"Ci penso spesso al successo che ebbe il 2 giugno, la riscoperta di una data unificante, un giorno a sigillo di una comunità nazionale", lo dice con emozione il Presidente Ciampi, mentre il pensiero va indietro di qualche anno, agli inizi del suo settennato quando il nuovo millennio muoveva i primi passi. "Non era facile né scontato. Io stesso temevo che potessero prevalere letture strumentali di quella giornata di festa, che l'orgoglio militare della sfilata potesse avere il sopravvento sulle intenzioni di mettere al centro l'atto di nascita della Repubblica, il referendum del 1946".
Una scelta controversa in un contesto che oggi appare sfocato, lontano più di quanto non ci separi dalla stagione della ritrovata celebrazione. Il tempo trascorso non ha scalfito il senso di quel passaggio: "Il successo della festa rinnovata fu straordinario, imprevedibile anche per me e i miei più stretti collaboratori. Venimmo in una certa misura travolti dalla partecipazione e anche dalla contentezza. Talvolta c'è bisogno di poter applaudire collettivamente, condividere momenti di gioia in tempi difficili".
Cosa si muove dietro il ritorno di una sfilata di forze armate nella prima domenica di giugno? Come si arriva al ripristino del giorno festivo attraverso la legge del 14 novembre 2000? Chi lo sostiene e chi si oppone? E con quali argomenti? Parole che cambiano significato nella tempesta della storia di un Paese: patria, nazione, invenzione, festa, tradizione. Tutto questo condiziona e alimenta il dibattito sul 2 giugno quando viene rimesso al centro della scena. "In tanti e con diverse intenzioni - prosegue Ciampi - mi hanno domandato il perché di quella scelta: tirar fuori una data scivolata nel dimenticatoio del calendario civile. Sentivo di non poter tacere, come se avessi un appuntamento importante con la storia, un compito da svolgere anche in rappresentanza di chi non c'era più. Del resto sono nato a pochi anni dalla conclusione del primo conflitto mondiale e ho attraversato senza sconti tutto il periodo fascista. Non sono un guerrafondaio, e credo che la nostra Costituzione rappresenti una risposta compiuta agli orrori del Novecento, un tentativo di lasciare le guerre e la violenza fuori dall'orizzonte di chi è nato dopo".
Quasi un lascito generazionale, un disegno tratteggiato che come una parabola ricongiunga le origini della Repubblica con il suo sviluppo successivo proprio quando molte certezze entrano in crisi. Il suo pensiero corre alla facilità che ha accompagnato (e spesso accompagna) le semplificazioni sul passato. Se si perde di vista l'orizzonte di un cammino comune tutto diventa più difficile, incomprensibile, spesso casuale segnato dalle pulsioni del momento: "Non sopportavo quel distacco consapevole, quella critica continua e presuntuosa all'idea di patria e alle modalità che ne avevano segnato le tappe di costruzione. Rimango convinto dell'importanza di quel concetto, un'idea che unisce anche attraverso simboli e occasioni. Mi sembrava che il disprezzo o comunque la scarsa considerazione avessero facilmente il sopravvento nel senso comune che guarda al passato ".
E da qui le scelte per quella giornata che rimane stampata nella sua memoria: "Fu bellissimo, anche le resistenze che avevo vicino svanirono. Le obiezioni di un possibile scivolamento nazionalista lasciarono il posto all'incredulità di chi cercava un posto nella festa di tutti. Temevo di essere accusato di militarismo o nazionalismo becero. Proprio io che ho scoperto quel senso di appartenenza collettivo durante la seconda guerra mondiale, nella tragedia dell'8 settembre 1943. Ufficiale in servizio ho trovato la patria nella mia coscienza mentre tutto sembrava crollare. Prima ero solo un buon cittadino, un buon giovane, aspirante cittadino ". Il nesso con il 2 giugno e con una festa da ritrovare vive nelle pieghe di una storia difficile e preziosa. Il Presidente si commuove tornando al giugno 2000: "In macchina, avevo al mio fianco il ministro della Difesa Sergio Mattarella, andavamo su e giù nel percorso tra l'Eur e i Fori Imperiali circondati da una folla festosa di tutte le età, che ci incitava ad andare avanti, ringraziava, mi appariva contenta. Ci sentivamo italiani".
