell'età o sei saggio o sei furbo, lui è molto furbo". Alcune settimane dopo l'impeachment sarà archiviato ma Grillo non mollerà. E al grido di #napolitanoavita, scriverà sul proprio blog: "L'Italia non può essere condannata a Napolitano a vita e alle sue originali interpretazioni monarchiche del ruolo di presidente della Repubblica. Napolitano è oggi il problema principale di questo Paese, prima viene rimosso, prima l'Italia potrà ripartire". Tra gli ultimi attacchi, la reazione al discorso di fine anno, quando Grillo commenta così il preannunciato passo indietro di Napolitano: "Un regalo le sue dimissioni".
Luglio 2013 - dicembre 2014. Un discorso "penoso e da bocciare su tutta la linea". E' così che Matteo Salvini (nella foto), leader della Lega Nord ed eurodeputato, definisce il discorso - l'ultimo - di fine anno di Giorgio Napolitano: "Neanche una parola sui marò - è la critica durissima - o su una immigrazione clandestina folle. Neanche una autocritica sui disastri della legge Fornero. Discorso vuoto. L'unica cosa che ho apprezzato - sottolinea al pari di Beppe Grillo - è la conferma delle sue dimissioni a breve". Salvini però non è nuovo alle critiche nei confronti dell'inquilino più alto al Colle. E' l'estate del 2013 quando il leghista Roberto Calderoli paragona a un orango l'ex ministro Cecile Kyenge. Esplode un putiferio, le reazioni piovono a raffica. Napolitano interviene per condannare le affermazioni di Calderoli. E Salvini attacca il Colle: "Napolitano si indigna per una battuta di Calderoli. Ma Napolitano si indignò quando la Fornero, col voto di Pd e Pdl, rovinò milioni di pensionati e lavoratori? Io mi indigno con chi si indigna, Napolitano, taci che è meglio".
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Ottobre 2007 - Novembre 2014. Francesco Storace (nella foto), ex uomo forte di An poi leader de 'La Destra', parte all'attacco dei senatori a vita, di nomina presidenziale, che "non sono super partes" e che fungono da "stampella al governo". All'epoca il primo ministro era Romano Prodi, leader dell'Unione. Da questa dichiarazione di Storace - pronunciata in conferenza stampa - ha inizio una vicenda che si concluderà sette anni dopo con la condanna a 6 mesi di reclusione (pena sospesa) per vilipendio al capo dello Stato. "Non so - dice Storace la reazione, con una lettera a Repubblica, della senatrice a vita Rita Levi Montalcini e la difesa di lei da parte di Giorgio Napolitano - se devo temere l'arrivo dei corazzieri a difesa di Villa Arzilla, ma una cosa è certa: Napolitano non ha alcun titolo per distribuire patenti etiche. Per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione familiare, per evidente faziosità istituzionale. E' indegno di una carica usurpata a maggioranza". "Napolitano - aveva proseguito Storace - la smetta di soccorrere un governo moribondo a difesa di una signora talmente importante che anche quest'anno, come ha ricordato ieri il presidente Roberto Calderoli, costerà tre milioni di euro agli italiani. Nobel o no, i ricatti si chiamano ricatti e i voti dei senatori a vita restano politicamente immorali. Come diceva fino a poco tempo fa un signore che la memoria l'ha persa a poco più di 55 anni".
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Dicembre 2014. Da Beppe Grillo ad Alessandro Di Battista (nella foto), nel Movimento 5 Stelle gli attacchi a Giorgio Napolitano si sono ripetuti nei mesi a spron battuto. A usare parole dure nei confronti del Colle, anche il vicepresidente della Camera, il pentastellato Luigi Di Maio, che, a proposito del bubbone Mafia Capitale, durante la trasmissione Virus, su Rai2 ha puntato il dito e dichiarato: "Se non esistesse la politica collusa, non esisterebbe Mafia Capitale. Io credo che i presidente della Repubblica in questi anni è stato garante di questo sistema... il garante di un sistema politico fatto dal partito di Matteo Renzi, dal partito di Angelino Alfano, dal partito di Silvio Berlusconi. E tutto andava bene tranne che noi mettessimo le mani evidentemente dove si potevano scoprire queste schifezze".
