MARIO Draghi c'è riuscito. Voleva e doveva intervenire massicciamente sul mercato monetario europeo, vincendo le resistenze della Germania, con l'obiettivo di sgominare la caduta dei prezzi e sconfiggere la deflazione e lo farà nei prossimi giorni acquistando titoli privati e di pubbliche istituzioni e anche titoli dei debiti sovrani sui mercati secondari. Lo farà nei Paesi che si trovano in condizioni di sofferenza per un importo complessivo di 1.140 miliardi di euro con il ritmo di 60 miliardi al mese; se sarà necessario anche oltre.
Questo intervento ha trovato un consenso pressoché unanime dopo una lunga battaglia con la Banca centrale tedesca e i suoi alleati. Alla fine, dopo una settimana molto agitata di cui si vedevano i segni sul suo viso nella conferenza stampa di giovedì scorso, il consenso è stato ottenuto ma ad una condizione: il rischio per quanto riguarda l'acquisto dei titoli pubblici in tutti i paesi che saranno oggetto dell'intervento della Bce sarà ripartito per l'80 per cento del suo ammontare con le Banche centrali nazionali dei paesi suddetti. Draghi ha accettato questa condizione e l'operazione è partita. La chiamano il bazooka della Bce. Sarà sparato da subito. Le Borse europee e quella americana sono euforiche, i governi interessati sono contenti, la Germania ha ottenuto quel che voleva e ha concesso quanto le era stato richiesto; infine la Merkel si è convinta che l'intervento della Bce era indispensabile.
Ora però alcune cose vanno chiarite e alcune parole vanno definite a cominciare dal rischio che sarà scaricato sulle Banche centrali nazionali, come s'è detto, per l'80 per cento dell'ammontare. Ma che cosa vuol dire rischio? Nel caso in questione rischio è l'equivalente di fideiussione: le Banche nazionali firmano una fideiussione in garanzia degli euro sborsati dalla Bce. Ma qual è la condizione prevista per escutere la fideiussione? Il default di un Paese. Se il default dovesse profilarsi, la Bce chiamerà a rispondere e a rimborsarla del denaro investito la Banca nazionale di quel Paese. L'Italia non è certo la sola che sarà oggetto dell'intervento della Bce ma è certamente quella col maggior debito di tutti gli altri e quindi presumibilmente quella dove l'intervento sarà più massiccio che altrove. Quali sono le probabilità di un default italiano? Molto scarse, direi improbabili, anche se personalmente penso addirittura impossibili. Ma se per dannata ipotesi quel rischio si verificasse, l'escussione della fideiussione diventerebbe inutile. Accadrebbe infatti che l'intero sistema bancario europeo salterebbe per aria, Germania compresa, e l'euro cesserebbe di esistere con tutte le conseguenze del caso. Perciò il default italiano è estremamente improbabile e la fideiussione della Banca d'Italia non sarà mai richiesta. È una misura più estetica che economica, una parola-giocattolo per dare alla Germania la soddisfazione di sostenere che la sua condizione è stata accettata. La Merkel e Schäuble queste cose le sanno e sono stati al gioco. Draghi quel paravento l'ha escogitato, sa che non significa nulla ma fa un bell'effetto e Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, l'ha accettato dopo qualche resistenza perché il gioco lo conosceva anche lui. Tutti contenti e ora forza col bazooka.
* * *
Ci sono altre prevedibili conseguenze come le seguenti: 1. Draghi punta sulla riforma che il governo italiano dovrebbe fare affinché finalmente la crescita riprenda, riprendano gli investimenti e anche i consumi. Se e quando questo avverrà ci sarà anche una ripresa dell'occupazione e perfino il "Jobs Act" renziano produrrà i suoi effetti positivi. Il "Jobs Act" infatti, se la domanda non riprende, non può avere alcun effetto perché le imprese non hanno alcun motivo per assumere. Oppure assumono per incassare i benefici che quella legge prevede ma dopo un anno licenziano i neo assunti o addirittura li conservano ma trovano un qualsiasi pretesto per licenziare i lavoratori che da tempo sono in quell'impresa. Insomma il "Jobs Act" funzionerà soltanto se la crescita riprenderà e questo accadrà soltanto se le riforme avverranno nel modo indicato da Draghi.
2. Ma se questa è la situazione, la riforma voluta dal presidente della Bce e capace di rimettere in moto i meccanismi del sistema deve puntare sulla produttività e sulla competitività. In teoria l'aumento della produttività (che è preliminare alla competitività) dovrebbe esser opera degli imprenditori: nuovi modi di produrre, nuovi modi di distribuire, nuovi prodotti da lanciare sui mercati. La diminuzione del tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro facilita le esportazioni sempre che le imprese offrano beni e servizi che abbiano un volto nuovo. Quante sono le possibilità che questo avvenga? Spero di sbagliarmi, ma la mia risposta è zero. Le probabilità che l'offerta abbia un volto nuovo per poter rilanciare la domanda sono zero.
