Politica

Gianrico Carofiglio verso segreteria Pd: "Lavoro e valori, così si riparte"

Il nome dello scrittore e magistrato è fra quelli cui Renzi potrebbe chiedere di dare una mano: "Matteo non l'ho votato ma ha fatto tante cose buone"

2 minuti di lettura
ROMA - Nella tripla vita di Gianrico Carofiglio – scrittore, magistrato, ex parlamentare - la politica ha un posto speciale. Una passione che la militanza come senatore nel Pd non ha scalfito. Ora il suo nome circola tra quelli a cui Renzi potrebbe chiedere di dare una mano nella nuova segreteria. «Questo partito – esordisce – ha fatto una serie notevole di cose buone, lo dico io che per due volte non ho votato Renzi. Eppure il governo non le ha sapute comunicare».

Non sarà la solita storia che non sono stati capiti? Renzi è reduce da una sconfitta inimmaginabile prima del referendum, difficile credere che si sia trattato di un malinteso.
«È vero, sono stati fatti anche molti errori ma di fatti positivi ce ne sono».

Qualche esempio?
«Le vertenze di lavoro risolte, almeno 150, con migliaia di posti di lavoro salvati. La legge sul cosiddetto “dopo di noi”, la legge sull’autismo, il divorzio breve».

Per cosa si ricorderà il governo Renzi?
«La legge sulle unioni civili, in positivo. L’abolizione indiscriminata dell’Imu sulla prima casa, un provvedimento lontano dalla mia idea di sinistra. E l’aver aumentato la soglia per l’uso dei contanti. Un provvedimento sbagliato».

Qual è la mancanza più grave nella leadership di Renzi?
«Credo che abbia dato all’esterno una percezione autoreferenziale e di poca attenzione alla diversità. Cito Zygmunt Bauman, appena scomparso: “La cosa più eccitante, creativa e fiduciosa nell’azione umana è il disaccordo, lo scontro fra diverse opinioni, fra diverse visioni del giusto e dell’ingiusto”. Ecco, un grande partito progressista deve abbracciare la diversità, trarne una sintesi, e naturalmente non deve essere un fatto rituale».

Fra i competitor alla guida del partito, chi le piace?
«Ci sono Enrico Rossi, presidente della Toscana e Roberto Speranza: del primo condivido molti contenuti, a lui dobbiamo il recupero della parola socialismo, anche se pochi se ne sono accorti. Di Speranza, per cui nutro simpatia personale, pur condividendo alcuni contenuti, contesto una strategia che sta diventando troppo divisiva, oltre i confini della dialettica interna».

E Michele Emiliano, avete iniziato la carriera in magistratura insieme, pensa sia un’alternativa a Renzi alla segreteria?
«Emiliano per ora non si è candidato. E se lo dovesse fare, al momento non saprei esprimere un giudizio, perché non ho capito qual è la sua linea politica, la sua idea di Paese. E comunque vale per Rossi e per Emiliano: non si può essere presidenti di Regione e anche segretario del partito».

Ma come si cura un partito ferito come il Pd?
«Ripensandolo, pescando in ambiti diversi. A Renzi consiglio la lettura di un libro dell’ad della Pixar in cui racconta un’organizzazione basata sulla diversità e sul valore dell’errore come strumento di progresso. L’organizzazione non deve essere rigida, deve essere un organismo in movimento».

Un bilancio sulla cultura, il suo specifico, in quanto scrittore?
«Anche in questo caso, diverse cose buone sono state fatte, cito la legge sul cinema, la riorganizzazione dei musei. Ma per esempio non mi sono piaciuti i 500 euro ai neomaggiorenni, giusto nello spirito, ma sbagliato perché a pioggia».

Come li avrebbe spesi quei soldi?
«Per esempio come in Francia, dove si finanziano le librerie indipendenti; o come in Germania in cui si erogano finanziamenti ai genitori per incentivare all’acquisto di libri destinati ai figli fin da piccoli».

Altri rimproveri alla gestione Renzi?
«Bisogna riprendere a parlare con tutti i soggetti della società, a cominciare proprio dagli intellettuali, quelli che a Roma sono stati sedotti dai 5 Stelle».
I commenti dei lettori