Politica

Scissione Pd, maggioranza a rischio anche nella commissione della nuova legge elettorale

Bersani e Renzi, in una foto d'archivio 
Al Senato, la composizione proporzionale dei diversi gruppi primo vero banco di prova dei rapporti fra dem e Mdp: la "Affari costituzionali" dovrà eleggere il presidente e il Pd non vuole correre il rischio che passi un arbitro dei lavori sgradito e che una maggioranza diversa da quella di governo mandi in aula un testo altrettanto sgradito. E "balla" anche la commissione Finanze e Tesoro
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ROMA – La scissione si è consumata e i nuovi gruppi targati Mdp sono nati. E adesso al Senato, pallottoliere alla mano, si fanno i conti. E soprattutto nel Pd, si ragiona su come correre ai ripari dove serve. Nella commissione Finanze e Tesoro, la VI di Palazzo Madama, per esempio, ci sono ben tre senatori democratici, fra i più preparati e agguerriti, che sono passati con Bersani e Speranza: Maria Cecilia Guerra, Lucrezia Ricchiuti e Federico Fornaro. Tre su ventitré che fanno teoricamente venire meno la maggioranza in una commissione chiave. Infatti sono rimasti nel Pd sei senatori: il presidente Mauro Marino, Francesco Giacobbe, Claudio Moscardelli, Gianluca Rossi, Gianluca Susta, Renato Turano. A loro vanno aggiunti due esponenti di Area Popolare, Paolo Bonaiuti e Luigi Marino, l’autonomista Karl Zeller, Francesco Molinari che si richiama a Italia dei Valori. Dunque dieci senatori che appoggiano il governo. Uno in meno rispetto alla maggioranza.

Gli altri dieci sono suddivisi così: tre a Forza Italia che, nonostante i possibili patti vecchi e nuovi con Renzi, difficilmente votano per i grillini. Ipotesi che non sfiora i due grillini come il senatore leghista. Anche la senatrice Cinzia Bonfrisco, Conservatori e Riformisti e l’iscritto al gruppo Gal Bartolomeo Pepe sono refrattari a dare apporti al governo. In dubbio invece il voto della senatrice di Eva Longo, che al momento però sta all’opposizione. L’ultimo membro della commissione è l’ex grillino Giuseppe Vacciano, quello che prova da tre anni a dimettersi senza riuscirci. E comunque vota sempre contro il governo.

Scissione Pd, chi entra e chi esce

La situazione è più o meno analoga nella commissione Affari costituzionali. Anche in questo caso gli scissionisti sono tre: Miguel Gotor, Doris Lo Moro e Maurizio Migliavacca, uno dei collaboratori storici di Bersani. I membri della commissione sono ventisette, ma il Pd più gli alleati di governo può contare su tredici voti. C’è sempre la possibilità di un soccorso verdiniano. Ma questo farebbe salire alle stelle il conflitto con gli scissionisti, memori delle rimozioni forzate di alcuni senatori dissenzienti proprio dalla Affari costituzionali durante la discussione sulle riforme, passate con il voto di Ala. Questa prova di forza viene quindi esclusa. Anche perché i dissidenti ormai fanno parte di un altro gruppo. Gruppo, si fa notare dal Pd, che però ha solo tredici iscritti e quindi è largamente sovra-rappresentato in questa commissione.

Dunque lo scontro, se scontro ci sarà, sarà proprio su questo aspetto della composizione proporzionale delle commissioni. Perché, alla prima riunione, dicono nel Pd, chiunque potrà porre il problema. Soprattutto nella Affari costituzionali che dovrà prima o poi eleggere il presidente e iniziare a discutere di legge elettorale. E il Pd non vuole proprio correre il rischio che con un colpo di mano si elegga un presidente, arbitro dei lavori, sgradito e che una maggioranza diversa da quella di governo faccia arrivare in aula un testo di legge elettorale altrettanto sgradito.

Infine, c’è il problema della collocazione del nuovo gruppo Mpd: non hanno mai dichiarato di essere contro il governo o di avere intenzione di fare cadere Gentiloni. E dunque non è detto che Bersani e Speranza vogliano andare allo scontro con gli ex compagni proprio sulla composizione delle commissioni. Che potrebbero essere riequilibrate grazie ad una trattativa: primo vero banco di prova dei rapporti fra Pd e Mdp. 
 
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