MILANO. Il 17 febbraio del 1992 lei era da meno di un anno direttore del carcere di San Vittore. Che cosa ricorda Luigi Pagano del primo detenuto di Tangentopoli, il socialista Mario Chiesa?
"Rivedersi "dentro" fu uno shock per entrambi. Chiesa era il presidente del Pio Albergo Trivulzio ed ero andato a chiedergli qualche possibilità di lavoro per i detenuti. E invece, tac, me lo ritrovai là, quasi incredulo per l'arresto. Nelle celle allora si assiepavano 2mila e 400 persone, una situazione da non credere".
Di che parlò con il neo-detenuto Chiesa?
"Mi chiese anche che cosa pensassi della magistratura. Gli citai il grande avvocato Carnelutti, "Se m'accusano di aver rubato la madonnina dal Duomo, prima vado in Francia e poi chiedo di mostrarmi le prove", nel senso che sempre uomini sono e possono sbagliare".
La percentuale di confessioni durante Mani Pulite non ha dato ragione ai magistrati?
"Sì, bisogna però ricordarsi il periodo. Chiesa venne arrestato dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro in flagranza di reato. Dopo un po', cominciò a rispondere agli interrogatori, va bene, ma chi pensava che si stesse per scoperchiare la pentola e che i detenuti per tangenti sarebbero diventati, solo da noi, circa 700?".
Lei quando lo capì?
"Verso fine aprile, quando Di Pietro mi disse: "Bisogna che ci trovi un bel po' di posti in più". Se n'era reso conto dopo aver interrogato otto imprenditori che pagavano le tangenti".
Lei, dottor Pagano, è stato un testimone della stagione in cui i "colletti bianchi", i padroni e padroncini d'Italia, entravano in cella in massa. Perché li mettevate nei raggi comuni?
"Lo decidemmo non appena ci rendemmo conto che non c'erano tensioni, gli altri detenuti facevano come se quelli di Tangentopoli manco ci fossero. Una volta scattò nei raggi un allarme rosso perché Primo Greganti, accusato delle mazzette al Pci, era riuscito a chiamare casa con un Ecco, il "Lei non sa chi sono io", qui a San Vittore non esisteva proprio".
Nessuna polemica?
"Beh, famosa quella con il portavoce democristiano Enzo Carra. Per noi "Alta sorveglianza" significa che va osservato anche di notte, per i carabinieri che sarebbe potuto scappare, finì che gli misero gli schiavettoni ai polsi e lo portarono così in aula, e in diretta tv. Quando tornò a San Vittore, era ancora su di giri, ma era un stato equivoco, e glielo spiegai. A una Prima della Scala l'ho rivisto. Mi guardava fisso, "Sì, sono io", gli ho detto, ed è stato simpatico".
Zero incontri con i detenuti eccellenti, quindi, dopo la detenzione?
"A parte con Cusani, con il quale litighiamo di carcere, nessuno. Moltissimi hanno scritto una volta usciti, compreso Ligresti, per ringraziare sia i detenuti, sia gli agenti, che lavoravano per elidere le tensioni. E non è sempre facile, per esempio ero andato io stesso da Gabriele Cagliari, il giorno prima del suo suicidio".
Perché era andato dal top manager dell'Eni?
"Per domandargli se volesse lavorare, ma lui aveva già preso purtroppo quell'altra decisione. La sua tragedia ha scatenato un temporale, nel vero senso della parola, come quando l'aria si riempie di elettricità. Tutto il carcere in quel luglio del '93 era come pieno di fulmini, anche un altro ragazzo, N., che non dimenticherò mai, si uccise quella sera stessa nel reparto di neuropsichiatria".
Come si spiega che quei detenuti da prima pagina di 25 anni fa non abbiamo fatto nulla per cambiare il carcere?
"Nel carcere avviene una sorta di riscoperta di se stessi, ma poi esci e non ci vuoi più pensare. Durante Tangentopoli scoppiò una rimozione ancor più grande perché più potenti entravano dentro una cella, più il carcere nei commenti delle persone comuni diventava il posto giusto per corrotti e corruttori. C'erano anche tanti parlamentari che venivano in visita e all'uscita, in piazza Filangieri, parlavano di condizioni di vita difficilissime. Ci speravo in un loro intervento, invece niente".