Febbraio 2013. A pochi giorni dalle elezioni politiche che porteranno il candidato premier del Pd, Pierluigi Bersani, a "non vincere", arriva il mònito del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Un invito a evitare il cortocircuito tra stampa e giustizia sulla vicenda Mps. Ma le reazioni fioccano subito. A puntare il dito contro il capo dello Stato è il leghista Roberto Maroni (nella foto) - all'epoca segretario federale del Carroccio - che accusa il numero uno del Colle di essere "sceso in campo per coprire lo scandalo. E' singolare - sono le parole di Maroni - che il presidente si svegli adesso. La brutta impressione è che sia sceso in campo per coprire lo scandalo del MontePaschi di Siena e attenuare i riflessi negativi che" la vicenda della banca - sta avendo sulle sorti elettorali del Pd. Non voglio pensare - disse ancora il leader della Lega - che sia intervenuto per censura, però é singolare che il presidente della Repubblica si svegli adesso mentre in passato non ha mai detto una parola sulle violazioni del segreto istruttorio o del segreto delle indagini, cosa che lui richiama adesso".
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Settembre 2013. Da presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano lancia un mònito e invita i pm a svolgere il proprio compito con "equilibrio, sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite". L'indomani, però, sul sito di Azione civile l'ex pm Antonio Ingroia (nella foto) replica e scrive che l'istituzione presidente della Repubblica è degna di assoluto rispetto, "ma il rispetto alla carica deve darlo, prima di tutto, chi quella carica ricopre". Ingroia ricostruisce l'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e accusa Napolitano di aver messo "uno contro l'altro il Quirinale" da una parte "e una delle procure in prima linea nella lotta alla mafia" dall'altra. "Ieri - scrive - dal Colle è partita un'altra bordata nei confronti dei pm". Napolitano, per Ingroia, "abbandona il suo ruolo di garante". "A questo punto, sono io che, da cittadino, chiedo a chi siede al Quirinale maggiore equilibrio, maggiore sobrietà, riserbo, assoluta imparzialità, senso della misura e del limite", "anche perché, da presidente del Csm, gli strumenti per "bacchettare" i pm li ha tutti. Cosa significa senso del limite? Non indagare se un pm ha una notizia di reato che riguarda qualche politico? Non indagare perché c'è una ragion di Stato superiore e non può cadere il governo delle larghe intese?". In quel periodo, lo si ricorda, alla guida del Paese c'era ancora il premier Enrico Letta affiancato dall'allora Pdl, in procinto di implodere e dar vita a Forza Italia e Ncd (la seconda forza politica rimarrà formalmente al governo anche con Matteo Renzi, mentre la prima stringerà col nuovo presidente del Consiglio il patto del Nazareno). Conclude dunque Ingroia che il capo dello Stato "non può permettersi, neanche per errore, di dare l'impressione di difendere un pregiudicato che tra procure e magistratura, tra primo, secondo e terzo grado, è stato indagato e giudicato da 16 magistrati diversi".
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Dicembre 2013. Il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta (nella foto), si scaglia contro il presidente Giorgio Napolitano che ha sollecitato le riforme costituzionali. Secondo Brunetta, il capo dello Stato avrebbe travalicato il proprio ruolo. "Al Quirinale - dice - si è perso il senso della misura. Il presidente della Repubblica non può essere di parte, non può essere a favore di questo o quel governo, di questa o quella riforma. Il presidente della Repubblica deve essere super partes. Non mi pare che il presidente Napolitano lo sia e questo è contro la Costituzione" (GUARDA IL VIDEO).
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Febbraio 2014. Perfino il Financial Times decide di pubblicare le rivelazioni del giornalista americano Alan Friedman (nella foto) in merito al ruolo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella crisi che ha provocato l'implosione del governo a guida Silvio Berlusconi nel 2011. Il giornale della City dedica un'intera pagina alle anticipazioni sui contenuti del libro di Friedman dal titolo Ammazziamo il Gattopardo, in cui si parla dei colloqui di Napolitano - era l'estate 2011 - con Mario Monti, che diventerà premier dopo l'uscita di scena di Berlusconi nel novembre 2011. Friedman non manca di ricordare che il ruolo avuto da Napolitano è stato apertamente criticato da Beppe Grillo, leader del M5s, il quale ne ha chiesto anche l'impeachment. "L'Italia - sostiene Friedman nella sua analisi decisamente critica nei confronti del capo dello Stato - resta profondamente divisa sugli eventi del 2011 e sul ruolo di Napolitano. La discussione sul fatto che Napolitano sia andato oltre i suoi poteri costituzionali durante l'estate e l'autunno del 2011 può essere lasciata agli storici".
