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Da Botteghe oscure al Quirinale: il comunista che arrivò al vertice dello Stato

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Fu Pietro Ingrao a coniare il termine migliorista, a cui il filosofo Salvatore Veca diede questa definizione: "È utopico pensare a modelli di società diversi, miglioriamo piuttosto quella che abbiamo". Giorgio Napolitano fu, dopo la morte di Giorgio Amendola nel 1980, il capo dei miglioristi nel Pci. La destra del partito. I riformisti. Riformismo, nella sinistra di allora, era considerata una malaparola. Peggio: una bestemmia. I riformisti  -  Napolitano, Macaluso, Iotti, Lama, Chiaromonte, Bufalini -  erano quelli che dialogavano con il Psi, con l'odiato Craxi. Anglofilo, di carattere puntiglioso, aristocratico, Napolitano era un leader, stimato, rispettato, ma pur sempre il leader di una minoranza a cui si guardava con sospetto, e specialmente tra i fedelissimi di Enrico Berlinguer e i giovani, seguaci dell'utopismo di Ingrao o degli eretici del manifesto.

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Michele Serra su Tango, l'inserto satirico dell'Unità, rappresentò bene questo sentimento dominante. "È gradito agli intellettuali moderati, alla Nato, a Veca, al Psi, agli imprenditori liberal, a Scalfari: se piacesse anche ai comunisti sarebbe segretario da un pezzo".

"Ci accusavano di voler migliorare le condizioni di vita dei lavoratori senza avere un progetto socialista", disse una volta Emanuele Macaluso. Fu del resto questa alterità a impedire a Napolitano di divenire il segretario del Pci, nel 1972. Ci andò vicino, perché era uno dei delfini dell'allora leader, Luigi Longo. Ma scelsero Berlinguer, considerato "un figlio del partito"; e non uno che, parole di Macaluso, "non era visto come sangue puro del Pci".

Per diventare comunista, nella Napoli del 1944, Giorgio Napolitano ruppe col padre, grande avvocato liberale. Fu una rottura doppia. Ideologica, ma anche umana. All'incomprensione per la scelta politica si sommava la delusione per la mancata scelta di seguirne le orme nella professione. I Napolitano erano borghesi. Facevano le vacanze a Capri. Qui Napolitano conobbe Curzio Malaparte, che gli regalò una copia di Kaputt, con la seguente dedica: "A Giorgio, che non perde la pazienza neanche dinanzi all'Apocalisse". In un'intervista concessa allo storico Eric Hobsbawm nel 1975, e pubblicata da Laterza, descrisse così la sua adesione al Partito comunista: "Napoli era la città in cui confluivano tutti gli elementi della disgregazione e della arretratezza meridionale, e particolarmente spaventose erano le rovine, le devastazioni provocate dalla guerra. Ebbene, il Pci apparve a tanti di noi come la forza che più potesse assicurare un rinnovamento radicale, che più potesse portare avanti nel Mezzogiorno un'opera di risanamento e redenzione sociale".

Decisivo sarà l'incontro con Giorgio Amendola, figura chiave dell'antifascismo, partigiano: il capo della destra Pci. "Era energia allo stato puro", disse di lui il futuro Capo dello Stato. Non potevano essere antropologicamente più diversi. Un giorno, dopo una discussione politica, Amendola mise al muro Ingrao, minacciandolo fisicamente; Napolitano non si sarebbe mai permesso; Napolitano scriveva lunghissime rettifiche, lettere di precisazioni, puntigliosissime contestazioni.

Il Napolitano borghese, il ragazzo di via Chiaia, che frequentava Raffaele La Capria, Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli,  quindi sceglie il partito che vuole riscattare la classe operaia: in fondo si spiega così il fascino del Pci, le sue molteplici contraddizioni. Ovvero, un partito cioè che predicava la rivoluzione, ma stando ben dentro il sistema democratico-parlamentare. "Napolitano  -  chiosò Edmondo Berselli  -  è la sintesi migliore dell'impossibilità del Pci di essere normale". "La storia di Napolitano  -  raccontò Massimo Cacciari  -  è la storia di ragioni non riconosciute, di obiezioni incomprese, di lotte mai vittoriose, un comunista amendoliano, ligio al dovere del buon comunista: niente avanguardismi, assoluta Realpolitik, sull'Unione sovietica critiche durissime in privato ma nessuna forzatura in pubblico. Right or wrong my party". Un giorno Piero Fassino, allora segretario dei Ds, ammise che "Napolitano aveva visto giusto molto prima degli altri". Ma ormai il comunismo era morto e sepolto. Resta un fatto che anche dopo la morte di Berlinguer non divenne segretario, e nemmeno dopo la destituzione di Natta, nell'88. Se lo fosse diventato il Pci avrebbe cambiato nome molto prima dell'89, imboccando da subito la strada della socialdemocrazia.

Tra le molteplici contraddizioni dell'essere comunisti, se viste col senno di poi, ci fu quella per cui Napolitano nel 1956 giustificò l'intervento militare sovietico in Ungheria: quando divenne Capo dello Stato, nel 2006, la destra lo agitò ancora come argomento polemico. Nel 1978, nei giorni del sequestro Moro, in quanto ministro degli esteri del Pci, era stato il primo dirigente comunista a essere ricevuto negli Usa; presentato a Harvard da Franco Modigliani. Disse, da vero migliorista, che per i comunisti italiani la realizzazione del socialismo "non richiede il passaggio allo Stato o ad altre forme di proprietà collettive di tutti i mezzi di produzione". Erano appena passati vent'anni dai fatti d'Ungheria e al Pentagono commentarono: "He is pinker than red". Richard Gardner, l'ambasciatore Usa a Roma negli anni di piombo, anni dopo avrebbe confessato: "Napolitano era l'unico tra i dirigenti del Pci con cui parlavo. Ci vedemmo riservatamente per ben quattro volte in casa del nostro amico Cesare Merlini, presidente dell'Istituto per gli Affari internazionali".

Insomma, nel Pci, Napolitano fu sempre minoranza, al punto da sfiorare la rottura con Berlinguer, negli ultimi mesi di vita dello storico leader, quando i comunisti ingaggiarono un corpo a corpo con il premier Craxi sul decreto della scala mobile. Napolitano, che era capogruppo dei deputati del Pci, suggerì inutilmente di ammorbidire quell'opposizione. Una diversità a cui però la storia a un certo punto riconobbe i suoi meriti. Napolitano divenne così il primo ministro dell'Interno ex comunista, sancendo la fine di una discriminante quarantennale, e sei anni dopo il primo ex comunista al Quirinale. "E' il giorno più importante della sua vita?", gli chiese quella mattina un cronista, davanti alla sua casa nel quartiere Monti. "Ma no, ce ne sono stati di più importanti". Repubblica pubblicò la lettera di un lettore, Lucio Branto, che tempo prima lo aveva visto stipato sull'autobus, insieme ai comuni mortali, con la borsa in mano. "Oggi mi sono detto: è bello il Paese in cui diventa Presidente della repubblica uno che vive così nell'ombra".  
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