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Civati: "Per la Cancellieri Renzi chiedeva le dimissioni"

Il 19 novembre del 2013 l'attuale premier diceva: "Sono per le dimissioni del Guardasigilli (del governo Letta), avviso di garanzia o meno. E' la Repubblica degli amici degli amici: insopportabile. Se diventerò segretario del Pd ne farò una battaglia culturale". Oggi, con il caso Lupi, l'oppositore "interno" si domanda: sarà coerente?

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ROMA - "Matteo Renzi individuò nelle ragioni di opportunità politiche e istituzionali le motivazioni delle dimissioni di una ministra del governo Letta. Chissà se il ragionamento, per una volta preciso e pienamente convidisibile, varrà anche per il ministro Lupi". Il primo riferimento è all'ex Guardasigilli Annamaria Cancellieri, finita nel tritacarne per il suo personale interessamento alla vicenda carceraria di Giulia Ligresti. E a ricordare all'attuale premier l'esistenza di "ragioni di opportunità politiche e istituzionali" per le quali anche un suo ministro, Maurizio Lupi, titolare delle Infrastrutture, dovrebbe rassegnarsi al passo indietro, è Pippo Civati. Un dem "non allineato" che impietosamente recupera le parole pronunciate da Matteo quando la sua scalata alla leadership del Pd e del Paese era solo uno scenario futuribile.

Era il 19 novembre di due anni fa e Renzi chiariva su varie piattaforme mediatiche, come consuetudine, la sua posizione sulla vicenda della Cancellieri. In modo netto. "Sono per le sue dimissioni, indipendentemente dall'avviso di garanzia o meno" aveva dapprima scritto nella sua newsletter settimanale, perché "l'idea che ci siamo fatti dell'intera vicenda Ligresti  è che la legge non sia uguale per tutti e che se conosci qualcuno di importante te la cavi meglio. E' la Repubblica degli amici degli amici: questo atteggiamento è insopportabile".

A questo punto, nello stesso documento, Renzi aveva aperto uno squarcio sul futuro, del partito e del Paese. "Se diventerò segretario del Pd - scriveva Matteo - su questo tema vorrei combattere una battaglia culturale. Non è un problema giudiziario, è peggio: è un problema politico". Postilla: "Cancellieri dice ai giornali: 'se ci fosse stato il vecchio Pd mi avrebbe difeso'. Non so. Io spero che ci sia un Pd nuovo. E lo spero per l'Italia, non per Cancellieri".

Poi, a Radio Capital, Renzi aveva sottolineato la perdita di autorevolezza e credibilità del Guardasigilli: "Si dovrebbe dimettere perché ha perso prestigio e autorità. E sarebbe più logico fare come in tutti i Paesi civili, dimettersi prima del voto di sfiducia". Infine, nel pomeriggio, durante un botta e risposta via Twitter (all'hashtag #matteorisponde) e in diretta sul suo sito, Renzi era stato ancora più perentorio, sollecitando questa volta l'allora premier Enrico Letta: "Se fossi nella Cancellieri mi sarei dimesso. Se il premier vuole salvarla ci metta la faccia lui (ma fossi in lui non lo farei) andando al gruppo Pd". E aveva aggiunto: "Se io fossi segretario del partito chiederei di votare la sfiducia".
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Parole chiare e pesanti, che ritornano di grande attualità nel presente di Matteo Renzi, gravate ancor di più dal doppio ruolo di comando, e quindi di responsabilità, che oggi ricopre: segretario del Partito Democratico e soprattutto presidente del Consiglio. Che ne sarà, dunque, della "battaglia culturale" che da leader del Pd Matteo avrebbe voluto combattere per avere la meglio sull'Italia "degli amici degli amici"?

Quanto a Civati, oggi dice di pensarla molto diversamente. "Io non chiedo più le dimissioni di qualcuno, perché quando le ho chieste si sono sempre ricompattati e nessuno si è dimesso". Solo una battuta, in risposta alla domanda sulla sua disponibilità a presentare insieme a Sel una mozione di sfiducia contro il ministro Lupi. "Voglio studiare bene la vicenda - chiarisce poi, parlando con i cronisti a Montecitorio - però mi sembra più grave di quella del ministro Cancellieri. Per la quale - ribadisce ancora una volta Pippo - allora Renzi chiese le dimissioni per ragioni di opportunità".
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