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Cassazione: "Nessuna campagna denigratoria verso Mediaset". Il Biscione perde causa contro Repubblica

Confermata sentenza della Corte d'Appello di Roma del gennaio 2011: al centro della disputa un'inchiesta in tre puntate di Giovanni Valentini del luglio 2003. Secondo i giudici gli articoli di critica all'azienda rientrano nel diritto di critica politica

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ROMA - La Corte di Cassazione ha deciso: Repubblica non ha attuato nessuna campagna denigratoria nei confronti di Mediaset. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Suprema Corte confermando così il giudizio della Corte d'Appello di Roma del gennaio 2011. La causa aveva ad oggetto tre articoli di Giovanni Valentini pubblicati nel luglio 2003 dal quotidiano di largo Angelo Fochetti, ritenuti da Mediaset un'ingiusta campagna diffamatoria e una violazione delle regole in materia di concorrenza sleale, poiché gli attacchi erano rivolti ad un'azienda privata e non all'allora premier.

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Diversa l'interpretazione dei giudici che hanno respinto l'istanza di risarcimento avanzata dall'azienda televisiva nei confronti del Gruppo L'Espresso. Secondo la Corte di Cassazione, che ha confermato i giudizi della Corte d'Appello, "gli scritti del giornalista Valentini, tutti di critica politica, dovevano essere letti alla luce della costante e violentissima polemica sviluppatasi nel Paese in particolare dall'entrata in politica" di Silvio Berlusconi "in relazione al conflitto di interessi denunciato costantemente dall'opposizione, legato alla proprietà di 3 delle 6 principali stazioni televisive".

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Per i giudici al centro del dibattito politico c'è la "convinzione" di una "stretta interazione tra il gruppo imprenditoriale Mediaset ed un partito politico" che "a sua volta faceva capo alla figura politica ed imprenditoriale nello stesso tempo dell'onorevole Berlusconi", per cui gli articoli di critica all'azienda devono essere letti nell'ottica della contrapposizione politica, e rientrano nel diritto di critica politica. Valentini, in una inchiesta in tre puntate, analizzava le storture del sistema radiotelevisivo e denunciava il rischio che "l'intero sistema dell'informazione" potesse "rimanere dissanguato dal "vampirismo commerciale che - sottolineava il giornalista - per quante capacità si possano riconoscere al management di Publitalia, beneficia comunque del traino, per dir così, di Forza Italia". Erano i tempi della legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo, varata dal governo Berlusconi e avversata dall'opposizione.

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Per la Cassazione, con questa pronuncia la Corte d'Appello ha "in un certo senso fotografato una situazione che è stata al centro di una discussione e di una lotta politica protrattasi per circa 20 anni". Per quanto riguarda la concorrenza sleale i giudici spiegano che non si tratta di aziende in concorrenza, trattandosi di un quotidiano inserito "in un gruppo imprenditoriale ben definito" contro una società "la cui attività è estremamente ampia e ramificata e non riconducibile al solo settore dell'informazione".
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