3. Un altro modo di far aumentare la produttività e la competitività è la diminuzione del costo del lavoro tutelando però il salario netto dei lavoratori. Cioè il taglio totale del cuneo fiscale. Quello che il nostro governo avrebbe dovuto fare nel 2014 invece di spendere 10 miliardi l'anno per erogare ad un gruppo di lavoratori 80 euro al mese in busta paga. Soldi buttati dalla finestra e ormai non più revocabili. Ma il taglio totale del cuneo fiscale ha un costo non indifferente che grava soprattutto sui contributi. E poiché questo taglio va a carico degli enti di previdenza e soprattutto dell'Inps, il bilancio di questo istituto andrebbe probabilmente in grave perdita. Chi paga le perdite dell'Inps? Ovviamente il Tesoro. E come le paga il Tesoro? O aumentando il debito o ritoccando al rialzo la pressione fiscale o con altri tagli. Gli altri tagli però producono quasi sempre nuova disoccupazione. Mi viene in mente una poesia di Bertolt Brecht: "I lavoratori gridano per avere il pane. / I commercianti gridano per avere i mercati. / Il disoccupato ha fatto la fame. Ora / fa la fame chi lavora. / Le mani che erano ferme tornano a muoversi: / torniscono granate". Dunque attenti a scherzare col fuoco.
4. Un'altra riforma che Draghi esorta a fare riguarda investimenti da incentivare, pubblici o privati che siano, ma di pronta attuazione che non possono che essere le costruzioni. Giusto. Ma ci vogliono le risorse. Gli investimenti li decidono le imprese e lo Stato. Le prime sono pronte, lo Stato pure; ma dove sono le risorse? Le imprese le avrebbero ma difficilmente le tirano fuori. Lo Stato non le ha perciò dovrebbero fornirle le banche che tra poco saranno imbottite di liquidità. Ecco dove il bazooka ha una funzione che non è più soltanto monetaria ma di politica economica. Perciò questa riforma è possibile. Sarebbe la vera legge sul lavoro. Questo è il bilancio complessivo, al quale si aggiunge però, con segno diverso, il cosiddetto "rispetto flessibile" degli impegni europei. Ma qui entriamo nella politica estera italiana ed europea. Ne parleremo domani.
Questo intervento ha trovato un consenso pressoché unanime dopo una lunga battaglia con la Banca centrale tedesca e i suoi alleati. Alla fine, dopo una settimana molto agitata di cui si vedevano i segni sul suo viso nella conferenza stampa di giovedì scorso, il consenso è stato ottenuto ma ad una condizione: il rischio per quanto riguarda l'acquisto dei titoli pubblici in tutti i paesi che saranno oggetto dell'intervento della Bce sarà ripartito per l'80 per cento del suo ammontare con le Banche centrali nazionali dei paesi suddetti. Draghi ha accettato questa condizione e l'operazione è partita. La chiamano il bazooka della Bce. Sarà sparato da subito. Le Borse europee e quella americana sono euforiche, i governi interessati sono contenti, la Germania ha ottenuto quel che voleva e ha concesso quanto le era stato richiesto; infine la Merkel si è convinta che l'intervento della Bce era indispensabile.
Ora però alcune cose vanno chiarite e alcune parole vanno definite a cominciare dal rischio che sarà scaricato sulle Banche centrali nazionali, come s'è detto, per l'80 per cento dell'ammontare. Ma che cosa vuol dire rischio? Nel caso in questione rischio è l'equivalente di fideiussione: le Banche nazionali firmano una fideiussione in garanzia degli euro sborsati dalla Bce. Ma qual è la condizione prevista per escutere la fideiussione? Il default di un Paese. Se il default dovesse profilarsi, la Bce chiamerà a rispondere e a rimborsarla del denaro investito la Banca nazionale di quel Paese. L'Italia non è certo la sola che sarà oggetto dell'intervento della Bce ma è certamente quella col maggior debito di tutti gli altri e quindi presumibilmente quella dove l'intervento sarà più massiccio che altrove. Quali sono le probabilità di un default italiano? Molto scarse, direi improbabili, anche se personalmente penso addirittura impossibili. Ma se per dannata ipotesi quel rischio si verificasse, l'escussione della fideiussione diventerebbe inutile. Accadrebbe infatti che l'intero sistema bancario europeo salterebbe per aria, Germania compresa, e l'euro cesserebbe di esistere con tutte le conseguenze del caso. Perciò il default italiano è estremamente improbabile e la fideiussione della Banca d'Italia non sarà mai richiesta. È una misura più estetica che economica, una parola-giocattolo per dare alla Germania la soddisfazione di sostenere che la sua condizione è stata accettata. La Merkel e Schäuble queste cose le sanno e sono stati al gioco. Draghi quel paravento l'ha escogitato, sa che non significa nulla ma fa un bell'effetto e Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, l'ha accettato dopo qualche resistenza perché il gioco lo conosceva anche lui. Tutti contenti e ora forza col bazooka.
