Il messaggio arrivato dallo staff per chiedere spiegazioni sul'avviso di garanzia. La risposta del sindaco: "Sono un pubblico ufficiale, non inoltro documenti a un indirizzo senza nome. Fatemi chiamare da Di Maio". Ecco tutti i retroscena di un rapporto arrivato al capolinea
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ROMA - Una mail anonima mandata dallo staff nel tardo pomeriggio per chiedere spiegazioni sull’avviso di garanzia. E pretendere i documenti che riguardano l’indagine. Una lettera non firmata cui il sindaco di Parma ha risposto ricordando di essere un pubblico ufficiale e di non poter inoltrare carte riservate a una casella di posta senza nome. E la frase: "Fatemi chiamare da Di Maio".
E’ stato questo l’atto decisivo. Il finale del lungo addio tra Federico Pizzarotti e il Movimento 5 Stelle.
Un rapporto che si era fatto difficile da subito, fin dalle prime scelte dell’amministrazione di Parma. Quella di non chiudere l’inceneritore come detto in campagna elettorale, una volta verificato che gli accordi già presi e le penali da pagare non lo consentivano. Ma di puntare sulla raccolta differenziata facendo diventare Parma la prima in classifica tra le città di quelle dimensioni. Troppo poco, per i puristi del tutto e subito. Soprattutto, troppo poco da parte di un sindaco che non ha mai rinunciato a dire la sua, anche quando le sue parole confliggevano con le decisioni prese da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Così, tra i motivi per metterlo all’indice con i famigerati ps o le poesiole di scherno sul blog c’erano state le apparizioni in tv. Era l’epoca in cui Grillo aveva attaccato – e poi cacciato – la consigliera comunale di Bologna Federica Salsi, colpevole di essersi seduta nel salotto televisivo di Ballarò. “La televisione è il vostro punto G”, aveva sentenziato il capo politico e detentore del simbolo del Movimento. A ricordarlo oggi, con Di Maio e Di Battista sempre in televisione, non sembra quasi vero.
Poi c’erano stati gli incontri formativi dei sindaci a Parma. Nel 2013 nessuna protesta. Nel 2014, un post sul blog contrario all’evento, perché “il Movimento non fa formazione politica” (anche se, nella nuova piattaforma Rousseau, la parte formativa c’è ed è stata affidata al senatore Nicola Morra).
E ancora il caso Defranceschi: il consigliere regionale emiliano difeso da Pizzarotti e da alcuni parlamentari, ma cacciato ed estromesso dalle liste alle scorse elezioni perché aveva ricevuto un avviso di garanzia (è stato assolto, il giudice nella sentenza ha parlato di “gestione ineccepibile”, ricordano oggi i consiglieri di Parma). Pochi mesi fa, un altro “incidente” per la questione del teatro Regio: Pizzarotti premeva perché il Movimento proponesse un emendamento che equiparasse il festival Verdi agli eventi internazionali, come avviene già per altri festival musicali in giro per l’Italia. I deputati gli avevano risposto picche parlando di “marchetta localistica”, e lasciando che a proporre la modifica fosse la senatrice fuoriuscita Maria Mussini.
Infine le espulsioni: Federico Pizzarotti aveva criticato la modalità e la mancata trasparenza di alcune “cacciate” storiche, anche dei parlamentari. Poi aveva chiesto che a essere mandati via dal Movimento di Parma fossero i suoi consiglieri fuoriusciti, com’è successo a Livorno. Anche in quel caso però, il trattamento rispetto a quello riservato a Filippo Nogarin è stato diverso. I tre consiglieri comunali che si sono messi contro il primo cittadino di Livorno sono stati mandati via. Quelli che a Parma hanno creato un meet up concorrente no. Alle sollecitazioni su questo il direttorio non ha mai risposto. Negli ultimi mesi, dopo uno scontro in chat con Luigi Di Maio, i contatti erano arrivati a zero. Proprio questo chiedeva in risposta alla mail anonima il sindaco: “Chiamatemi di persona, venite e vi mostrerò tutte le carte”. Ad arrivare è stato solo un post di sospensione annunciato da un tweet di Beppe Grillo: la fine dell’avventura di Federico Pizzarotti dentro il Movimento.