"Rivedersi "dentro" fu uno shock per entrambi. Chiesa era il presidente del Pio Albergo Trivulzio ed ero andato a chiedergli qualche possibilità di lavoro per i detenuti. E invece, tac, me lo ritrovai là, quasi incredulo per l'arresto. Nelle celle allora si assiepavano 2mila e 400 persone, una situazione da non credere".
Di che parlò con il neo-detenuto Chiesa?
"Mi chiese anche che cosa pensassi della magistratura. Gli citai il grande avvocato Carnelutti, "Se m'accusano di aver rubato la madonnina dal Duomo, prima vado in Francia e poi chiedo di mostrarmi le prove", nel senso che sempre uomini sono e possono sbagliare".
La percentuale di confessioni durante Mani Pulite non ha dato ragione ai magistrati?
"Sì, bisogna però ricordarsi il periodo. Chiesa venne arrestato dal sostituto procuratore Antonio Di Pietro in flagranza di reato. Dopo un po', cominciò a rispondere agli interrogatori, va bene, ma chi pensava che si stesse per scoperchiare la pentola e che i detenuti per tangenti sarebbero diventati, solo da noi, circa 700?".
Lei quando lo capì?
"Verso fine aprile, quando Di Pietro mi disse: "Bisogna che ci trovi un bel po' di posti in più". Se n'era reso conto dopo aver interrogato otto imprenditori che pagavano le tangenti".
Lei, dottor Pagano, è stato un testimone della stagione in cui i "colletti bianchi", i padroni e padroncini d'Italia, entravano in cella in massa. Perché li mettevate nei raggi comuni?
"Lo decidemmo non appena ci rendemmo conto che non c'erano tensioni, gli altri detenuti facevano come se quelli di Tangentopoli manco ci fossero. Una volta scattò nei raggi un allarme rosso perché Primo Greganti, accusato delle mazzette al Pci, era riuscito a chiamare casa con un Ecco, il "Lei non sa chi sono io", qui a San Vittore non esisteva proprio".
Nessuna polemica?
"Beh, famosa quella con il portavoce democristiano Enzo Carra. Per noi "Alta sorveglianza" significa che va osservato anche di notte, per i carabinieri che sarebbe potuto scappare, finì che gli misero gli schiavettoni ai polsi e lo portarono così in aula, e in diretta tv. Quando tornò a San Vittore, era ancora su di giri, ma era un stato equivoco, e glielo spiegai. A una Prima della Scala l'ho rivisto. Mi guardava fisso, "Sì, sono io", gli ho detto, ed è stato simpatico".
Zero incontri con i detenuti eccellenti, quindi, dopo la detenzione?
"A parte con Cusani, con il quale litighiamo di carcere, nessuno. Moltissimi hanno scritto una volta usciti, compreso Ligresti, per ringraziare sia i detenuti, sia gli agenti, che lavoravano per elidere le tensioni. E non è sempre facile, per esempio ero andato io stesso da Gabriele Cagliari, il giorno prima del suo suicidio".
Perché era andato dal top manager dell'Eni?
"Per domandargli se volesse lavorare, ma lui aveva già preso purtroppo quell'altra decisione. La sua tragedia ha scatenato un temporale, nel vero senso della parola, come quando l'aria si riempie di elettricità. Tutto il carcere in quel luglio del '93 era come pieno di fulmini, anche un altro ragazzo, N., che non dimenticherò mai, si uccise quella sera stessa nel reparto di neuropsichiatria".
Come si spiega che quei detenuti da prima pagina di 25 anni fa non abbiamo fatto nulla per cambiare il carcere?
"Nel carcere avviene una sorta di riscoperta di se stessi, ma poi esci e non ci vuoi più pensare. Durante Tangentopoli scoppiò una rimozione ancor più grande perché più potenti entravano dentro una cella, più il carcere nei commenti delle persone comuni diventava il posto giusto per corrotti e corruttori. C'erano anche tanti parlamentari che venivano in visita e all'uscita, in piazza Filangieri, parlavano di condizioni di vita difficilissime. Ci speravo in un loro intervento, invece niente".