Riforma costituzionale, Ceccanti: "Il testo era condiviso, solo Forza Italia si è tirata indietro"
di ANNALISA CUZZOCREAIl costituzionalista ed ex senatore Pd non è d'accordo con le critiche dei 56 giuristi alla riforma della Carta: "Si sono scordati com’è iniziata la legislatura: se abbattiamo il ddl Boschi, rischiamo di tornare nel pantano"
"È stato fatto un disegno per risolvere problemi che ci portiamo avanti da anni. Se lo abbattiamo in nome di un’astratta perfezione, dove andiamo?". Stefano Ceccanti, costituzionalista, ex senatore Pd e autore del libro La transizione è (quasi) finita non è d’accordo con le critiche dei 56 giuristi alla riforma della Carta del governo Renzi. "Si sono scordati com’è iniziata la legislatura: siamo finiti in un pantano che può riprodursi perché le condizioni non le abbiamo rimosse".
Non crede sia vero, che riforme così importanti non vadano fatte a colpi di maggioranza. “Peraltro ondivaga”, è scritto nel documento curato – tra gli altri – da Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky?
"Nella commissione del governo Letta che ha lavorato alle riforme eravamo in quarantadue. Di questi, hanno firmato l’appello solo in quattro: la professoressa Carlassare, che si dimise …
Non crede sia vero, che riforme così importanti non vadano fatte a colpi di maggioranza. “Peraltro ondivaga”, è scritto nel documento curato – tra gli altri – da Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky?
"Nella commissione del governo Letta che ha lavorato alle riforme eravamo in quarantadue. Di questi, hanno firmato l’appello solo in quattro: la professoressa Carlassare, che si dimise …
"È stato fatto un disegno per risolvere problemi che ci portiamo avanti da anni. Se lo abbattiamo in nome di un’astratta perfezione, dove andiamo?". Stefano Ceccanti, costituzionalista, ex senatore Pd e autore del libro La transizione è (quasi) finita non è d’accordo con le critiche dei 56 giuristi alla riforma della Carta del governo Renzi. "Si sono scordati com’è iniziata la legislatura: siamo finiti in un pantano che può riprodursi perché le condizioni non le abbiamo rimosse".
Non crede sia vero, che riforme così importanti non vadano fatte a colpi di maggioranza. “Peraltro ondivaga”, è scritto nel documento curato – tra gli altri – da Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky?
"Nella commissione del governo Letta che ha lavorato alle riforme eravamo in quarantadue. Di questi, hanno firmato l’appello solo in quattro: la professoressa Carlassare, che si dimise per dissenso. E poi Onida, Cheli e Dogliani, che avevano espresso pareri contrari messi a verbale".
Quel testo non è stato stravolto in Parlamento?
"No, altrimenti ci sarebbero più firme sotto quel documento. La riforma è stata elaborata da una maggioranza parlamentare che comprendeva il centrosinistra e l’intero centrodestra. Dopo l’elezione di Mattarella, il pezzo che ha ricostituito Forza Italia si è tirato fuori dall’accordo per ragioni politiche, non di merito. Mentre il resto del centrodestra ha continuato a sostenerlo. L’unica a venire meno è stata Forza Italia".
Ci sono stati problemi anche a sinistra.
"Sel non l’ha mai sostenuta e la sinistra Pd ha chiesto emendamenti, ma l’ha votata. Ripeto: l’unico a tirarsi fuori è stato il partito di Silvio Berlusconi".
Entriamo nel merito: è vero che il Senato – così come viene fuori dalla legge - è una camera debole, senza neanche i poteri decisionali in materia regionale che ha il Bundesrat in Germania?
"Io vedo una contraddizione di fondo in quel documento. Prima si parla di un’eccessiva concentrazione di poteri, poi si dice che la riforma è confusa. Le due cose insieme non stanno. Questa composizione deriva da quella promossa dall’Ulivo, ed era stata la più votata nella consultazione di massa indetta dal governo Letta".
Intende un Senato fatto da consiglieri e sindaci?
