ROMA - Che c'azzecca l'Autorità Anticorruzione con le infiltrazioni della criminalità organizzata? La deposizione di Raffaele Cantone ieri nel processo "Mafia Capitale" è stata letta da alcuni avvocati e cronisti come un colpo alla tesi dell'accusa, ossia che la rete creata da Massimo Carminati agisse come una vera mafia e vada condannata al reato di associazione mafiosa.
Una lettura che adesso lo stesso Cantone contesta: "Sono rimasto esterrefatto: nella mia risposta non vi era alcun giudizio o valutazione di merito rispetto al lavoro che la Procura di Roma sta svolgendo".
E continua, sottolineando la sua esperienza decennale di magistrato anticamorra: "Il reato associativo, come il 416 bis, che conosco bene per la mia attività pregressa, non può emergere dalla lettura di un singolo atto o appalto. E l'Anac non è una autorità giudiziaria o di polizia".
La testimonianza di Cantone nel processo contro il presunto "clan Carminati" è stata chiesta da alcuni avvocati degli imputati e in particolare dalla difesa di Salvatore Buzzi, il regista delle cooperative che ottenevano appalti. "La domanda che mi è stata posta ieri in udienza è se l'Autorità Anticorruzione avesse mai individuato il reato di associazione mafiosa negli atti trasmessi alla procura e la mia risposta è stata: no. Ma è una risposta scontata, visto il tipo di attività che svolgiamo. E contesto qualsiasi lettura collegata direttamente a Mafia Capitale", specifica Cantone.
Che aggiunge: "Nelle nostre delibere, come ho spiegato ieri riferendomi in generale al lavoro dell'Authority individuiamo illeciti di tipo diverso da quelli penali e valutiamo atti che da soli non sono in grado di individuare l'associazione mafiosa. E' vero semmai che, sempre in linea generale, alcune delle nostre delibere, trattate dall'autorità giudiziaria nell'ambito di un contesto investigativo e collegate ad altri elementi, possono fornire materia ai magistrati per valutare se esistano connessioni di tipo mafioso. Ma è un lavoro che non compete all'Anac"
Una lettura che adesso lo stesso Cantone contesta: "Sono rimasto esterrefatto: nella mia risposta non vi era alcun giudizio o valutazione di merito rispetto al lavoro che la Procura di Roma sta svolgendo".
E continua, sottolineando la sua esperienza decennale di magistrato anticamorra: "Il reato associativo, come il 416 bis, che conosco bene per la mia attività pregressa, non può emergere dalla lettura di un singolo atto o appalto. E l'Anac non è una autorità giudiziaria o di polizia".
La testimonianza di Cantone nel processo contro il presunto "clan Carminati" è stata chiesta da alcuni avvocati degli imputati e in particolare dalla difesa di Salvatore Buzzi, il regista delle cooperative che ottenevano appalti. "La domanda che mi è stata posta ieri in udienza è se l'Autorità Anticorruzione avesse mai individuato il reato di associazione mafiosa negli atti trasmessi alla procura e la mia risposta è stata: no. Ma è una risposta scontata, visto il tipo di attività che svolgiamo. E contesto qualsiasi lettura collegata direttamente a Mafia Capitale", specifica Cantone.
Che aggiunge: "Nelle nostre delibere, come ho spiegato ieri riferendomi in generale al lavoro dell'Authority individuiamo illeciti di tipo diverso da quelli penali e valutiamo atti che da soli non sono in grado di individuare l'associazione mafiosa. E' vero semmai che, sempre in linea generale, alcune delle nostre delibere, trattate dall'autorità giudiziaria nell'ambito di un contesto investigativo e collegate ad altri elementi, possono fornire materia ai magistrati per valutare se esistano connessioni di tipo mafioso. Ma è un lavoro che non compete all'Anac"