Politica

Voto nel 2018, nei palazzi della politica i peones festeggiano per la nuova strategia del premier

Le parole di Renzi sulla legislatura che arriverà a scadenza naturale hanno rianimato le speranze di chi temeva un voto anticipato

2 minuti di lettura
ROMA - Ci sono i professionisti del Palazzo, che si fregano le mani per un risiko che potrebbe riaprirsi. I peones certi di non tornare più in Parlamento che ingrossano i gruppi misti e vedono nel 2018 il miraggio del vitalizio che si avvicina. Le parole di Renzi sulla legislatura che finirà nel 2018 “comunque vada il referendum” riaccendono questa fine estate della politica. E anche Forza Italia, nonostante i toni bellicosi di Brunetta, sembra pronta a rimettersi in gioco in caso di vittoria del No. Spiega il capogruppo in Senato Paolo Romani: “Bisognerà comunque fare una legge elettorale per il Senato, ed eliminare il ballottaggio, cosa di cui parlano esplicitamente personalità come il ministro Orlando, non certo antirenziano. Altrimenti è chiaro che finisce come a Roma e Torino”. “Per fare queste cose ci vuole tempo”, aggiunge Romani, “e nella primavera del 2017 c’è anche un G7 in Sicilia”.

Nella maggioranza si lavora a costruire a una rete di protezione in caso di sconfitta, un dopo all’insegna della parola magica “stabilità”. Da Ncd ai verdiani fino alla maggioranza dem è tutto un Alleluja per la retromarcia del premier, una lode per essere rinsavito e aver almeno tentato di mettere l’esecutivo, e la legislatura, al riparo dalle urne.  “Renzi ha capito che legando la riforma costituzionale al governo aveva dato l’alibi per costruire un fronte di tutti quelli che vogliono mandarlo a casa”, spiega il verdiniano Vincenzo D’Anna. “Deve restare a palazzo Chigi in ogni caso, altrimenti finisce la legislatura: non ci sono sostituti su piazza”. Sollievo anche da Fabrizio Cicchitto di Ncd, in linea con Angelino Alfano: ”Siamo davanti a un totale rovesciamento di una impostazione sbagliata. Se vince il No non c’è più il diluvio universale. E’ un segnale distensivo verso la maggioranza, ma anche verso Forza Italia, un modo per togliere Berlusconi dall’imbarazzo di stare nella stessa trincea con i grillini”. “Io credo che vincerà il Sì”, aggiunge Cicchitto. “In caso contrario andrà per lo meno sondata la disponibilità di Berlusconi per un governo di emergenza…”.

Il centrodestra è in fermento. Ed è chiaro che Parisi potrebbe essere uno dei protagonisti di una transizione morbida, all’insegna dell’interesse nazionale.  Sarà Renzi a guidare il dopo anche in caso di sconfitta? “Dipenderà in primo luogo da lui”, ragiona Cicchitto. “Ma qui non siamo in Gran Bretagna, dove il sistema ha retto nonostante la Brexit. Qui rischia di sfasciarsi tutto. Per questo Renzi dovrebbe stringere i denti e andare avanti. Facendo un tagliando al governo, anche in caso in cui vinca il Si”.

La minoranza dem, sempre più orientata verso il No a meno di un rapido ripensamento del premier sull’Italicum, si tiene le mani libere per le urne fissando un paletto: “Siamo stati i primi, mesi fa, a dire che una sconfitta non doveva portare a una crisi di governo”, dice il bersaniano Miguel Gotor. “Nessuno di noi ha mai voluto trasformare il referendum in un congresso del Pd. Renzi ha cambiato strategia perché, finalmente, ha fatto i conti con la sconfitta alle comunali che era stata rimossa”.  “Andare a votare sarebbe inutile”, insiste D’Anna. “Torneremmo indietro al 2013, con la necessità di un governo di larghe intese. E allora tanti vale andare avanti”.

Tra i renziani si fa sfoggio di ottimismo. “Al referendum si affermerà la voglia di cambiamento, rendendo scontata la fine della legislatura con il governo Renzi”, spiega Andrea Marcucci. “In ogni caso il segretario del Pd ha come bussola il bene del Paese e la sua stabilità”. Dietro le quinte, però, circolano i timori sul dopo. “Bisognerà verificare quanti senatori di Ncd si porterà via Schifani in settembre. E capire se terrà la maggioranza Pd in caso di vittoria del No”, spiega una fonte renziana. “Matteo, d’intesa col Quirinale, si farebbe rimandare alle Camere per la fiducia e per portare in porto la legge di Stabilità. Ma andare avanti fino al 2018, magari con un Renzi bis, è una decisione che non dipende solo da lui. Ci sono troppe variabili in gioco”.
 
I commenti dei lettori