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Amministratori locali, dal 1974 le vittime sono state 132

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Il primo dell'elenco è Pietro Bellavite, consigliere comunale di Sant'Angelo in Lomellina (Pavia), lo hanno ammazzato a fucilate il 17 giugno del 1974 mentre tornava a casa in bicicletta. L'ultimo della lista si chiamava Bonifacio Tilocca, era il padre di Pino, sindaco di Burgos, e lo hanno fatto saltare in aria con una bomba sulla porta di casa il 29 febbraio del 2004, solo un anno fa. In mezzo tanti altri nomi, alcuni noti, molti sconosciuti alle cronache nazionali. Sono 132 gli omicidi consumati dal 1974 ad oggi (più altri 11 di familiari) che sono entrati a far parte del lungo elenco stilato dalla Commissione straordinaria del Senato sul Fenomeno delle intimidazioni agli amministratori locali. Lavoravano per comuni, province e regioni, e sono stati uccisi prevalentemente dalle mafie o dal terrorismo. Oppure da "semplici cittadini che vedevano in loro un ostacolo da abbattere, un impedimento per le loro pretese". Ci sono tutti gli amministratori ammazzati, a prescindere dal movente presunto o accertato. Una strage. Nessun'altra categoria, se si escludono quelle delle forze dell'ordine, ha numeri di tale impressionante portata.

Secondo lo studio della Commissione presieduta da Doris Lo Moro, anticipato da Repubblica.it, "appartenevano a tutti gli schieramenti politici ma vivevano prevalentemente nel sud Italia: Sicilia, Campania e Calabria nel 73% dei casi. In quattro province in particolare: Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Caserta".

Quando sono stati uccisi erano consiglieri comunali in carica (il 53%), avevano incarichi assessorili (il 20%), erano sindaci (il 14%) oppure amministratori provinciali e regionali ed infine candidati per un futuro possibile da amministratori locali. Il decennio peggiore è stato quello degli anni ottanta.  Un massacro in Calabria, Campania e Sicilia dove si sono contati 61 morti. L'anno peggiore, il 1990, con 12 morti, 1 al mese, 8 solo in Calabria.

I motivi degli omicidio originano sono vari. Nella meta circa dei casi è stata la criminalità organizzata. In altri sono stati vittime di pazzi, di gente che aveva del rancore personale o per presunti torti subiti. Hanno perso la vita perché si mettevano di traverso rispetto agli interessi dei clan, ma anche per ragioni più banali: una rivalità politica, un certificato non concesso o una sgombero. Nel 18% dei casi non è stato possibile neppure stabilire una ragione certa. Anche giudiziariamente molte vicende sono state archiviate pur avendo gli inquirenti ricostruito lo scenario della vicenda.

Nella relazione finale si legge che "Ci sono uomini e donne da additare come esempio di impegno civile e altri inadatti a tale scopo. Spesso neanche le comunità locali hanno mantenuto il ricordo di quanto accaduto. Alcuni solo recentemente hanno avuto intitolato un'aula, un parco, una strada. Molte famiglie a distanza di tempo chiedono verità su quanto accaduto". Eroi silenziosi in molti casi. In altri personaggi collusi con il malaffare e con le mafie a cui è stato chiesto il conto per fatti legati alle amministrazioni oppure ad altre vicende.

Nomi e volti sconosciuti ai più. Come quello di Antonino Pontari, assessore di San Lorenzo (Reggio Calabria), ammazzato nel 1990 dalla 'ndrangheta "perché non si era voluto piegare". Oppure di Stefano Nastasi, assessore di Partanna (Trapani), ucciso il 6 dicembre, del 1983. Calabresi, siciliani e napoletani come Marcello Torre, assassinato nell'80 per il suo impegno contro i clan di Pagani. E poi ancora, nella lista c'è il nome di una donna come Renata Fonte, ammazzata il 31 marzo dell'85 perché da assessore di Nardò (Lecce), era impegnata nella difesa dell'ambiente e per la sua irreprensibilità morale e istituzionale. Tante, troppe vittime. Che hanno pagato, nella maggioranza dei casi, per il loro spirito di servizio, per il lavoro fatto e per le idee politiche.
( G. B. )
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