PARIGI - “Riforma sì, ma non così”. “Il treno delle riforme non passa due volte”. In un'aula di Sciences Po gremita di studenti si è affacciata ieri sera la campagna referendaria italiana. Il prestigioso ateneo ha organizzato un dibattito sulla consultazione prevista il 4 dicembre, riunendo i professori Enzo Cheli e Stefano Ceccanti. Quasi due ore di confronto accademico e non un “pugilato” come ha tenuto a specificare Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po, nonché attento commentatore della politica italiana. I partecipanti dovevano rispettare alcune regole: tempi di parola cronometrati, niente applausi, né fischi.
COSA SUCCEDE SE VINCE IL SI/NO
Un evento abbastanza inedito per l’università di rue Saint-Guillaume, che è stato sponsorizzato dall’avvocato Enrico Castaldi, presidente del comitato parigino per il Sì che però ha sostenuto le spese di entrambi i relatori. Oltre al dibattito, Sciences Po ha deciso anche di fare una sorta di test a campione. Prima e dopo la discussione è stato organizzato un voto elettronico con quattro opzioni: sì, no, non so ancora, mi astengo.
Il direttore Frédéric Mion ha spiegato il legame storico dell'ateneo parigino con l'Italia. Gli studenti del nostro Paese (438 iscritti) sono la quarta comunità straniera nell'università, esiste una lunga tradizione di italianistica e scambi accademici. E da più di un anno, Sciences Po accoglie Enrico Letta, direttore del Psia, Paris School of International Affairs. L'ex premier non era presente, ufficialmente in visita all'estero.
“Esiste un'Europa della politica. Quello che accade in alcuni Paesi si ripercuote nel resto del continente” ha commentato Lazar, ricordando la forte attenzione che c'è all'estero per l'esito del voto referendario italiano.
Ad aprire la discussione è stato il fronte del “no”, con l'intervento di Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale all'università di Firenze, che ha sottolineato le “molte forzature di stampo propagandistico” nell'attuale campagna. “E' o non è una buona riforma, in grado di migliorare stabilità e l'efficacia di governo? Io penso di no” ha argomentato Cheli secondo cui la riforma costituzionale rischia di impedire il funzionamento del Senato, di provocare un “ginepraio” nel funzionamento legislativo e di aumentare il conflitto Stato-Regioni.
“E' l'attuale sistema che ci porta al rischio di ingovernabilità” ha ribattuto Stefano Ceccanti, professore di diritto comparato all'università di Roma, che ha definito invece l'articolo 70 un “capolavoro tecnico, sulla scia di quello che accade in tutti i Paesi europei bicamerali”. Ceccanti ha ricordato che per far approvare una legge servono oggi in media 500 giorni, da cui il continuo ricorso ai decreti. “Così si sommano debolezza di governo e deputati”. La riforma, ha proseguito, apre invece “una via fisiologica per far approvare leggi in 100 giorni”. Rispetto alla possibilità di discutere una nuova riforma su alcuni punti consensuali in caso di vittoria del no, Ceccanti ha sottolineato che i molti rischi politici. “Siamo a fine legislatura - ha detto il costituzionalista - nessuno avrà la forza di avviare una nuova riforma”.
Molte le domande tra i partecipanti che alla fine si sono espressi a maggioranza per il sì: 50,3%, rispetto a 37,2% per il no. Resta una parte di indecisi pari all’11,5%.
COSA SUCCEDE SE VINCE IL SI/NO
Un evento abbastanza inedito per l’università di rue Saint-Guillaume, che è stato sponsorizzato dall’avvocato Enrico Castaldi, presidente del comitato parigino per il Sì che però ha sostenuto le spese di entrambi i relatori. Oltre al dibattito, Sciences Po ha deciso anche di fare una sorta di test a campione. Prima e dopo la discussione è stato organizzato un voto elettronico con quattro opzioni: sì, no, non so ancora, mi astengo.
Il direttore Frédéric Mion ha spiegato il legame storico dell'ateneo parigino con l'Italia. Gli studenti del nostro Paese (438 iscritti) sono la quarta comunità straniera nell'università, esiste una lunga tradizione di italianistica e scambi accademici. E da più di un anno, Sciences Po accoglie Enrico Letta, direttore del Psia, Paris School of International Affairs. L'ex premier non era presente, ufficialmente in visita all'estero.
“Esiste un'Europa della politica. Quello che accade in alcuni Paesi si ripercuote nel resto del continente” ha commentato Lazar, ricordando la forte attenzione che c'è all'estero per l'esito del voto referendario italiano.
Ad aprire la discussione è stato il fronte del “no”, con l'intervento di Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale all'università di Firenze, che ha sottolineato le “molte forzature di stampo propagandistico” nell'attuale campagna. “E' o non è una buona riforma, in grado di migliorare stabilità e l'efficacia di governo? Io penso di no” ha argomentato Cheli secondo cui la riforma costituzionale rischia di impedire il funzionamento del Senato, di provocare un “ginepraio” nel funzionamento legislativo e di aumentare il conflitto Stato-Regioni.
“E' l'attuale sistema che ci porta al rischio di ingovernabilità” ha ribattuto Stefano Ceccanti, professore di diritto comparato all'università di Roma, che ha definito invece l'articolo 70 un “capolavoro tecnico, sulla scia di quello che accade in tutti i Paesi europei bicamerali”. Ceccanti ha ricordato che per far approvare una legge servono oggi in media 500 giorni, da cui il continuo ricorso ai decreti. “Così si sommano debolezza di governo e deputati”. La riforma, ha proseguito, apre invece “una via fisiologica per far approvare leggi in 100 giorni”. Rispetto alla possibilità di discutere una nuova riforma su alcuni punti consensuali in caso di vittoria del no, Ceccanti ha sottolineato che i molti rischi politici. “Siamo a fine legislatura - ha detto il costituzionalista - nessuno avrà la forza di avviare una nuova riforma”.
Molte le domande tra i partecipanti che alla fine si sono espressi a maggioranza per il sì: 50,3%, rispetto a 37,2% per il no. Resta una parte di indecisi pari all’11,5%.