"Sì, non è una cosa che si è inventato chi ha scritto il testo all’improvviso. Il Bundesrat in Germania è composto solo dai governi regionali. Da noi ci sono 17 regioni su 21 amministrate dal centrosinistra. Anche se si convenisse che quella sarebbe stata la soluzione migliore, a parte il Pd non l’avrebbe votata nessuno. Ed è in rotta di collisione con la critica sulla concentrazione dei poteri".
Quindi non crede che il combinato disposto di riforme e legge elettorale sbilanci il sistema a favore di chi è al governo?
"È una tesi che non sta in piedi. Chi vince alla Camera ha 340 seggi, se gli va bene 50 al Senato. Sono 390 voti disponibili a scrutinio palese, quindi sono un lordo, bisogna toglierne almeno una cinquantina. Il quorum per eleggere gli organi di garanzia sono i tre quinti: 435. Il che vuole dire che senza cento voti delle minoranze non si elegge nessuno. Anzi, si potrebbe dire che la soglia per scegliere il presidente della Repubblica è troppo alta: rischiamo di stare per mesi col presidente della Camera come supplente. Dal punto di vista numerico le critiche sono palesemente inconsistenti".
LEGGI: Valerio Onida: "Sono tagli demagogici, risorge lo statalismo che fa danni all'Italia"
Non crede sia vero, che riforme così importanti non vadano fatte a colpi di maggioranza. “Peraltro ondivaga”, è scritto nel documento curato – tra gli altri – da Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky?
"Nella commissione del governo Letta che ha lavorato alle riforme eravamo in quarantadue. Di questi, hanno firmato l’appello solo in quattro: la professoressa Carlassare, che si dimise per dissenso. E poi Onida, Cheli e Dogliani, che avevano espresso pareri contrari messi a verbale".
Quel testo non è stato stravolto in Parlamento?
"No, altrimenti ci sarebbero più firme sotto quel documento. La riforma è stata elaborata da una maggioranza parlamentare che comprendeva il centrosinistra e l’intero centrodestra. Dopo l’elezione di Mattarella, il pezzo che ha ricostituito Forza Italia si è tirato fuori dall’accordo per ragioni politiche, non di merito. Mentre il resto del centrodestra ha continuato a sostenerlo. L’unica a venire meno è stata Forza Italia".
Ci sono stati problemi anche a sinistra.
"Sel non l’ha mai sostenuta e la sinistra Pd ha chiesto emendamenti, ma l’ha votata. Ripeto: l’unico a tirarsi fuori è stato il partito di Silvio Berlusconi".
Entriamo nel merito: è vero che il Senato – così come viene fuori dalla legge - è una camera debole, senza neanche i poteri decisionali in materia regionale che ha il Bundesrat in Germania?
"Io vedo una contraddizione di fondo in quel documento. Prima si parla di un’eccessiva concentrazione di poteri, poi si dice che la riforma è confusa. Le due cose insieme non stanno. Questa composizione deriva da quella promossa dall’Ulivo, ed era stata la più votata nella consultazione di massa indetta dal governo Letta".
Intende un Senato fatto da consiglieri e sindaci?
"Sì, non è una cosa che si è inventato chi ha scritto il testo all’improvviso. Il Bundesrat in Germania è composto solo dai governi regionali. Da noi ci sono 17 regioni su 21 amministrate dal centrosinistra. Anche se si convenisse che quella sarebbe stata la soluzione migliore, a parte il Pd non l’avrebbe votata nessuno. Ed è in rotta di collisione con la critica sulla concentrazione dei poteri".
Quindi non crede che il combinato disposto di riforme e legge elettorale sbilanci il sistema a favore di chi è al governo?
"È una tesi che non sta in piedi. Chi vince alla Camera ha 340 seggi, se gli va bene 50 al Senato. Sono 390 voti disponibili a scrutinio palese, quindi sono un lordo, bisogna toglierne almeno una cinquantina. Il quorum per eleggere gli organi di garanzia sono i tre quinti: 435. Il che vuole dire che senza cento voti delle minoranze non si elegge nessuno. Anzi, si potrebbe dire che la soglia per scegliere il presidente della Repubblica è troppo alta: rischiamo di stare per mesi col presidente della Camera come supplente. Dal punto di vista numerico le critiche sono palesemente inconsistenti".
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