Una scelta controversa in un contesto che oggi appare sfocato, lontano più di quanto non ci separi dalla stagione della ritrovata celebrazione. Il tempo trascorso non ha scalfito il senso di quel passaggio: "Il successo della festa rinnovata fu straordinario, imprevedibile anche per me e i miei più stretti collaboratori. Venimmo in una certa misura travolti dalla partecipazione e anche dalla contentezza. Talvolta c'è bisogno di poter applaudire collettivamente, condividere momenti di gioia in tempi difficili".
Cosa si muove dietro il ritorno di una sfilata di forze armate nella prima domenica di giugno? Come si arriva al ripristino del giorno festivo attraverso la legge del 14 novembre 2000? Chi lo sostiene e chi si oppone? E con quali argomenti? Parole che cambiano significato nella tempesta della storia di un Paese: patria, nazione, invenzione, festa, tradizione. Tutto questo condiziona e alimenta il dibattito sul 2 giugno quando viene rimesso al centro della scena. "In tanti e con diverse intenzioni - prosegue Ciampi - mi hanno domandato il perché di quella scelta: tirar fuori una data scivolata nel dimenticatoio del calendario civile. Sentivo di non poter tacere, come se avessi un appuntamento importante con la storia, un compito da svolgere anche in rappresentanza di chi non c'era più. Del resto sono nato a pochi anni dalla conclusione del primo conflitto mondiale e ho attraversato senza sconti tutto il periodo fascista. Non sono un guerrafondaio, e credo che la nostra Costituzione rappresenti una risposta compiuta agli orrori del Novecento, un tentativo di lasciare le guerre e la violenza fuori dall'orizzonte di chi è nato dopo".
Quasi un lascito generazionale, un disegno tratteggiato che come una parabola ricongiunga le origini della Repubblica con il suo sviluppo successivo proprio quando molte certezze entrano in crisi. Il suo pensiero corre alla facilità che ha accompagnato (e spesso accompagna) le semplificazioni sul passato. Se si perde di vista l'orizzonte di un cammino comune tutto diventa più difficile, incomprensibile, spesso casuale segnato dalle pulsioni del momento: "Non sopportavo quel distacco consapevole, quella critica continua e presuntuosa all'idea di patria e alle modalità che ne avevano segnato le tappe di costruzione. Rimango convinto dell'importanza di quel concetto, un'idea che unisce anche attraverso simboli e occasioni. Mi sembrava che il disprezzo o comunque la scarsa considerazione avessero facilmente il sopravvento nel senso comune che guarda al passato ".
E da qui le scelte per quella giornata che rimane stampata nella sua memoria: "Fu bellissimo, anche le resistenze che avevo vicino svanirono. Le obiezioni di un possibile scivolamento nazionalista lasciarono il posto all'incredulità di chi cercava un posto nella festa di tutti. Temevo di essere accusato di militarismo o nazionalismo becero. Proprio io che ho scoperto quel senso di appartenenza collettivo durante la seconda guerra mondiale, nella tragedia dell'8 settembre 1943. Ufficiale in servizio ho trovato la patria nella mia coscienza mentre tutto sembrava crollare. Prima ero solo un buon cittadino, un buon giovane, aspirante cittadino ". Il nesso con il 2 giugno e con una festa da ritrovare vive nelle pieghe di una storia difficile e preziosa. Il Presidente si commuove tornando al giugno 2000: "In macchina, avevo al mio fianco il ministro della Difesa Sergio Mattarella, andavamo su e giù nel percorso tra l'Eur e i Fori Imperiali circondati da una folla festosa di tutte le età, che ci incitava ad andare avanti, ringraziava, mi appariva contenta. Ci sentivamo italiani".