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Ci sono altre prevedibili conseguenze come le seguenti: 1. Draghi punta sulla riforma che il governo italiano dovrebbe fare affinché finalmente la crescita riprenda, riprendano gli investimenti e anche i consumi. Se e quando questo avverrà ci sarà anche una ripresa dell'occupazione e perfino il "Jobs Act" renziano produrrà i suoi effetti positivi. Il "Jobs Act" infatti, se la domanda non riprende, non può avere alcun effetto perché le imprese non hanno alcun motivo per assumere. Oppure assumono per incassare i benefici che quella legge prevede ma dopo un anno licenziano i neo assunti o addirittura li conservano ma trovano un qualsiasi pretesto per licenziare i lavoratori che da tempo sono in quell'impresa. Insomma il "Jobs Act" funzionerà soltanto se la crescita riprenderà e questo accadrà soltanto se le riforme avverranno nel modo indicato da Draghi.
2. Ma se questa è la situazione, la riforma voluta dal presidente della Bce e capace di rimettere in moto i meccanismi del sistema deve puntare sulla produttività e sulla competitività. In teoria l'aumento della produttività (che è preliminare alla competitività) dovrebbe esser opera degli imprenditori: nuovi modi di produrre, nuovi modi di distribuire, nuovi prodotti da lanciare sui mercati. La diminuzione del tasso di cambio dell'euro rispetto al dollaro facilita le esportazioni sempre che le imprese offrano beni e servizi che abbiano un volto nuovo. Quante sono le possibilità che questo avvenga? Spero di sbagliarmi, ma la mia risposta è zero. Le probabilità che l'offerta abbia un volto nuovo per poter rilanciare la domanda sono zero.
3. Un altro modo di far aumentare la produttività e la competitività è la diminuzione del costo del lavoro tutelando però il salario netto dei lavoratori. Cioè il taglio totale del cuneo fiscale. Quello che il nostro governo avrebbe dovuto fare nel 2014 invece di spendere 10 miliardi l'anno per erogare ad un gruppo di lavoratori 80 euro al mese in busta paga. Soldi buttati dalla finestra e ormai non più revocabili. Ma il taglio totale del cuneo fiscale ha un costo non indifferente che grava soprattutto sui contributi. E poiché questo taglio va a carico degli enti di previdenza e soprattutto dell'Inps, il bilancio di questo istituto andrebbe probabilmente in grave perdita. Chi paga le perdite dell'Inps? Ovviamente il Tesoro. E come le paga il Tesoro? O aumentando il debito o ritoccando al rialzo la pressione fiscale o con altri tagli. Gli altri tagli però producono quasi sempre nuova disoccupazione. Mi viene in mente una poesia di Bertolt Brecht: "I lavoratori gridano per avere il pane. / I commercianti gridano per avere i mercati. / Il disoccupato ha fatto la fame. Ora / fa la fame chi lavora. / Le mani che erano ferme tornano a muoversi: / torniscono granate". Dunque attenti a scherzare col fuoco.
4. Un'altra riforma che Draghi esorta a fare riguarda investimenti da incentivare, pubblici o privati che siano, ma di pronta attuazione che non possono che essere le costruzioni. Giusto. Ma ci vogliono le risorse. Gli investimenti li decidono le imprese e lo Stato. Le prime sono pronte, lo Stato pure; ma dove sono le risorse? Le imprese le avrebbero ma difficilmente le tirano fuori. Lo Stato non le ha perciò dovrebbero fornirle le banche che tra poco saranno imbottite di liquidità. Ecco dove il bazooka ha una funzione che non è più soltanto monetaria ma di politica economica. Perciò questa riforma è possibile. Sarebbe la vera legge sul lavoro. Questo è il bilancio complessivo, al quale si aggiunge però, con segno diverso, il cosiddetto "rispetto flessibile" degli impegni europei. Ma qui entriamo nella politica estera italiana ed europea. Ne parleremo domani.