Francesco Piccolo da bambino non sognava di diventare Superman, ma Enrico Berlinguer. Poi nel libro Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), premiato con lo Strega nel 2014, ha raccontato la sua giovinezza di comunista, rileggendo la figura del segretario del Pci come quella di chi divise il campo tra "noi e gli altri, tra i giusti e gli ingiusti", aprendo la strada al fallimento della sinistra italiana.
Piccolo, lei ha indicato Berlinguer come l'uomo che condannò la sinistra a essere reazionaria...
"Berlinguer stesso fu condannato a essere reazionario. Fino al '78 la sua politica era stata progressista. Poi l'esclusione dal governo dopo l'uccisione di Moro lo costrinse all'arroccamento. Improvvisamente, da un lato ci fu un'Italia che non ci riguardava più e dall'altro la nostra, quella della sinistra dei "migliori", dei più "giusti". Questo atteggiamento a cui ho partecipato è ingiusto. Ha generato l'incapacità di accettare i cambiamenti: il segno più eclatante dell'essere reazionari".
Ma per primo Berlinguer lanciò l'allarme sulla corruzione dei partititi di cui ancora parliamo.
"La sua intervista a Scalfari fu profetica e lucidissima. Ma anche la più sofferente e disperata. L'aspetto umano che portò a quelle parole non viene mai sottolineato abbastanza. È l'intervista di un segretario di partito che sente quella sull'austerità e sulla questione morale come la sua ultima battaglia concreta, mentre le altre sono cadute. La sua è la reazione di chi è stato messo in un angolo. Ma è importante non ricordare solo il Berlinguer della questione morale".
A cosa si riferisce?
"Berlinguer ha costruito la forza del suo Pci sul compromesso storico, una soluzione grandiosa: l'ultima grande ipotesi politica partorita da questo Paese. Poi, sfumata la possibilità di governare, dall'idea di costruire insieme agli altri, spinse sulla "diversità" della sinistra. La questione morale sollevata da Berlinguer non si può ritagliare e isolare, altrimenti si trasforma in populismo. Oggi si confonde un parlamentare con il Parlamento, un politico che conosce i modi di praticare l'immoralità con il politico di professione".
Berlinguer diceva: "I partiti non fanno più politica".
"Sì, ma credeva tantissimo nei partiti. Questo aspetto va salvato. Anch'io credo ancora nel Parlamento e nel politico che si occupa di politica per tutta la vita, ovviamente secondo i dettami della questione morale. Insomma, alla fine sono ancora fermo a Berlinguer".
Piccolo, lei ha indicato Berlinguer come l'uomo che condannò la sinistra a essere reazionaria...
"Berlinguer stesso fu condannato a essere reazionario. Fino al '78 la sua politica era stata progressista. Poi l'esclusione dal governo dopo l'uccisione di Moro lo costrinse all'arroccamento. Improvvisamente, da un lato ci fu un'Italia che non ci riguardava più e dall'altro la nostra, quella della sinistra dei "migliori", dei più "giusti". Questo atteggiamento a cui ho partecipato è ingiusto. Ha generato l'incapacità di accettare i cambiamenti: il segno più eclatante dell'essere reazionari".
Ma per primo Berlinguer lanciò l'allarme sulla corruzione dei partititi di cui ancora parliamo.
"La sua intervista a Scalfari fu profetica e lucidissima. Ma anche la più sofferente e disperata. L'aspetto umano che portò a quelle parole non viene mai sottolineato abbastanza. È l'intervista di un segretario di partito che sente quella sull'austerità e sulla questione morale come la sua ultima battaglia concreta, mentre le altre sono cadute. La sua è la reazione di chi è stato messo in un angolo. Ma è importante non ricordare solo il Berlinguer della questione morale".
A cosa si riferisce?
"Berlinguer ha costruito la forza del suo Pci sul compromesso storico, una soluzione grandiosa: l'ultima grande ipotesi politica partorita da questo Paese. Poi, sfumata la possibilità di governare, dall'idea di costruire insieme agli altri, spinse sulla "diversità" della sinistra. La questione morale sollevata da Berlinguer non si può ritagliare e isolare, altrimenti si trasforma in populismo. Oggi si confonde un parlamentare con il Parlamento, un politico che conosce i modi di praticare l'immoralità con il politico di professione".
Berlinguer diceva: "I partiti non fanno più politica".
"Sì, ma credeva tantissimo nei partiti. Questo aspetto va salvato. Anch'io credo ancora nel Parlamento e nel politico che si occupa di politica per tutta la vita, ovviamente secondo i dettami della questione morale. Insomma, alla fine sono ancora fermo a Berlinguer".