ROMA. "Per completare la riforma Hartz del mercato del lavoro in Germania furono necessari tre anni e i risultati si cominciarono a vedere dopo. Anche la nostra è una riforma strutturale, non un intervento spot. Serve tempo, devono essere approvati ancora quattro decreti attuativi. E, d'altra parte, non vedo nel mondo alcuna legge sul lavoro che, di per sé, sia, o sia stata, in grado di produrre occupazione aggiuntiva ".
Maurizio Del Conte, 50 anni, bocconiano (è professore di diritto del lavoro) è il consigliere giuridico del premier Matteo Renzi. È il tecnico che ha scritto buona parte del Jobs act. Ma è anche lo studioso che qualche anno fa smascherò l'errore dell'Ocse che considerava il Tfr una specie di indennizzo per il licenziamento finendo per classificare per questa ragione il mercato del lavoro italiano come il più rigido in Europa.
Se il Jobs act non crea nuovi posti di lavoro a che cosa serve?
"L'obiettivo della riforma è di porre le premesse perché il mercato del lavoro funzioni meglio, con una caratteristica: far diventare centrale il contratto di lavoro a tempo indeterminato, un approccio opposto a quello degli ultimi quindici anni. Aggiungo che, in ogni caso, mancano ancora quattro decreti fondamentali per l'equilibrio del sistema, due dei quali riguardano le politiche attive per il lavoro, cioè la semplificazione e l'efficacia dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro. È difficile considerare questi argomenti accessori rispetto all'intera riforma".
Il ricorso al contratto a tempo indeterminato e a tutele crescenti è diventato attraente per gli imprenditori per gli sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità. Perché non ha funzionato il superamento dell'articolo 18?
"Ripeto: il centro della riforma non è stato l'articolo 18 bensì mettere il contratto a tempo indeterminato al centro, cancellando le tipologie contrattuali superflue".
Sono rimaste quasi tutte.
"Beh, aver cancellato i contratti a progetto non mi pare poco. E dal 2016 le finte partite Iva saranno regolate come gli altri rapporti di lavoro subordinato. È una svolta rispetto alle politiche sul lavoro del passato in cui si sono inseguite quelle forme di volatilità del lavoro che alla fine attirano solo le imprese che creano poco valore".
Ma non è stato contraddittorio aver prima previsto la liberalizzazione dei contratti a termine e poi aver introdotto il contratto a tutele crescenti?
"La liberalizzazione dei contratti a termine non fa parte del Jobs act. È stato un tipico intervento emergenziale, il quale tra gli obiettivi aveva anche quello facilitare il ricorso al contratto a tempo anziché le varie forme di contratti precari. A regime, l'aspirazione della riforma è che il contratto a tempo risponda esclusivamente alle esigenze di lavoro temporaneo di un'impresa ".
Tra gli obiettivi della riforma c'era anche quello di superare il dualismo tra giovani e anziani. Il dualismo, però, si ripropone con i nuovi assunti che, in caso di licenziamento senza giusta causa, non vengono reintegrati ma indennizzati.
"Se vogliamo parlare di dualismo senza significato è come dice lei, ma se al dualismo attribuiamo il significato che ha avuto nell'ultimo ventennio le cose cambiano. Il dualismo era tra precari senza tutele (maternità, malattia, infortuni, ecc) e lavoratori stabili e garantiti. Bene, questo dualismo non c'è più".
Restano le differenze nei di licenziamenti.
"C'erano anche prima: per i lavoratori stabili delle piccole imprese non scatta il reintegro eppure nessuno si è mai sognato di definirli lavoratori precari".
Alla fine il nostro mercato del lavoro sarà più o meno flessibile?
"Non è questo il problema. È stato un grave errore commesso anche dagli organismi internazionali come l'Ocse quello di aver concentrato l'attenzione sugli indicatori relativi alla rigidità o flessibilità del mercato del lavoro. Ciò che conta è che ci sia un mercato del lavoro più attraente per chi investe e lavoratori complessivamente più protetti".
Maurizio Del Conte, 50 anni, bocconiano (è professore di diritto del lavoro) è il consigliere giuridico del premier Matteo Renzi. È il tecnico che ha scritto buona parte del Jobs act. Ma è anche lo studioso che qualche anno fa smascherò l'errore dell'Ocse che considerava il Tfr una specie di indennizzo per il licenziamento finendo per classificare per questa ragione il mercato del lavoro italiano come il più rigido in Europa.
Se il Jobs act non crea nuovi posti di lavoro a che cosa serve?
"L'obiettivo della riforma è di porre le premesse perché il mercato del lavoro funzioni meglio, con una caratteristica: far diventare centrale il contratto di lavoro a tempo indeterminato, un approccio opposto a quello degli ultimi quindici anni. Aggiungo che, in ogni caso, mancano ancora quattro decreti fondamentali per l'equilibrio del sistema, due dei quali riguardano le politiche attive per il lavoro, cioè la semplificazione e l'efficacia dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro. È difficile considerare questi argomenti accessori rispetto all'intera riforma".
Il ricorso al contratto a tempo indeterminato e a tutele crescenti è diventato attraente per gli imprenditori per gli sgravi contributivi previsti dalla legge di Stabilità. Perché non ha funzionato il superamento dell'articolo 18?
"Ripeto: il centro della riforma non è stato l'articolo 18 bensì mettere il contratto a tempo indeterminato al centro, cancellando le tipologie contrattuali superflue".
Sono rimaste quasi tutte.
"Beh, aver cancellato i contratti a progetto non mi pare poco. E dal 2016 le finte partite Iva saranno regolate come gli altri rapporti di lavoro subordinato. È una svolta rispetto alle politiche sul lavoro del passato in cui si sono inseguite quelle forme di volatilità del lavoro che alla fine attirano solo le imprese che creano poco valore".
Ma non è stato contraddittorio aver prima previsto la liberalizzazione dei contratti a termine e poi aver introdotto il contratto a tutele crescenti?
"La liberalizzazione dei contratti a termine non fa parte del Jobs act. È stato un tipico intervento emergenziale, il quale tra gli obiettivi aveva anche quello facilitare il ricorso al contratto a tempo anziché le varie forme di contratti precari. A regime, l'aspirazione della riforma è che il contratto a tempo risponda esclusivamente alle esigenze di lavoro temporaneo di un'impresa ".
Tra gli obiettivi della riforma c'era anche quello di superare il dualismo tra giovani e anziani. Il dualismo, però, si ripropone con i nuovi assunti che, in caso di licenziamento senza giusta causa, non vengono reintegrati ma indennizzati.
"Se vogliamo parlare di dualismo senza significato è come dice lei, ma se al dualismo attribuiamo il significato che ha avuto nell'ultimo ventennio le cose cambiano. Il dualismo era tra precari senza tutele (maternità, malattia, infortuni, ecc) e lavoratori stabili e garantiti. Bene, questo dualismo non c'è più".
Restano le differenze nei di licenziamenti.
"C'erano anche prima: per i lavoratori stabili delle piccole imprese non scatta il reintegro eppure nessuno si è mai sognato di definirli lavoratori precari".
Alla fine il nostro mercato del lavoro sarà più o meno flessibile?
"Non è questo il problema. È stato un grave errore commesso anche dagli organismi internazionali come l'Ocse quello di aver concentrato l'attenzione sugli indicatori relativi alla rigidità o flessibilità del mercato del lavoro. Ciò che conta è che ci sia un mercato del lavoro più attraente per chi investe e lavoratori complessivamente più protetti".