Referendum trivelle, l'attesa sulla piattaforma: "Quanta amarezza, non siamo inquinatori"
Jenner Meletti
Il reportage. Tra gli operai della Garibaldi: "Se domani perdiamo altri 2500 andranno a casa, sarebbe come chiudere un pezzo di storia"
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PIATTAFORMA GARIBALDI (Ravenna) - Parlano come i contadini. Dicono che "bisogna coltivare il campo". Come in campagna, raccontano che ci vuole tanta pazienza per estrarre tutto il "buono" che c'è in quelle rocce spugnose, piene di gas, che sono fino a tremila metri sotto il fondo del mare. Garibaldi C è una delle poche piattaforme con nome maschile. Le altre si chiamano Annamaria, Amelia, Tea, Guendalina. Qui a dieci miglia dalla costa si lavora 15 giorni di fila, poi 13 a casa. "Nelle piattaforme di Ravenna e Cervia - spiega l'ingegner Paolo Carnevale, responsabile del distretto centro settentrionale dell'Eni - estraiamo un terzo del gas di tutto il distretto: 3 milioni e mezzo di metri cubi al giorno. La metanizzazione dell'Italia è nata qui. Chiudere le piattaforme, come chiedono quelli del Sì al referendum, sarebbe come chiudere un pezzo di storia. Noi abbiamo portato energia pulita al Paese. Ne eravamo, e ne siamo, orgogliosi. Per questo viviamo questi giorni con amarezza e dispiacere".
Suona presto la sveglia sulla casa di ferro, alta trenta metri, in compagnia solo di altre piattaforme. Lontano, il bianco delle spiagge (che a poche miglia dai pozzi di estrazione ricevono ogni anno le bandiere Blu di Legambiente) e il verde delle pinete ravennati. Il cuoco cuoce il pane, il cameriere apparecchia la colazione. Il capo piattaforma, Paolo Franzoni, mostra con orgoglio le spigole, le orate, le mormore che nuotano a migliaia sotto le otto "gambe" della Garibaldi. All'ora della merenda, biscotti, tè e pasticcini. "Quando siamo a casa - raccontano operai e tecnici - mogli e figli ci chiedono: ma cosa sta succedendo? E' vero che siete degli inquinatori? Fai anche fatica a rispondere, perché sembra che tu voglia solo difendere il tuo lavoro. Raccontiamo comunque che qui i controlli ci sono sempre stati, che quasi ogni giorno arrivano Asl, Capitaneria, Arpa, Ispra...Le gambe della piattaforma hanno formato una specie di barriera corallina e dobbiamo tenere lontano i pescatori che vorrebbero superare il raggio di 500 metri proibito alla pesca. Se ci fossero veleni, ci sarebbero tanti pesci?".
Trivelle, viaggio tra gli operai sulla piattaforma: "Non siamo inquinatori"
Sono un ventina, gli uomini che vivono sulla Garibaldi. "L'orario di lavoro va dalle 7 alle 18 ma siamo sempre reperibili. Pozzi, emissioni e tutto il resto sono tele controllati anche da terra, dalla centrale Eni di Casalborsetti". Tv in camera e anche in una saletta. "Per anni siamo stati lavoratori invisibili, quasi che il gas uscisse da solo dal mare per arrivare alle stufe e alle caldaie delle case italiane. Noi diciamo sempre che se in casa hai quattro fornelli, uno è alimentato da Ravenna. E adesso, di colpo, siamo diventati i nemici dell'ambiente, noi che produciamo un gas più puro e pulito di quello che arriva da Russia o Algeria".
"In questo referendum - raccontano l'ingegner Paolo Carnevale e Davide Lombardi, responsabile produzione offshore - sembra che la scelta sia fra energia fossile ed energia rinnovabile. Non è così. La conferenza di Parigi ha deciso la netta riduzione di carbone e petrolio a favore delle energie alternative. Ma ha dichiarato che il gas è l'unica fonte fossile a basso impatto ambientale che può garantire il passaggio fra fossile e rinnovabile. Oggi e per altri anni del gas non puoi fare a meno. Noi garantiamo sicurezza all'ambiente ed anche ai lavoratori. Nel 2015 ci sono state 4 milioni e mezzo di ore lavorate e non c'è stato nessun infortunio".
Ma è bastato l'annuncio del referendum per dare un colpo al settore offshore. "Qui a Ravenna ci sono 50 aziende - dice Gianluigi Bambini, titolare dell'azienda omonima di trasporti marittimi - con 6.700 dipendenti. Già 900 hanno perso il lavoro perché le compagnie internazionali hanno scelto altri lidi. Se passa il Sì, altri 2.500 andranno a casa. Io stesso ho dovuto tagliare degli stipendi, soprattutto ai giovani. Spero che da lunedì tornino gli investimenti, perché le aziende sono fatte per assumere, non per licenziare".
Referendum trivelle, l'amarezza degli operai sulla piattaforma
Viaggio in una delle piattaforme che rischia la chiusura dopo il referendum sulle trivelle e ha raccolto le voci di chi lavora in mezzo al mare. "Noi siamo qui da decenni e siamo sempre stati orgogliosi di ciò che facciamo - hanno raccontato con amarezza operai e tecnici - perché produciamo energia pulita e siamo convinti di aver dato un contributo alla crescita dell'Italia. Ma ora ci troviamo sotto accusa, ci chiamano inquinatori e speriamo che il voto di domenica ci restituisca il nostro orgoglio" (Guarda il video)
Sono buoni gli stipendi di chi lavora sul mare. "Quasi il 50% in più, rispetto a chi sta a terra", racconta Massimo Marani della Fictem Cgil. "Non è solo una questione di soldi. Non puoi stare in mare per anni e anni se questo mare non lo ami davvero. Per questo il passaggio improvviso e assurdo fra "il metano ti dà una mano" a "il metano è una peste" è innanzitutto un'offesa per lavoratori, che sono fra i più bravi al mondo".
Si accendono le luci nella sera. Sul lungomare si guardano i fari delle piattaforme. Gli uomini delle piattaforme cercano le luci delle loro case.