Politica

Tra unità e riforme, il presidente che ha frustato i partiti

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Il grande, paziente tessitore che, in poco meno di nove anni vissuti pericolosamente al Colle, come una Penelope instancabile ha ricucito la tela delle istituzioni che i partiti ogni giorno hanno fatto a gara a strappare un pezzetto di più. Per cultura e storia personale, oltre che appunto per una vera e propria emergenza democratica che si è ritrovato di fronte, Giorgio Napolitano nella più difficile delle stagioni al Quirinale è stato il supremo cerimoniere dell'arte politica più raffinata e scivolosa. Quella della "larga e ampia condivisione" fra i partiti, della "necessità di intese fra forze diverse", perché se in Italia si è diffusa "una sorta di orrore davanti ad ogni ipotesi di mediazioni, alleanze, convergenze, questa è una regressione". Un must, un refrain costante in tutti i suoi discorsi, i suoi moniti, le sue moral suasion, pubbliche e private, con i diversi protagonisti che ha visto sfilare in questa lunga, interminabile cavalcata da presidente degli Italiani, il primo nella nostra storia ad essere rieletto. E ora che si congeda, commosso ma determinato da tempo a passare la mano, riavvolgendo il film, premier nominati, mai nati, sfiduciati, quella processione di leader che al Colle sono via via saliti, tutti sembrano sfilare come in un passerella finale un po' felliniana, diretti e "plasmati"da lui, dal gran regista Giorgio Napolitano. Un "Otto e mezzo" del Quirinale, tanti quanti sono gli anni passati lassù.

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Solo che ad un certo punto, il presidente che si è fatto super-supplente dei partiti che franano fra scandali, incapacità e antipolitica, si è stancato del ruolo. Soprattutto nell'ultima fase, dal momento della rielezione, non voluta e non cercata nonostante voci e maldicenze contrarie che lo hanno ferito, tanto che nei primi del 2006 gli scatoloni del trasloco avevano già lasciato il Colle per l'ufficio di senatore a vita di Palazzo Giustiniani, di cui adesso potrà finalmente prendere possesso. Con gioia della signora Clio, che a malincuore ha "subìto" il secondo mandato del marito, che alle soglie dei novanta anni si è rimesso sulle spalle il paese, compito ancora più pesante per uno come lui abituato a verificare ogni virgola dei suoi interventi, telegrammi e comunicati compresi, che spesso si scrive da solo. Dunque, archiviata l'era Berlusconi, al quale secondo qualcuno Napolitano sarebbe stato generoso nel concedere un paio di recuperi in zona Cesarini, finita con il durissimo no del capo dello Stato all'assalto del Cavaliere per la grazia "motu proprio", quel pomeriggio del 22 aprile 2013 qualcosa si rompe. In Parlamento, dove pronuncia il solenne messaggio per la seconda investitura, la frusta del capo dello Stato si abbatte sui politici che nonostante tutto ha finora cercato di proteggere dal naufragio. Ma appelli, richiami, il suo pressing per cambiare rotta sono rimasti lettera morta.

"Imperdonabile", punta il dito, la mancata riforma elettorale, mentre contro il Porcellum Napolitano ha condotto una vera e propria battaglia, confermata dalla sconfessione della legge porcata da parte della Consulta. "Non meno imperdonabile" il nulla di fatto nelle riforme istituzionali. Inconcludenza. Impotenza. Calcoli di convenienza. Tatticismi. Contrapposizioni. Esitazioni. Il j'accuse di Napolitano nel giorno dell'insediamento è durissimo. Deputati e senatori, come se non parlasse a loro e di loro, battono le mani con entusiasmo. Lui si ferma e li gela, "i vostri applausi non inducano ad alcuna autoindulgenza". Siamo vicini ad un punto di non ritorno, e il capo dello Stato lo sa. Il clima politico è drammatico. A quasi due mesi dalle elezioni di febbraio non c'è ancora il governo. Napolitano darà a Bersani solo un pre-incarico, prevedendo il fallimento della trattativa con i grillini, e l'allora segretario del Pd se la legherà al dito. Non resta che tornare ai governi del Presidente, premier emanazione del capo dello Stato, e non delle urne.

Dopo Monti, ecco allora Letta e poi, a sorpresa, Matteo Renzi, che pure non sembrava nelle grazie dell'inquilino del Colle. Governi di emergenza, istituzionali, sotto la tutela del capo dello Stato, unica vera autorità riconosciuta a livello internazionale, da Obama alla Merkel, in un paese allo stremo. Un presidenzialismo di fatto che non poche polemiche ha sollevato. Ma per Napolitano una scelta obbligata, in attesa che passi 'a nuttata. Per far tornare a risplendere la sua stella politica di sempre: l'alternanza. Perché Re Giorgio è stato un sovrano per necessità.
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