Politica

Noi e loro, destini rovesciati

(reuters)
La jihad ha lanciato quel Tir contro tutti noi, noi che ci crediamo scampati e immuni perché lo ha lanciato contro il calendario dell’Occidente e della democrazia
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LORO sanno chi siamo. Noi non lo sappiamo più. Dunque non capiamo per che cosa moriamo, per quale ragione siamo stati trasformati in bersaglio, che cosa rappresentiamo tutti insieme, i ragazzi vestiti da mare e i genitori a passeggio sulla Promenade des Anglais, quelli che sono morti falciati dal Tir senza sapere perché e quelli che li hanno visti cadere travolti mentre scappavano urlando, salvandosi per caso.

Un Tir bianco — costruito ed equipaggiato per aiutare il nostro lavoro, portare le nostre merci, collegare le nostre città — si rovescia in macchina di morte lanciandosi contro chi credeva semplicemente di poter vivere in pace una notte di festa collettiva con la musica del Bolero, il botto artificiale dei giochi di fuoco sul mare, la vacanza.

È stato insanguinato il nostro tempo libero, che è (ormai quasi inconsapevolmente) un pezzo dell’organizzazione sociale moderna e della sua divisione del tempo. In più, una data come il 14 luglio che parla a tutta l’Europa, una festa nazionale che è il momento in cui una comunità riconosce se stessa come forma politica e statuale. Gli jihadisti vivono nel lunario islamico che segna l’anno 1437, ma ragionano con l’annuario gregoriano e civile che segna le ore e i giorni che danno un significato alla nostra storia, quella storia che li ipnotizza, come la nostra geografia. Per questo dobbiamo dire che la jihad ha lanciato quel Tir contro tutti noi, noi che ci crediamo scampati e immuni — spettatori — perché lo ha lanciato contro il calendario dell’Occidente e della democrazia.

L’ordine del Califfo eseguito da un lupo solitario non trasforma soltanto un camion in una bomba ma ci dice che ogni momento della nostra vita civile, ogni occasione e ogni strumento del nostro vivere associato può essere rovesciato in un’arma assassina, basta sconvolgere la regola implicita che disciplina l’incrocio tra la nostra esistenza e la vita degli altri. La normale banalità della democrazia quotidiana (ricevuta dai nostri padri, e non conquistata da noi) non ci rende nemmeno più consapevoli di questo sistema di regole che ci scambiamo e rispettiamo mentre lavoriamo e riposiamo, portiamo a scuola i nostri figli, riuniamo i parlamenti, preghiamo o decidiamo di non pregare, camminiamo con una ragazza, scherziamo al bar con gli amici. Scopriamo adesso che la democrazia, nel suo consumo di ogni giorno, è anche un meccanismo di garanzie che ci riconosciamo reciprocamente e che permette che le nostre libertà individuali vivano fianco a fianco, disciplinandosi e rispettandosi in un orizzonte comune che abbiamo chiamato società, garantito e guidato da quell’autorità pubblica identitaria che è lo Stato moderno.

La democrazia è dunque questo, dopo le Torri Gemelle, Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles e Nizza: l’organizzazione civile di uno spazio di libertà, per noi e per gli altri. In questo c’è l’accettazione di una regola, la condivisione di un orizzonte comune (nell’ovvia differenza di idee e di obiettivi), la coscienza di una responsabilità di ognuno per il destino collettivo. Ciò a cui abbiamo dato il nome di umanità, la forma di diritti, l’espressione appunto di libertà. È tutto ciò di cui viviamo, e per cui stiamo morendo. Perché è esattamente questo il bersaglio del terrorismo islamico che non per caso attacca la modernità estenuata — ma viva — delle nostre democrazie proprio lì dove sono nate: nella città, il luogo che ha generato il concetto stesso di democrazia e di Occidente, con l’apparizione dello spazio pubblico che contrapponeva l’agorà al palazzo del sovrano, inaugurando il “discorso” e quindi la razionalità del pensiero. Proprio la città, e non per caso, viene oggi trasformata nel teatro primordiale di omicidi rituali, in mezzo a un’Europa dove il sentimento del sacro si ritira sempre più.

Perché bisogna avere l’onestà di dire che di questo si tratta: omicidi rituali, dove torna l’utilizzo religioso e magico del sangue, delle maledizioni e delle invettive che l’Europa ha conosciuto fin dalla prima crocifissione rituale del 1146, torna l’autoassoluzione dell’assassinio perpetrato nel nome di Dio, un Dio esortato a rendersi testimone di un adempimento che è insieme vendetta redenzione e riconquista, perché ideologizza la religione rendendola politica. Nel Ventunesimo secolo questa regressione di morte è possibile solo uscendo dal sentiero della modernità, dal calcolo razionale del rapporto tra costi e benefici che precede per noi ogni azione cosciente, persino dalla strategia terroristica indigena che avevamo fin qui conosciuto e che mentre individuava la vittima individuava anche la via di fuga per gli attentatori. Quando la propria morte è un obiettivo politico-religioso come la morte altrui, siamo sotto la linea d’ombra del pensiero occidentale, che infatti non riesce a concepire l’evento e dunque si sente indifeso perché esposto dalla sua stessa vita, e non può difendersi dal suo modo di vivere.

Proprio questa frattura di mondi dovrebbe riportare il pensiero occidentale a pensare se stesso, a ri-concepirsi. Se ci colpiscono per queste ragioni, vale a dire perché pur con una pratica infedele siamo comunque la terra della democrazia dei diritti e della democrazia delle istituzioni, noi non dobbiamo sentirci responsabili di questo principio universale che non è fondato sulla natura delle cose, non è garantito da nessun potere per sempre, ma è una costruzione storica umana, dunque dipende soltanto da noi? Questa scelta comporta degli obblighi. L’obbligo politico di difendere la democrazia con ogni mezzo, rispettando la sua natura, l’obbligo morale di distinguere senza ambiguità, nettamente (pur con tutti gli errori dell’Occidente) tra le vittime che camminavano sul lungomare di Nizza e i carnefici che istigavano il loro assassino, l’obbligo intellettuale di dare un’identità culturale alle vittime, che a Nizza come nelle Torri o al Bataclan non sono una somma di individui morti per caso, ma un insieme di cittadini uccisi per questo: proprio perché cittadini della democrazia europea, figli della modernità occidentale che anche quando mostra le ingiustizie, le offese e le esclusioni della crisi merita comunque di essere vissuta, e per questo di essere difesa. Altrimenti non resta che accendere fuochi come nella notte di Valpurga, spargere il sale, suonare le campane nel buio. Col finale già scritto nei “Miserabili”: «Demoni attaccavano, spettri resistevano».
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