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Maggio 2014. L'inchiesta è quella denominata 'Why Not'. Ebbene, durante l'udienza del 9 maggio 2014 - a Roma - del processo a carico di Luigi de Magistris (nella foto), il sindaco di Napoli citò una indagine nei confronti di Giorgio Napolitano, allora presidente della Camera e all'epoca dei fatti capo dello Stato. De Magistris, all'epoca imputato nella vicenda giudiziaria che poi gli è costata una condanna a un anno e tre mesi in primo grado, fece il nome di Napolitano quando il presidente del Tribunale gli contestò anomalie e irregolarità nell'accesso ai tabulati di alcuni politici e la secretazione degli iscritti nel registro degli indagati. A pagina 88 dei verbali di udienza si legge cosa disse de Magistris: "Perché lo avevo secretato, siccome avevo elementi per ritenere collegamenti strettissimi tra gli altri di Pittelli con il procuratore della Repubblica, tanto è vero da fare una società col figlio del procuratore, ritenni di secretare. Atto sicuramente forte, mi sono posto il problema se potessi secretarlo, mi sono anche consultato, c'era stato un precedente alla procura della Repubblica di Napoli dove il mio magistrato affidatario, il dottore Cantelmo oggi procuratore della Repubblica e un altro magistrato oggi componente d'esame, Quatrano, mi dissero che anche loro durante l'inchiesta di Tangentopoli procedettero a secretare un'iscrizione, in particolare quella dell'allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano e secretarono per evitare che ci potesse stare una fuga di notizie". L'inchiesta di cui parla de Magistris risale agli anni della Tangentopoli napoletana (i primi anni Novanta) quando un imprenditore disse di avere versato alla corrente politica di Napolitano circa 200 milioni di vecchie lire. A questa accusa, però, non venne trovato alcun riscontro e tutto fu archiviato.
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Maggio 2008. Alla vigilia dell'apertura della Fiera del Libro di Torino esplode una polemica che raggiunge anche il Quirinale. L'islamista Tariq Ramadan (nella foto), nel capoluogo piemontese per un convegno filopalestinese, attacca il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per la sua decisione di inaugurare il Salone e per avere accomunato, a suo parere, antisemitismo e critiche al governo israeliano: "La presenza di Napolitano, peraltro annunciata dopo l'avvio della campagna di boicottaggio alla Fiera - dice Ramadan -, dimostra che questo non è solo un evento culturale, ma anche un atto politico". In secondo luogo, "il presidente della Repubblica ha compiuto un altro errore tacciando di antisemitismo chiunque critichi il governo di Israele. Il fatto che a questo seminario, cui partecipo, ci siano intellettuali e poeti ebrei, israeliani, che criticano il loro governo, dimostra che alla Fiera non c'è vero dibattito democratico". La reazione del Quirinale non si fa attendere. In una nota si precisa che "in relazione a talune dichiarazioni infondate e insinuanti riferite da agenzie di stampa, si ricorda come la presenza del presidente della Repubblica all'inaugurazione della Fiera del Libro di Torino sia nella stessa linea della sua partecipazione a molteplici eventi culturali che hanno luogo in Italia. La critica delle politiche del governo di Israele è del tutto legittima, innanzitutto all'interno di Israele; quel che è inammissibile è qualsiasi posizione tendente a negare la legittimità dello Stato di Israele, quale nacque per volontà delle Nazioni Unite nel 1948, e il suo diritto all'esistenza nella pace e nella sicurezza".
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Gennaio 2014. Era balzato agli onori delle cronache per le sue rivelazioni sulla Terra dei Fuochi, in Campania. Poi, il pentito dei Casalesi, Carmine Schiavone (nella foto), torna a far parlare di sé in una intervista al giornale tedesco Der Spiegel, nella quale accusa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sostenendo che, quando era ministro dell'Interno, fece secretare le sue dichiarazioni sui traffici e sui rifiuti tossici. La smentita dal Colle arriva immediata: "Napolitano non ha imposto né poteva imporre alcun segreto su alcun documento con dichiarazioni del 'collaboratore di giustizia' Carmine Schiavone. È fuorviante e privo di qualsiasi fondamento ascrivere a responsabilità dell'allora titolare del Viminale eventuali vincoli di segretezza su atti che all'epoca costituivano parte integrante di indagini giudiziarie in corso".
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